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'Lasciamogli una vena per sicurezza': una pratica ospedaliera da mettere in discussione?

Maria Luisa Astadi
Maria Luisa Asta
Pubblicato il: 26/08/2026

FormazioneProfessione e lavoro

Un articolo mette in discussione una pratica molto diffusa negli ospedali: lasciare in sede un accesso venoso periferico anche quando la terapia endovenosa è terminata, soltanto nell’eventualità che possa servire. I PIVC inattivi espongono comunque a infezioni, flebiti, dolore e danno vascolare e, quando diventano realmente necessari, non sempre risultano ancora funzionanti.

Un paziente di 80 anni viene ricoverato per una gastroenterite virale complicata da insufficienza renale acuta. All’ingresso gli viene posizionato un catetere venoso periferico, indispensabile per somministrare liquidi per via endovenosa. Il giorno successivo la diarrea è migliorata, il paziente riesce nuovamente a bere e non ha più una terapia endovenosa programmata. Rimane però ricoverato in attesa della definizione del percorso di dimissione.

Il catetere funziona, il sito di inserzione non presenta alterazioni, ma il paziente lo trova fastidioso e chiede di rimuoverlo.

È una situazione estremamente comune nella pratica ospedaliera. E altrettanto comune è la risposta: “Meglio lasciarlo, non si sa mai”.

Ma è davvero la scelta più sicura?

Un articolo dedicato proprio a questa pratica mette in discussione il mantenimento routinario dei Peripheral Intravenous Catheters, PIVC, nei pazienti clinicamente stabili che non hanno più una necessità attuale o prevedibile di terapia endovenosa. Il messaggio è semplice: la presenza di un accesso venoso può rassicurare operatori e organizzazione, ma un catetere inattivo non è un dispositivo privo di conseguenze.

Un accesso venoso posizionato “nel caso serva”

I cateteri venosi periferici sono tra i dispositivi invasivi più utilizzati negli ospedali di tutto il mondo e rappresentano uno strumento fondamentale nella gestione di moltissime condizioni acute.

Il problema nasce quando vengono posizionati o mantenuti non per una necessità terapeutica concreta, ma semplicemente per avere rapidamente disponibile una via venosa nell’eventualità di un peggioramento.

Secondo i dati richiamati nell’articolo, circa un terzo dei PIVC posizionati in Pronto Soccorso non viene mai utilizzato. Anche nei pazienti già ricoverati il fenomeno è rilevante: quasi un quarto degli accessi venosi periferici presenti negli ospedali nordamericani sarebbe mantenuto in sede senza essere utilizzato attivamente.

Sono i cosiddetti “idle PIVCs”, cateteri inattivi che rimangono inseriti soltanto come eventuale riserva.

La logica appare intuitiva: se il paziente dovesse improvvisamente peggiorare, il personale avrebbe già un accesso per somministrare farmaci o liquidi. Ma questa possibile utilità futura deve essere confrontata con i rischi reali che iniziano nel momento stesso in cui il dispositivo viene mantenuto in sede.

Anche un piccolo catetere periferico può provocare infezioni

La prima criticità riguarda il rischio infettivo.  Il catetere venoso periferico viene spesso percepito come molto meno problematico rispetto a un catetere venoso centrale, e in termini di rischio individuale di batteriemia questa differenza esiste effettivamente. Tuttavia, l’enorme diffusione dei PIVC cambia la prospettiva.

Uno degli studi citati riporta un’incidenza di 65 episodi di infezione locale ogni 100.000 giorni-catetere e di 4,4 infezioni del torrente ematico ogni 100.000 giorni-catetere attribuite agli accessi venosi periferici.

Il rischio per il singolo dispositivo è inferiore a quello associato a un CVC, ma i PIVC vengono utilizzati in quantità enormemente superiore. Per questo, secondo i dati riportati, sarebbero responsabili di oltre un terzo delle batteriemie da Staphylococcus aureus correlate a catetere e di circa il 20% di tutte le batteriemie da S. aureus.

Un accesso periferico “che non dà problemi”, quindi, non è necessariamente un accesso senza rischio.

Dolore e flebite interessano fino a un paziente su cinque

Le complicanze non sono soltanto infettive.

Dolore e flebite sarebbero osservati nel 10-20% dei pazienti portatori di PIVC. A questi problemi si aggiungono infiltrazione, occlusione, dislocazione, irritazione del vaso e danno vascolare, che può essere sia acuto sia avere conseguenze nel tempo.

Il dispositivo richiede inoltre sorveglianza del sito, valutazione della pervietà e, quando non funziona più, eventuale sostituzione. Ogni nuova cannulazione può significare dolore, ansia e difficoltà, soprattutto negli anziani e nelle persone con patrimonio venoso fragile.

Anche un accesso che non viene utilizzato continua quindi a richiedere assistenza e a produrre rischio.

La questione assume un significato ancora maggiore nei pazienti confusi o con delirium, nei quali la presenza di tubi e dispositivi può aumentare agitazione, tentativi di rimozione e complessità assistenziale.

Il paradosso: quando serve davvero, potrebbe non funzionare

La principale giustificazione del catetere mantenuto “per sicurezza” è poter intervenire rapidamente in caso di emergenza.

Ma l’articolo mette in evidenza un paradosso: i PIVC non sono affidabili quanto immaginiamo quando rimangono a lungo in sede.

Più di un terzo degli accessi periferici andrebbe incontro a fallimento prima del completamento della terapia, mentre in un’analisi circa il 10% presentava già segni di malfunzionamento.

Mantenere un accesso inutilizzato supponendo che sarà sicuramente funzionante in caso di arresto cardiaco o improvviso deterioramento può quindi generare una falsa sensazione di sicurezza.

Il dispositivo potrebbe essere presente nel braccio ma non essere realmente utilizzabile nel momento in cui serve.

In una vera emergenza esiste anche l’accesso intraosseo

È proprio qui che gli autori richiamano il ruolo dell’accesso intraosseo, IO, nei contesti di emergenza.  In uno studio retrospettivo citato nell’articolo, quasi il 20% dei pazienti ricoverati che avevano avuto un arresto cardiaco in un ospedale di terzo livello era stato rianimato utilizzando l’accesso intraosseo proprio perché il PIVC era assente oppure non funzionante.

Dopo l’aggiustamento statistico, sopravvivenza alla dimissione e sopravvivenza con esito neurologico favorevole non risultavano significativamente differenti tra i pazienti nei quali la rianimazione aveva utilizzato un accesso periferico e quelli gestiti attraverso l’intraosseo.

Questo non significa che l’IO debba sostituire la via endovenosa quando questa è disponibile e indicata, ma ridimensiona uno degli argomenti utilizzati per lasciare indiscriminatamente un PIVC in tutti i pazienti ricoverati. Nei deterioramenti meno immediati, inoltre, l’accesso venoso può essere nuovamente posizionato quando emerge una reale indicazione, soprattutto nelle strutture dotate di rapid response team e vascular access team.

Quanti farmaci endovenosi potrebbero invece essere somministrati per bocca?

Un’altra domanda riguarda i pazienti nei quali il catetere viene ancora utilizzato, ma esclusivamente per farmaci che potrebbero essere trasferiti alla via orale. Le evidenze richiamate dagli autori indicano infatti che per diversi medicinali frequentemente somministrati per via endovenosa durante il ricovero, compresi alcuni antibiotici e analgesici oppioidi, la via orale può essere sicura, efficace e più conveniente quando le condizioni cliniche lo consentono.

In questi pazienti persino un PIVC tecnicamente “attivo” potrebbe diventare candidato alla rimozione se l’unica ragione per mantenerlo è una terapia che potrebbe essere appropriatamente convertita dalla via endovenosa a quella orale.

Si tratta di un cambio di prospettiva importante: prima di chiedersi se il catetere deve restare, bisognerebbe chiedersi se ciò che stiamo somministrando attraverso quel catetere debba davvero essere endovenoso.

Un dispositivo inattivo ha anche un costo

Inserire un catetere significa utilizzare materiale e tempo professionale. Mantenerlo significa monitorarlo. Sostituirlo significa utilizzare ulteriori dispositivi e dedicare altro tempo infermieristico. Trattarne le complicanze può poi generare costi molto più rilevanti.

L'articolo ricorda quindi anche il peso economico dell'inserimento e della gestione routinaria dei PIVC, pur riconoscendo che non è semplice quantificare la quota di costo attribuibile esclusivamente ai cateteri non necessari.

Il ragionamento rimane però valido: se un dispositivo non offre più un beneficio clinico, anche costi apparentemente piccoli diventano evitabili.

Quando invece è ragionevole lasciare l’accesso

Gli autori non sostengono naturalmente l’eliminazione degli accessi periferici nei pazienti ricoverati. Il PIVC rimane uno strumento sicuro ed essenziale nella gestione delle condizioni acute e in alcuni pazienti un accesso preventivo può essere pienamente giustificato.

È ragionevole mantenerlo, per esempio, quando il paziente presenta un elevato rischio di deterioramento clinico e il giudizio professionale suggerisce la probabile necessità di una terapia endovenosa urgente.

Può inoltre essere appropriato nei pazienti che devono sottoporsi a esami diagnostici con mezzo di contrasto endovenoso, a procedure che richiederanno sedazione oppure in coloro nei quali la capacità di assumere o assorbire farmaci per via orale rimane incerta.

Il concetto, quindi, non è “rimuovere tutti i cateteri appena possibile”, ma mantenere soltanto quelli per i quali continua a esistere un’indicazione ragionevole.

La domanda dovrebbe entrare nella valutazione infermieristica quotidiana

È proprio qui che il tema assume una forte rilevanza infermieristica. Il sito del catetere viene già valutato quotidianamente per verificare dolore, eritema, gonfiore, infiltrazione, flebite e segni di infezione. Ma insieme alla domanda “il catetere funziona?” dovrebbe essercene un’altra: “questo paziente ha ancora bisogno del catetere?”

Un accesso perfettamente pervio, senza rossore e senza dolore può comunque essere inutile.

La valutazione della necessità del dispositivo dovrebbe quindi diventare parte sistematica della gestione del PIVC, così come avviene ormai per altri dispositivi invasivi. Il semplice fatto che una cannula funzioni non rappresenta, da solo, un'indicazione clinica a mantenerla.

Il confronto con il catetere urinario

Gli autori evidenziano anche una possibile discrepanza culturale. Negli ultimi anni è aumentata notevolmente l'attenzione verso la rimozione precoce dei cateteri urinari non necessari e dei cateteri venosi centrali, soprattutto per ridurre il rischio di infezioni correlate ai dispositivi.

Il PIVC, al contrario, continua spesso a essere percepito come un dispositivo “minore”, la cui permanenza viene raramente messa in discussione con la stessa sistematicità. Eppure, data la sua enorme diffusione, anche un rischio individuale relativamente basso può trasformarsi in un problema importante a livello di popolazione ospedaliera.

Particolare attenzione ai pazienti ormai pronti per la dimissione

C'è una categoria nella quale il rapporto rischi-benefici appare particolarmente sfavorevole: i pazienti che rimangono ricoverati pur essendo clinicamente pronti alla dimissione, per motivi organizzativi, sociali o in attesa di collocazione.

Sono persone stabili, spesso senza terapie endovenose e con una probabilità ridotta di necessitare improvvisamente di una via venosa.

Mantenere per giorni un catetere semplicemente perché il paziente si trova ancora fisicamente in ospedale significa esporlo a un rischio che cresce nel tempo senza un beneficio altrettanto evidente. Nel caso clinico iniziale, l'anziano ricoverato per gastroenterite potrebbe rientrare proprio in questa situazione.

Cosa fare, quindi, nella pratica

La proposta è quella di passare da una logica automatica a una rivalutazione clinica sistematica. Il PIVC dovrebbe essere posizionato nei pazienti che necessitano di terapie endovenose a breve termine oppure che hanno una probabilità clinicamente significativa di deteriorare e richiedere rapidamente un accesso.

Una volta inserito, la necessità dovrebbe essere rivalutata regolarmente. Se il paziente è stabile, assume farmaci e liquidi per via orale, non deve effettuare procedure o esami che richiedano un accesso e non presenta un rischio elevato di deterioramento, la rimozione dovrebbe essere presa seriamente in considerazione.

Gli autori ricordano anche che l'utilizzo di strumenti standardizzati di valutazione del PIVC ha dimostrato di poter ridurre sia la prevalenza dei cateteri inattivi sia le complicanze associate.

Tornando al paziente di 80 anni

Nel caso proposto all'inizio, il paziente ha superato la fase acuta della gastroenterite e ha ripreso a idratarsi per via orale, ma era stato ricoverato anche con insufficienza renale acuta.

Prima di togliere il catetere, quindi, il medico dovrebbe verificare l'evoluzione della funzione renale, controllare eventuali alterazioni elettrolitiche, valutare lo stato di idratazione e accertare che il paziente riesca realmente ad assumere liquidi e farmaci per bocca.

Se questi elementi sono rassicuranti, non esiste più un'indicazione alla terapia endovenosa e il rischio di rapido deterioramento è basso, il PIVC dovrebbe essere rimosso. Non soltanto perché il paziente lo trova fastidioso, ma perché a quel punto la sua presenza offrirebbe un beneficio incerto a fronte di rischi concreti e completamente evitabili.

Il messaggio: “potrebbe servire” non dovrebbe bastare

È probabilmente questa la riflessione più utile per la pratica assistenziale. In ospedale molti dispositivi vengono inseriti perché necessari. Il problema nasce quando continuano a essere mantenuti per inerzia, anche dopo che l'indicazione originaria è terminata.

Un accesso venoso periferico non è innocuo soltanto perché è piccolo, comune e facile da gestire. Può provocare dolore, flebite, danno vascolare e infezioni anche severe; può non essere più funzionante quando occorre realmente e richiede tempo e risorse per essere monitorato.

La domanda corretta, quindi, non è semplicemente “e se poi servisse?”. È: “qual è oggi la probabilità che serva, e questo possibile beneficio è sufficiente a giustificare i rischi di mantenerlo?” Se la risposta è no, la migliore gestione del catetere potrebbe essere proprio la più semplice: rimuoverlo.

 

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Things We Do for No Reason™: Routinely maintaining intravenous access in hospitalized patients