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Il turno finisce, ciò che hai vissuto in reparto, no: GAMAN racconta il peso invisibile della cura

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 11/08/2026

Narrative Nursin(d)gProfessione e lavoro

La questione della rappresentazione degli infermieri e dell’infermieristica è sempre stata molto dibattuta per via della chiave di lettura che autori e registi ne davano. Stereotipi su stereotipi che sono andati a sbattere contro un muro quando finalmente la verità è stata restituita con tutta la sua forza nel film L’Ultimo Turno di cui abbiamo parlato puntualmente.

Oggi, un nuovo progetto chiede di vedere la luce e ha bisogno del sostegno di tutti per nascere e contribuire al racconto della verità su questo nostro lavoro così complesso.

Una campagna su GoFundMe sostiene la realizzazione di GAMAN, un cortometraggio indipendente diretto da Margherita Zollia alla Regia e Benedetta Franciotti come Producer, due studentesse dell'ultimo anno di Video Design allo IED (Istituto Europeo di Design) di Milano, un progetto che nasce quindi in ambito accademico e sceglie il cinema per affrontare una questione spesso lasciata ai margini: la fatica psicologica di chi lavora ogni giorno a contatto con la sofferenza.

 

Quando la professionalità non basta

Il film segue Elena, un’infermiera impegnata in un reparto di oncologia pediatrica. Il suo lavoro richiede competenza, presenza e capacità di mantenere il controllo anche nelle situazioni più difficili; fuori dall’ospedale, però, questa disciplina rischia di trasformarsi in una barriera.

La protagonista cerca di proteggersi separando con attenzione il reparto dalla propria vita privata. Ma ciò che viene trattenuto e non elaborato può riemergere in altri momenti, mettendo in discussione l’immagine di equilibrio costruita nel tempo. La storia affronta così il rapporto tra identità professionale e vita personale, senza ridurre il problema a una semplice contrapposizione tra forza e fragilità.

Il significato del titolo

Il termine giapponese gaman indica l’attitudine a sopportare una prova con pazienza e dignità. Applicato al mondo sanitario, il concetto assume però una doppia valenza: resistere può essere necessario, ma non dovrebbe significare affrontare ogni difficoltà in solitudine.

È questa ambivalenza a rendere il titolo particolarmente significativo. GAMAN non celebra soltanto la capacità di andare avanti, ma mette in discussione l’idea che chi cura gli altri debba essere sempre forte, disponibile e impermeabile al dolore.

Una storia raccontata con discrezione

Il cortometraggio sembra orientarsi verso una rappresentazione non spettacolarizzata della sofferenza. Invece di concentrarsi su immagini esplicite della malattia, il progetto pone l’attenzione sulle conseguenze interiori del lavoro: i silenzi, le abitudini, le pause e i momenti in cui il ruolo professionale lascia spazio alla persona.

Questa scelta può favorire un coinvolgimento più intimo da parte dello spettatore. Il tema non riguarda soltanto il personale sanitario, ma chiunque abbia sperimentato la necessità di assistere qualcuno mentre cercava, nello stesso tempo, di nascondere la propria stanchezza.

 

Perché sostenere il progetto

La raccolta fondi servirà a finanziare la produzione del film, dalle esigenze del set alle fasi successive di lavorazione. Le riprese sono indicate per settembre 2026 e, dopo il completamento, il progetto mira a circolare in festival, scuole, centri culturali e ambienti collegati alla formazione sanitaria.

Il crowdfunding rappresenta quindi il principale strumento attraverso cui una produzione studentesca e indipendente può trasformare un’idea in un’opera compiuta e se due studentesse hanno deciso di indagare un campo come questo, il corpo infermieristico e ostetrico può e deve rispondere presente sostenendo il lavoro delle due studentesse.

Un tema che riguarda tutti

Il punto di partenza di GAMAN è il lavoro infermieristico, ma la domanda che pone è più ampia: come si può restare accanto agli altri senza perdere il contatto con le proprie necessità?

Dare attenzione al benessere di chi opera nella cura significa riconoscere che la competenza professionale non elimina le emozioni. Un cortometraggio non può risolvere il problema del burnout o della sofferenza psicologica nel settore sanitario, ma può contribuire a renderli visibili e a creare uno spazio per parlarne.