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NurSind Piemonte: ''Case di Comunità, i numeri non bastano. La vera riforma è un'altra''

Giuseppe Provinzanodi
Giuseppe Provinzano
Pubblicato il: 07/09/2026

NurSind dal territorioPiemonte

Coppolella (NurSind): "166mila prestazioni non dimostrano da sole il cambio di modello. Misuriamo presa in carico, domiciliarità e accessi evitati al Pronto Soccorso"


di Giuseppe Provinzano

"Centosessantaseimila prestazioni in tre mesi rappresentano certamente un dato importante. Ma quante di queste attività sono realmente nuove e quante, invece, venivano già garantite dai poliambulatori e dai distretti prima di essere ricomprese nelle Case di Comunità? È attorno a questa domanda che il NurSind Piemonte invita a spostare il confronto. Perché la sfida del PNRR non dovrebbe essere quella di cambiare l'insegna alle strutture territoriali, ma di modificare profondamente il modo in cui il cittadino viene seguito, soprattutto quando è anziano, fragile o affetto da patologie croniche".


NurSind: "Case di Comunità, il successo non si misura contando visite e prelievi"

TORINO, 07/09/2026 – Sedici strutture, circa 166mila prestazioni in tre mesi, tra visite specialistiche, attività infermieristiche, prelievi e pratiche amministrative. Il primo bilancio dell'attività delle Case di Comunità dell'ASL Città di Torino restituisce numeri consistenti. Ma per il NurSind Piemonte la quantità delle prestazioni erogate, da sola, non può diventare la misura del successo della nuova assistenza territoriale.

A intervenire è Francesco Coppolella, segretario regionale NurSind Piemonte, che riconosce il lavoro portato avanti ma invita a distinguere tra l'aumento o la concentrazione delle prestazioni e la concreta realizzazione del nuovo modello previsto dalla riforma dell'assistenza territoriale.

"I numeri presentati descrivono, nei fatti, attività e prestazioni che già venivano regolarmente eseguite all'interno dei poliambulatori, nei distretti o nelle strutture sanitarie tradizionali. Spostare fisicamente o ricondurre sotto il nome di Casa di Comunità visite oculistiche, prelievi del sangue o pratiche di sportello non significa, di per sé, aver creato un nuovo modello di assistenza sanitaria", afferma Coppolella.

È questo il punto sul quale il NurSind chiede un cambio di prospettiva. Il PNRR e la riforma dell'assistenza territoriale non puntano semplicemente ad aumentare il numero delle prestazioni ambulatoriali, ma a costruire una rete capace di intercettare precocemente i bisogni, prendere in carico la cronicità, integrare professionisti sanitari e servizi sociali e, soprattutto, portare una quota crescente di assistenza vicino o direttamente a casa del cittadino.

Secondo Coppolella, quindi, per comprendere se le Case di Comunità stiano realmente producendo quel cambiamento occorre affiancare ai volumi di attività indicatori capaci di raccontare gli esiti e la qualità della presa in carico.

"La vera riforma della sanità territoriale e il PNRR non nascono per sommare singole prestazioni ambulatoriali, ma per cambiare radicalmente la gestione della salute sul territorio", sottolinea il segretario regionale NurSind.

Il primo banco di prova riguarda i pazienti cronici. Per il sindacato sarebbe utile conoscere quanti Piani Assistenziali Individualizzati (PAI) siano stati effettivamente attivati attraverso il lavoro congiunto di medici di medicina generale, infermieri di famiglia e comunità e specialisti.

C'è poi il capitolo dell'integrazione sociosanitaria: quanti cittadini con bisogni complessi sono stati realmente intercettati e seguiti congiuntamente dai servizi sanitari e sociali attraverso il Punto Unico di Accesso? E ancora, quanto è cresciuta concretamente l'assistenza domiciliare per anziani, fragili e persone non autosufficienti?

Per il NurSind è proprio la domiciliarità uno degli elementi che possono segnare la distanza tra un poliambulatorio tradizionale e una Casa di Comunità pienamente inserita nel nuovo modello territoriale.

"Dobbiamo sapere qual è stato l'effettivo incremento delle prese in carico a domicilio, attraverso l'ADI e le visite domiciliari dell'Infermiere di Famiglia e Comunità. Bisogna superare la logica della singola prestazione occasionale e costruire una vera continuità assistenziale", continua Coppolella.

Un'altra verifica decisiva riguarda gli ospedali. Se la rete territoriale diventa realmente più forte, uno degli effetti attesi dovrebbe essere la capacità di intercettare una parte dei bisogni prima che arrivino al Pronto Soccorso, in particolare quelli a bassa complessità, oltre a ridurre le ospedalizzazioni potenzialmente evitabili dei pazienti fragili.

Allo stesso modo, secondo il NurSind, occorre capire quanto siano cresciute la sanità d'iniziativa e la telemedicina, verificando il numero di pazienti sottoposti a controlli proattivi e monitoraggio a distanza prima che le condizioni cliniche peggiorino.

Il sindacato, dunque, non contesta il lavoro svolto né il valore delle prestazioni garantite ai cittadini. Chiede però che il giudizio sulle Case di Comunità non si fermi al contatore delle attività erogate.

"Perché le Case di Comunità non rimangano delle "scatole vuote" con un nome diverso, dobbiamo iniziare a misurarne il valore aggiunto reale: la capacità di curare di più e meglio a casa e sul territorio, integrare i professionisti e impedire che il cittadino continui a rincorrere singole visite e servizi", afferma Coppolella.

Il segretario regionale riconosce anche le difficoltà nelle quali il sistema è chiamato a realizzare la trasformazione, a partire dalla carenza di personale dedicato all'assistenza e dal nodo della disponibilità dei medici di medicina generale.

"Siamo ancora lontani dalla riforma che immaginiamo. Riconosciamo l'impegno messo in campo, ma dobbiamo fare i conti con la carenza di personale assistenziale e con l'incognita rappresentata dai medici di medicina generale. È proprio per questo che servono indicatori trasparenti: dobbiamo capire quanto il nuovo modello stia realmente cambiando l'assistenza ai cittadini", conclude Coppolella.

La questione posta dal NurSind Piemonte va dunque oltre il dato delle 166mila prestazioni: la partita delle Case di Comunità si giocherà sulla loro capacità di diventare il luogo della presa in carico e non semplicemente il luogo nel quale vengono erogate prestazioni già esistenti.