Iscriviti alla newsletter

Carceri sovraffollate, infermieri in affanno: la sanità dimenticata dietro le sbarre

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 23/10/2026

Professione e lavoroPunto di VistaSocietà scientifiche

Prendendo spunto da un articolo di Francesca Morelli su Tecnica Ospedaliera, abbiamo ripreso la questione medicina penitenziaria.

 

Il carcere italiano non è più soltanto un luogo di detenzione. Vi si concentrano marginalità sociale, dipendenze, sofferenza psichica e malattie croniche e infettive, e il sistema sanitario che dovrebbe farsene carico procede a velocità diverse da un territorio all'altro. Lo denuncia da tempo Antonio Maria Pagano, direttore della Uoc Tutela Salute Adulti e Minori Area Penale della Asl di Salerno e presidente della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (Simspe).

 

Il primo nodo, per Pagano, è normativo e organizzativo. Il passaggio della sanità penitenziaria al Servizio sanitario nazionale è stato disegnato con il decreto del 2008, ma a distanza di diciotto anni non è stato applicato fino in fondo. In molte aziende sanitarie il settore è tenuto insieme da coordinamenti funzionali, mentre servirebbe una gestione diretta e strutturata, con operatori dedicati in modo esclusivo o prevalente agli istituti. Solo chi lavora ogni giorno in carcere, spiega, può leggere i bisogni reali dei detenuti, cosa che non riesce a una consulenza occasionale. A questo si aggiunge una dinamica delicata: il medico è spesso percepito come parte del sistema restrittivo, e quando il volto cambia di continuo la fiducia si costruisce con difficoltà. Esiste poi un'asimmetria di obiettivi, perché il sanitario tutela la salute mentre il detenuto può avere anche esigenze legate al proprio percorso giudiziario.

 

Il contesto è quello di un sovraffollamento che non si vedeva da anni. Secondo il rapporto di metà anno di Antigone, al 28 luglio 2026 le persone detenute erano 64.741 a fronte di 46.343 posti effettivamente disponibili, con un tasso reale di affollamento del 139,7 per cento. Nello stesso rapporto si legge che il 9,3 per cento dei detenuti ha diagnosi psichiatriche gravi e che ogni cento detenuti sono garantite in media solo 6,5 ore settimanali di psichiatra e 16,6 di psicologo, in calo rispetto all'anno precedente. Nei primi sette mesi dell'anno, inoltre, almeno 38 persone si sono tolte la vita in carcere.

 

Per Pagano questi numeri impongono screening all'ingresso, a partire dalla salute mentale, e una verifica dello stato vaccinale e delle malattie infettive, dall'epatite all'Hiv alla tubercolosi, fino ai controlli sulla pelle, dato che la promiscuità favorisce la scabbia. Sul piano psichico, osserva, più che le patologie conclamate prevale una sofferenza psicologica legata a restrizione e affollamento, fatta di insonnia, irrequietezza e disturbi del comportamento, che se non intercettata può evolvere in depressione o disturbi dell'umore. Per questo ritiene decisivo il ruolo degli psicologi, che dovrebbero lavorare per gruppi omogenei di sofferenza, e chiede un'assistenza psicologica di base stabile e coordinata tra psicologi dell'amministrazione penitenziaria e del Ssn. Pesa anche l'uso di sostanze: in un precedente congresso aveva stimato che oltre il 60 per cento dei detenuti ne faccia uso, contro meno del 50 per cento prima del Covid, con effetti sul controllo degli impulsi e sulla violenza.

 

Altro fronte è quello del personale e delle strutture. Pagano chiede stabilità per gli operatori, un riconoscimento della loro specificità anche sul piano giuridico e, finché il sistema non sarà riordinato, il mantenimento di una forma di tutela penale simile a quella adottata durante l'emergenza Covid. Segnala che i locali sanitari sono stati affidati alle Asl senza i lavori necessari per le visite specialistiche, e il Piano carceri non prevede adeguamenti: così si ricorre alle visite esterne, con rischi anche per i medici. Servono inoltre sezioni sanitarie specializzate, già previste negli accordi in Conferenza Unificata ma ancora poche, soprattutto per i tossicodipendenti, e un piano di odontoiatria sociale preventiva, spesso primo incontro con il dentista nella vita di molti detenuti.

 

Dentro questo quadro rientra anche la questione degli infermieri, che è la meno documentata. Non risultano pubblicati dati nazionali ufficiali sul numero di infermieri per istituto o sul loro rapporto con i detenuti, ed è un aspetto del vuoto informativo denunciato dallo stesso Pagano. Esistono però indicatori indiretti sulla presenza del personale sanitario nel suo insieme. L'osservatorio di Antigone ha rilevato che in 29 delle 85 carceri visitate nell'ultimo anno monitorato la copertura medica nelle ventiquattro ore non era garantita, e secondo l'ultimo rapporto annuale la presenza continuativa di personale sanitario è assicurata soltanto in 65 istituti. Medici e infermieri, osserva la stessa associazione, lavorano in affanno e vedono spesso il carcere come un passaggio nella carriera, preferendo poi impieghi più stabili e meno usuranti.

 

Sulle funzioni, la letteratura descrive un ruolo più ampio di quanto si pensi. L'infermiere penitenziario lavora fuori dal contesto ospedaliero, a contatto quotidiano con detenuti, polizia penitenziaria e altre figure professionali, in un ambiente poco favorevole alla relazione terapeutica. Le sue attività vanno dalla prevenzione alla promozione della salute, dalla cura alla riabilitazione, e nei modelli assistenziali più recenti includono la valutazione e l'accoglienza dei nuovi ingressi con il triage infermieristico. Le revisioni disponibili sottolineano però che la ricerca italiana sul tema è limitata e che servono studi nazionali, un'esigenza che coincide con le richieste di Pagano su formazione specifica, équipe multiprofessionali e raccolta sistematica di dati.

 

Sul piano formativo propone un master professionalizzante in medicina e sanità penitenziaria che unisca competenze cliniche e nozioni giuridiche e penitenziarie, oltre a insegnamenti dedicati nelle scuole di specializzazione e nei corsi di medicina generale. Il lavoro, ricorda, richiede équipe di specialisti diversi, dallo psichiatra all'infettivologo, dal medico legale all'assistente sociale.

 

La proposta di fondo riguarda la governance. Pagano chiede di superare la frammentazione regionale con regole non derogabili e un modello assistenziale unico, e di istituire una cabina di regia nazionale interministeriale. Sulla salute mentale degli autori di reato ricorda che il problema non si riduce ai posti nelle Rems, ma riguarda l'attuazione del percorso di superamento degli Opg, i rapporti tra sanità e magistratura e possibili modifiche al codice di procedura penale. Per i minori dell'area penale, in aumento dopo il decreto Caivano, invoca collaborazione tra giustizia, sanità e welfare anziché risposte puramente repressive.

 

C'è infine il capitolo dei dati. In Italia mancano statistiche solide sulla salute dei detenuti e un sistema informatico dedicato, e l'unico progetto di monitoraggio, parziale, risale al 2014 e ha coinvolto poche regioni. Senza un flusso informativo specifico, che includa anche personale e tipologia delle prestazioni, avverte Pagano, la programmazione resta affidata a valutazioni a sentimento anziché a evidenze. A suo giudizio vanno inoltre considerati i bisogni emergenti: i traumi dei migranti, gli screening oncologici per una popolazione che invecchia, il rischio cardiometabolico legato a sedentarietà e sopravvitto, e il declino cognitivo che può accompagnare la reclusione.

 

Il messaggio, ribadito anche nel convegno nazionale di aprile e nell'intervento per la Giornata della salute mentale, in cui ha invitato a non confondere il disagio comprensibile con la patologia, è che la sanità penitenziaria è sanità pubblica. Se lo Stato non entra negli istituti con politiche di sostegno, avverte, il carcere rischia di restare luogo di esclusione anziché di reinserimento.