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L’infermiere di comunita’: jolly tuttofare o segretario del medico di famiglia?

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La Redazione
Pubblicato il: 06/12/2021

NursingProfessione e lavoro

Di Carola Pulvirenti, infermiera

Fino a poco tempo fa, gli infermieri operanti nel territorio erano quasi invisibili per l’opinione pubblica, ora si legge ovunque che nella medicina territoriale c’è bisogno di infermieri, in particolare dell’Infermiere di Famiglia e di Comunità (IF/C).

 

Fra decreti e position paper, quando si passerà all’azione?

 

I decisori politici descrivono l’infermiere di Comunità come una ‘nuova’ figura sanitaria che va inserita urgentemente per il potenziamento delle cure territoriali. Il Decreto Rilancio, di maggio 2020, ha previsto 9.600 infermieri di famiglia e comunità proprio per l’assistenza territoriale e l’Agenas ne prevede circa il triplo. Tuttavia siamo ormai alla fine del 2021 e risulta in servizio solo il 12% degli IF/C previsti. La carenza di infermieri, nel territorio italiano, è ben nota. Tuttavia, a nostro avviso, l’aspetto più critico della messa in ruolo degli infermieri di famiglia è quello relativo al cambiamento culturale che questa figura porta con se’. Oggi, in Italia, gli stakeholder della salute non sembrano affatto pronti a sfruttare le potenzialità degli infermieri, ne tanto meno ad accettare che questi professionisti abbiano un ruolo cardine nei processi di salute. Tale problematica viene descritta chiaramente in una nota serie televisiva prodotta da Netflix: Virgin River. La trama parla di un’infermiera specializzata in ostetricia che, da un’ospedale di città, si reca a lavorare in  un remoto paese di montagna, e ricopre il ruolo che oggi definiremmo appunto ‘Infermiera di Comunità’.

 

 

Mettere in moto il cambiamento

Come dicevamo, nella realtà sanitaria italiana non sarà facile inserire la figura dell’infermiere di comunità. Gli infermieri, che si lanceranno in questa nuova sfida, saranno chiamati a mettere in atto un radicale cambiamento culturale di tutte le figure che si occupano di medicina territoriale: direttori generali e sanitari delle ASL, medici di famiglia e molti altri. Numerose difficoltà sul tema sono state abilmente rappresentate nella citata serie televisiva Virgin River. Qui il primo scontro, tra l’infermiera di comunità ed il medico di famiglia, avviene in occasione del fatto che l’infermiera sottopone un paziente a visita infermieristica. In quella puntata, il medico di famiglia s’infuria dicendo all’infermiera che, senza il suo permesso, lei non deve visitare pazienti. L’infermiera di comunità risponde: “Se non posso fare ciò per cui sono stata assunta, che cosa vuole che faccia?” ed il medico: “Sistemi l’ufficio, archivi le cose, prepari il caffè.” Sono moltissimi in Italia gli infermieri che si sentono rispondere così da un superiore. Purtroppo c’è scarsa conoscenza riguardo il ruolo di questi professionisti, per cui vengono spesso identificati come dei sottoposti o dei meri esecutori delle indicazioni mediche. Invece il lavoro infermieristico è prevalentemente autonomo, soltanto una parte è collaborativa con gli altri professionisti.

 

 

Situazione attuale fra demansionamento cronico e immaginario comune

In Friuli Venezia Giulia la figura dell’infermiere di comunità è attiva da vent’anni, tuttavia sul sito dell’azienda, questo professionista viene descritto come un infermiere di assistenza ambulatoriale e domiciliare, che si occupa anche di educazione ed informazione sanitaria, integrazione tra servizi sanitari e sociali. Non vengono menzionate tutte le altre attività che sarebbero proprie di questa figura e che non gli permetterebbero di occuparsi a tempo pieno dell’assistenza domiciliare, servizio che dovrebbe essere affidato al Centro Assistenza Domiciliare. Nel resto d’Italia invece il ruolo dell’infermiere di comunità sembra molto lontano dall’essere riconosciuto. In un recente articolo sul tema, la giornalista Adriana Riccomagno, riprende quanto detto da Barbara Mangiacavalli, Presidente della FNOPI, che definisce l’infermiere di comunità come “ un vero jolly dell’assistenza”, un’espressione che ci fa rabbrividire, ma è profondamente vicina alla realtà italiana, dove gli infermieri vengono regolarmente adibiti a mansioni proprie di altre figure professionali.

 

Profilo e potenzialità dell’infermiere di comunità

L'IF/C mette in atto una valutazione dei bisogni di salute della comunità che gli viene affidata. Ha competenze in informatica, data management e telemedicina. Sa reperire informazioni epidemiologiche, pertanto conosce i fattori di rischio prevalenti nel territorio di riferimento. Redige piani di assistenza, attiva consulenze infermieristiche e offre indicazioni su presidi, farmaci da banco e integratori in base alle sue competenze specifiche.  L'IF/C programma la formazione dei caregivers e collabora alla stesura di protocolli e percorsi di salute e prevenzione. Questo infermiere conosce la Rete dei Servizi sanitari e sociali per creare connessioni ed attivare azioni di integrazione orizzontale e verticale tra servizi e professionisti a favore di una risposta sinergica ed efficace al bisogno dei cittadini della comunità.

 

Tanti decreti, leggi e normative: dell’IFC ne parlano tutti, ma chi concretizzerà?

Il Decreto Rilancio, di maggio 2020, ha previsto 9.600 infermieri di famiglia e comunità proprio per l’assistenza territoriale tuttavia oggi è in servizio solo il 12% di essi. L’Agenas, nel suo documento-proposta sul tema, ne prevede circa il triplo. Il documento delle Regioni sul IF/C, e il position statement della FNOPI, chiariscono bene cosa è, cosa non è e quali sono le potenzialità e le peculiarità anche formative, organizzative e collaborative di questa figura. Ma chi deve passare all’azione? Senza dubbio le Aziende Sanitarie potrebbero già avviare un bando per inserire tale figura tra gli infermieri coordinatori. Difatti si tratta di un infermiere con una anzianità professionale e dei titoli universitari successivi alla laurea. Non ci sarebbe bisogno di ulteriori indicazioni per mettere in atto questo cambiamento, è sufficiente il PNRR. Ma con l’immobilismo e la burocrazia del sistema sanitario italiano ci vorranno anni.