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Quando l’Epifania non porta via nulla: lo sfogo di un’infermiera dopo le feste

Giuseppe Provinzanodi
Giuseppe Provinzano
Pubblicato il: 12/01/2026

NurSind dal territorioSicilia

Tra turni massacranti, reparti pieni e personale insufficiente: la voce di Lucia Farruggia, infermiera e dirigente sindacale NurSind, da chi resta in corsia mentre tutto il resto “torna alla normalità”.

Agrigento, 12/01/2026. Quando le feste finiscono e tutto torna “normale”, faccio fatica a capire di quale normalità si stia parlando.
Mi chiamo Lucia Farruggia, sono un’infermiera, dirigente sindacale e RSU NurSind ad Agrigento. Quello che segue non è un’analisi tecnica, né un comunicato: è uno sfogo reale, scritto da chi quelle corsie le attraversa ogni giorno, anche quando fuori tutto sembra fermarsi per festeggiare.

Perché per noi, in ospedale, Natale, Capodanno ed Epifania non hanno mai avuto il sapore di una pausa. Sono solo date segnate in rosso su un calendario che non abbiamo mai potuto seguire davvero.

Il proverbio dice che l’Epifania porta via tutte le feste.
Io, sinceramente, non saprei nemmeno dire quando una festa è iniziata.


Tra dicembre 2025 e i primi giorni del 2026 ho lavorato come sempre: turni lunghi, spesso raddoppiati, colleghi contati, riposi saltati. Reparti pieni, corridoi affollati, pazienti ovunque.
Il Pronto Soccorso sembrava non svuotarsi mai. Influenza, problemi respiratori, accessi che forse avrebbero avuto bisogno di altro tipo di assistenza, ma che finivano lì perché alternative non ce ne sono.

Il 118 veniva chiamato per tutto, anche per ciò che non era un’emergenza.
E noi cercavamo di fare spazio, di correre, di decidere in fretta, sapendo che ogni minuto perso poteva fare la differenza per qualcuno.


La stanchezza fisica si sente, eccome. Ma è quella mentale a fare più male.
Lavorare sapendo che il personale non basta mai, che le ferie sono un lusso e che gli straordinari non sono una scelta ma una necessità, alla lunga ti svuota.

A questo si aggiunge il rapporto con un’utenza sempre più esasperata. Capisco la paura, l’attesa, la rabbia. Ma quando diventi tu il bersaglio, quando ti senti urlare contro o trattare come se fossi responsabile di tutto ciò che non funziona, qualcosa dentro si spezza.

Ci sentiamo schiacciati tra richieste enormi e mezzi insufficienti.
Sempre chiamati a garantire standard altissimi, senza tutele adeguate e senza sentirci davvero sostenuti.


Parlo anche per me, non solo per i colleghi che incontro ogni giorno.
Non è solo una questione di stipendio o di turni massacranti. È la sensazione costante di non essere ascoltati, di non essere riconosciuti, di essere diventati invisibili.

È questo che spinge tanti infermieri ad andarsene o a pensarci ogni giorno. Si perde lentamente il senso di appartenenza, quello che ti faceva restare anche quando era difficile. Non perché “è una missione”, ma perché è un lavoro che richiede competenza, responsabilità e presenza costante.

Un lavoro che dovrebbe essere riconosciuto, rispettato e sostenuto.

Quando il peso ricade sempre e solo su chi è in corsia, la motivazione si consuma.
E restare diventa ogni giorno più faticoso.


Per me, come per tanti altri, queste feste sono state solo un’altra parentesi di emergenza. Lontano dalla famiglia, con il telefono in tasca e il reparto pieno, cercando di fare il meglio possibile in condizioni che migliori non sono.

Questa non è stata un’emergenza natalizia.
È la fotografia di una sanità che vive in emergenza continua.

E finché non si comincerà a prendersi cura davvero di chi cura, non ci sarà Epifania capace di portare via niente.


Lucia Farruggia
Infermiera – RSU e Dirigente Sindacale NurSind, Agrigento