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Congedo paternità paritario . Dalla maggioranza di Governo arriva lo stop

Maria Luisa Astadi
Maria Luisa Asta
Pubblicato il: 26/02/2026

AttualitàGoverno

 

Si ferma alla Camera la proposta di legge sul congedo paritario. Il provvedimento, che puntava a estendere il congedo di paternità fino a cinque mesi, in larga parte obbligatori e retribuiti al 100%, ha incassato il parere negativo della Commissione Bilancio dopo i rilievi della Ragioneria generale dello Stato.

Il motivo è contabile. Secondo la Ragioneria, le coperture finanziarie previste non sono adeguate. In particolare, vengono giudicate «incerte e insufficienti» perché basate su risparmi futuri legati alla rimodulazione dei sussidi ambientalmente dannosi.

I numeri della bocciatura

Il primo articolo della proposta prevedeva un rafforzamento dell’indennità di maternità, portandola all’80% e, per alcune categorie, al 100% della retribuzione. La relazione tecnica del Ministero del Lavoro stimava un costo di circa 521 milioni di euro nel 2026, destinato a salire a 637 milioni annui dal 2035.

Per la Ragioneria, però, la stima non teneva conto delle lavoratrici autonome, rendendo il calcolo incompleto.

Ancora più rilevanti le cifre dell’articolo 2, dedicato al congedo paritario per i padri: 3,18 miliardi di euro nel 2026, fino a 3,87 miliardi annui dal 2035. È soprattutto su questa voce che si è concentrata l’attenzione tecnica, per l’impatto strutturale sulla spesa pubblica.

Da 10 giorni a 5 mesi: cosa prevedeva la riforma

Il cuore del testo era l’introduzione di un congedo di paternità molto più ampio rispetto all’attuale. Oggi il congedo obbligatorio per i padri è di 10 giorni, retribuiti al 100%. La proposta lo avrebbe esteso a cinque mesi, di cui quattro obbligatori e non trasferibili.

Il padre avrebbe potuto assentarsi dal lavoro tra il mese precedente alla data presunta del parto e i 18 mesi successivi. Dieci giorni sarebbero stati da utilizzare subito dopo la nascita insieme alla madre; il resto del periodo anche in modo frazionato.

La misura si sarebbe applicata anche a padri adottivi, affidatari e lavoratori autonomi iscritti alla Gestione separata, con un’indennità calcolata sul mancato fatturato.

L’obiettivo dichiarato era chiaro: redistribuire il carico di cura dentro le famiglie e ridurre l’impatto della maternità sulle carriere femminili, in un Paese con uno dei più bassi tassi di occupazione femminile in Europa.

Il sistema attuale: maternità, paternità e parentale

Oggi il congedo di maternità prevede cinque mesi obbligatori, con un’indennità pari all’80% della retribuzione, erogata dall’INPS e anticipata dal datore di lavoro.

Il congedo di paternità obbligatorio, strutturale dal 2022, è fermo a 10 giorni.

Accanto a questi strumenti esiste il congedo parentale, facoltativo, utilizzabile da entrambi i genitori fino ai 12 anni di vita del figlio, entro un limite complessivo di 11 mesi. Storicamente retribuito al 30%, è stato rafforzato con le ultime leggi di bilancio, ma solo per i lavoratori dipendenti.

Nonostante gli interventi, la distanza nell’utilizzo resta marcata.

I dati INPS: il peso della cura resta sulle donne

Secondo l’ultimo Osservatorio statistico sulle prestazioni a sostegno della famiglia dell’INPS, nel 2024 le lavoratrici dipendenti del settore privato che hanno iniziato a percepire l’indennità di maternità sono state 171.713, in calo del 2,8% rispetto all’anno precedente. Il calo è ancora più evidente tra autonome e lavoratrici domestiche.

Sul fronte maschile, il congedo obbligatorio di paternità ha coinvolto nel 2024 poco meno di 182.000 padri, pari al 64,8% dei potenziali beneficiari. Un dato cresciuto molto rispetto al 2013, quando l’adesione era intorno al 20%, ma ormai stabile.

Il divario emerge con forza nel congedo parentale. Nel 2024 le donne che ne hanno usufruito nel settore privato sono state oltre 289.000, contro 124.000 uomini. Le madri hanno utilizzato in media 53 giornate, più del doppio delle 22 giornate medie dei padri.

Le riforme che hanno aumentato l’indennità hanno spinto più uomini a chiedere il congedo, ma non hanno modificato in modo sostanziale la durata né il divario complessivo. Le madri continuano a concentrare l’uso nei primi anni di vita del figlio, mentre i padri lo utilizzano meno e più tardi.