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Diabete tipo 1, la svolta: pazienti senza insulina grazie alle staminali

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 16/03/2026

Punto di VistaStudi e analisi

 

DIABETE DI TIPO 1

Dalla sopravvivenza alla libertà: ridefinire il successo terapeutico

 

Cos'è il diabete di tipo 1

Il diabete di tipo 1 (T1D) è una malattia autoimmune cronica in cui il sistema immunitario del paziente distrugge erroneamente le cellule beta del pancreas, le uniche in grado di produrre insulina. Senza insulina, il glucosio non può entrare nelle cellule e il corpo non riesce a ricavarne energia: una condizione che, prima della scoperta dell'insulina nel 1921, era rapidamente letale.

Oggi circa 8 milioni di persone nel mondo convivono con questa malattia, che può insorgere a qualunque età. Chi ne è affetto deve misurare la glicemia più volte al giorno, calcolare con precisione le dosi di insulina, fare attenzione a ogni pasto, a ogni attività fisica, a ogni fonte di stress. Una vigilanza costante, senza pause, per tutta la vita.

 

Il messaggio del Lancet: non basta sopravvivere

Il contributo pubblicato su The Lancet dal Prof Lorenzo Piemonti (eminente endocrinologo e ricercatore italiano, Direttore del Diabetes Research Institute (DRI) e dell'Unità di Medicina Rigenerativa e Trapianti presso l'IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano) dal titolo emblematico 'From survival to freedom: redefining success in type 1 diabetes', pone una domanda fondamentale: quanto basta che un paziente con diabete di tipo 1 'sopravviva' ai rischi acuti della malattia? La risposta della comunità scientifica internazionale è chiara: non abbastanza.

Il vero obiettivo della cura moderna deve essere la libertà: libertà dalle continue iniezioni di insulina, libertà dall'ansia delle ipoglicemie notturne, libertà da un carico mentale ed emotivo che pesa ogni giorno. Nonostante i grandi progressi tecnologici degli ultimi anni, la speranza di vita di chi riceve la diagnosi prima dei 10 anni rimane ancora inferiore rispetto alla popolazione generale, e il rischio di complicanze come danni a reni, occhi, nervi e cuore, resta elevato.

L'era delle terapie trasformative è però iniziata con queste principali novità:

  • l'approvazione del teplizumab (il primo farmaco immunologico in grado di ritardare l'esordio clinico della malattia);

  • i sistemi di infusione automatica di insulina ('pancreas artificiale') sempre più sofisticati;

  • il monitoraggio continuo della glicemia e, soprattutto, la nuova frontiera del trapianto di cellule beta prodotte da cellule staminali.

 

La svolta delle staminali e le altre ricerche

Una delle notizie scientifiche più rilevanti del 2025 riguarda lo studio VX-880, condotto dalla società Vertex Pharmaceuticals e pubblicato sul New England Journal of Medicine. La sperimentazione di Fase 1-2 ha coinvolto 14 pazienti con diabete di tipo 1: a 12 dei partecipanti sono state infuse 800 milioni di cellule beta pancreatiche prodotte a partire da cellule staminali pluripotenti di donatori sani.

I risultati sono stati notevoli: tutti i 12 pazienti a dose piena hanno evitato gravi episodi di ipoglicemia e mantenuto livelli di emoglobina glicata al di sotto del 7% (il target raccomandato dalle linee guida internazionali). Soprattutto, 10 pazienti su 12 hanno potuto sospendere completamente l'insulina dopo un anno. Il limite principale rimane la necessità di assumere farmaci immunosoppressori per tutta la vita, per evitare che il sistema immunitario distrugga anche le nuove cellule trapiantate.

"Questa terapia rappresenta un'evoluzione del trapianto di isole pancreatiche. I risultati clinici finora ottenuti sono sovrapponibili a quelli derivanti dal trapianto di isole prelevate da donatori, ma con un vantaggio fondamentale: le cellule possono essere prodotte in quantità teoricamente illimitata e nei tempi e modi desiderati" ha dichiarato il Prof. Lorenzo Piemonti.

Parallelamente, un gruppo di ricercatori dell'Università di Pechino ha riportato il primo caso al mondo di autotrapianto di cellule staminali pluripotenti indotte (iPSC): una paziente di 25 anni ha ricevuto cellule prodotte a partire dalle proprie staminali, riprogrammate geneticamente in cellule pancreatiche. A 75 giorni dall'impianto ha potuto sospendere l'insulina. Un approccio autologo che aprirebbe la strada a terapie senza immunosoppressione, anche se siamo ancora agli stadi iniziali della sperimentazione.

Sul fronte della ricerca di base, un team della Stanford Medicine ha dimostrato (in modelli su cavia) che la combinazione di trapianto di cellule staminali ematopoietiche e cellule pancreatiche può prevenire e invertire il diabete di tipo 1 senza immunosoppressori, grazie alla creazione di un sistema immunitario 'ibrido' tollerante verso le cellule beta trapiantate. Un risultato promettente che dovrà però essere confermato sull'uomo.

 

Il caso italiano: il primo trapianto doppio interamente robotico

Il 10 dicembre 2025, l'Ospedale Niguarda di Milano ha scritto una pagina di storia della chirurgia dei trapianti italiana. Un uomo di circa 50 anni, affetto da una grave forma di diabete da cui era in lista per un trapianto di pancreas dal 2021, aveva sviluppato nel frattempo anche un'insufficienza renale cronica che lo costringeva alla dialisi. L'attesa di due organi si è conclusa con un intervento unico nel suo genere: il primo trapianto combinato di rene e pancreas realizzato in Italia con approccio puramente robotico, senza alcuna fase chirurgica tradizionale.

Il risultato ha superato ogni aspettativa: il paziente è uscito dall'operazione libero dal diabete e dalla dialisi. I nuovi organi hanno preso immediatamente a funzionare, e il paziente è stato dimesso e ha potuto riprendere una vita attiva, senza più insulina e senza più sedute dialitiche.

"I trapianti di organi solidi sono interventi di alta complessità. Il trapianto di pancreas ha un tasso di complicanze vascolari in genere più alto rispetto a quello di altri organi: per questo abbiamo pensato e deciso di adottare una tecnica robotica in tutte le fasi del trapianto combinato. Sulla scorta delle informazioni disponibili, il nostro intervento sarebbe il primo caso in Italia di un approccio puramente robotico” ha dichiarato il Dott. Stefano Di Sandro, Direttore della Chirurgia Epatica e dei Trapianti, Ospedale Niguarda, Milano.

L'operazione è stata resa possibile dalla sinergia di decine di professionisti del Niguarda: la Nefrologia guidata dal dott. Enrico Minetti, la Diabetologia diretta dal dott. Federico Bertuzzi, e l'Anestesia e Rianimazione coordinata dalla dott.ssa Gianpaola Monti. I vantaggi della tecnica robotica sono cicatrici di pochi millimetri, degenza più rapida e riduzione al minimo degli effetti avversi.

"Uno straordinario lavoro di squadra, fondamentale per raggiungere un importante successo della chirurgia dei trapianti. Questo rappresenta un passo avanti tecnico e tecnologico capace di fare da apripista: la prospettiva futura è proprio quella di realizzare quanti più trapianti possibile con questa nuova modalità, portando interventi ad altissima complessità a diventare sempre più mininvasivi, precisi e accurati" prosegue Di Sandro.

Vale la pena ricordare che il primo trapianto di isole pancreatiche in Italia risale al 1989, e che l'IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano ha recentemente pubblicato su The Lancet Diabetes & Endocrinology uno studio ventennale sui risultati del trapianto di isole in pazienti con T1D seguiti dal 2001 al 2023. Dati che confermano il miglioramento della qualità di vita nel lungo termine e forniscono indicazioni preziose per ottimizzare le future terapie cellulari.

 

Le ultime prospettive: prevenire, non solo curare

La ricerca sul diabete di tipo 1 si muove su tre assi principali: prevenzione, gestione e cura definitiva. Sul fronte della prevenzione, il teplizumab, approvato dalla FDA nel 2022, è il primo farmaco immunologico capace di ritardare in media di due anni l'esordio clinico della malattia nelle persone ad alto rischio, preservando la produzione endogena di insulina. Nuove terapie immunitarie mostrano promesse simili.

Sul fronte della gestione, i sistemi di 'pancreas artificiale' (closed-loop) che integrano sensori per la glicemia continua e microinfusori di insulina controllati da algoritmi automatici stanno diventando sempre più accessibili e precisi. Nel 2025 la FDA ha approvato il sensore Dexcom G7 da 15 giorni, il più longevo mai autorizzato e sono arrivate sul mercato nuove piattaforme di infusione automatica.

Sul fronte della cura definitiva, le prossime sfide saranno: sviluppare metodi per impiantare cellule pancreatiche derivate da staminali senza bisogno di immunosoppressori (ad esempio attraverso l'editing genetico per renderle 'invisibili' al sistema immunitario, come nel progetto CRISPR di Sana Biotechnology), e scalare queste terapie affinché diventino accessibili a milioni di pazienti nel mondo.

"Questo studio evidenzia il potenziale del trapianto di isole nel migliorare la qualità della vita dei pazienti con diabete a lungo termine, fornendo al contempo preziose indicazioni per ottimizzare le future terapie cellulari, in particolare quelle basate sul differenziamento delle isole pancreatiche a partire da cellule staminali”, riporta il Prof. Lorenzo Piemonti.

 

La Società Italiana di Diabetologia (SID) accoglie i progressi recenti con ottimismo, ma invita alla prudenza. La presidente Prof.ssa Raffaella Buzzetti ricorda che oggi il 75% dei pazienti con T1D non raggiunge ancora i livelli glicemici raccomandati, con rischi elevati di complicanze a lungo termine. Sul fronte delle nuove terapie cellulari, la SID è chiara: i risultati sono promettenti e storici, ma servono studi su coorti più ampie e follow-up più lunghi prima di una diffusione su larga scala. L'obiettivo condiviso resta uno solo: non gestire la malattia, ma guarirla.