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Viviamo più a lungo, ma manca chi ci cura: il paradosso italiano

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 06/05/2026

Professione e lavoroStudi e analisi

Italia: eccellenza nella longevità, emergenza nella professione infermieristica.

Il Profilo della Sanità 2025 dell’OCSE, presentato oggi al CNEL, conferma primati e contraddizioni del SSN: la più alta speranza di vita dell’UE convive con una carenza strutturale di infermieri che rischia di mettere in crisi l’intero sistema.

La crisi è infermieristica la questione è infermieristica come sosteniamo da tempo, ascoltati si ma senza che nessuno abbia compreso fino in fondo che serve una manovra shock.

 

Il documento in sintesi

Il Country Health Profile 2025 sull’Italia è prodotto nell’ambito dell’iniziativa State of Health in the EU, frutto della collaborazione tra OCSE, Osservatorio Europeo sui Sistemi Sanitari e Commissione Europea. Presentato oggi al CNEL, il rapporto offre una fotografia aggiornata del Servizio Sanitario Nazionale attraverso una serie di indicatori chiave.

I temi affrontati comprendono:

  • Stato di salute della popolazione e longevità: l’Italia raggiunge un’aspettativa di vita di 84,1 anni, la più alta dell’UE insieme alla Svezia.

  • Determinanti comportamentali della salute: sedentarietà, sovrappeso nei bambini, aumento del fumo tra i giovani e alto consumo di antibiotici.

  • Spesa sanitaria e finanziamento del sistema: la spesa si attesta all’8,4% del PIL, sotto la media UE, con una quota privata tra le più alte in Europa (24% out-of-pocket).

  • Accesso alle cure e liste d’attesa: oltre il 7% della popolazione ha rinunciato a cure nel 2023; per le visite cardiologiche differibili solo il 75% delle liste viene smaltita entro 90 giorni anzié 30.

  • Forza lavoro sanitaria: squilibrio strutturale tra medici (5,4 ogni mille abitanti, oltre il 25% sopra la media UE) e infermieri (6,9, oltre il 20% sotto la media).

  • Farmaceutica: modello anomalo con acquisti ospedalieri al 75% della spesa totale (media UE 41%), forte penetrazione dei biosimilari ma scarsa diffusione dei generici nel retail.

  • Disuguaglianze regionali e socioeconomiche: marcate differenze nell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) tra Nord e Sud.

  • Sfide croniche e oncologiche: malattie cardiovascolari e tumori rappresentano oltre metà di tutti i decessi; quasi la metà degli adulti ipertesi non è diagnosticata o non segue terapia.

 

La crisi infermieristica: il nodo strutturale del SSN

Se il rapporto OCSE 2025 conferma primati rassicuranti per l’Italia sul piano della longevità e degli outcome clinici, il capitolo dedicato alla forza lavoro sanitaria racconta una storia ben diversa. La carenza di infermieri emerge come la principale vulnerabilità strutturale del sistema, un divario che non accenna a ridursi e che rischia di compromettere la tenuta del SSN nei prossimi decenni.

 

I numeri del divario

L’Italia conta 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti, un dato superiore di oltre il 20% sotto la media UE di 8,4 e lontanissimo dai benchmark di Germania (13) e Francia (11). Il rapporto infermieri/medici è di appena 1,3, uno dei più bassi dell’intera Unione Europea, a fronte di una media OCSE di 2,5 e di Paesi come Giappone e Stati Uniti che superano il rapporto di 4. Anche i grandi Paesi europei si situano attorno alla media OCSE: la Francia raggiunge 2,3, i Paesi Bassi 2,8.

Il paradosso italiano è evidente: l’Italia dispone di una delle più alte densità di medici d’Europa (5,4 per mille abitanti, il 25% sopra la media UE), eppure presenta una dotazione infermieristica cronicamente insufficiente. Questo squilibrio non è una semplice questione numerica: riflette un modello assistenziale distorto, in cui compiti che altrove vengono delegati all’infermiere restano appannaggio del medico, con un costo umano, organizzativo ed economico considerevole.

 

DATI CHIAVE — INFERMIERI IN ITALIA (OCSE 2025)

  • 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti → oltre il 20% sotto la media UE (8,4).

  • Rapporto infermieri/medici: 1,3 — media OCSE: 2,5 — Germania: >4

  • Retribuzione media infermieri: sotto la media salariale nazionale (media OCSE: +20%).

  • Laureati in infermieristica: meno della metà della media UE

  • Domande vs posti disponibili (a.a. 2025/2026): rapporto sceso a 0,92

  • Meno di 1 studente su 100 aspira a diventare infermiere (media OCSE: 2,1).

 

Il nodo retributivo: pagati meno della media

Il rapporto OCSE mette in luce un ulteriore elemento critico: la retribuzione. Nei Paesi dell’area OCSE, gli infermieri guadagnano mediamente il 20% in più rispetto al salario medio nazionale. In Italia accade l’opposto: gli infermieri percepiscono una retribuzione inferiore o al più pari alla media dei lavoratori a tempo pieno. In termini di potere d’acquisto, si tratta di una perdita secca di competitività rispetto alla media OCSE di oltre il 30%.

Questa condizione retributiva, unita a turni pesanti, rischio di aggressioni, limitate progressioni di carriera e scarso utilizzo delle competenze avanzate, determina una perdita progressiva di attrattività della professione infermieristica, in particolare tra i giovani.

 

Il crollo delle iscrizioni: una crisi nella crisi

Il OCSE segnala una tendenza particolarmente preoccupante sul fronte formativo. Mentre il numero dei laureati in medicina è in aumento, garantendo un ricambio generazionale per quella categoria, i laureati in Scienze Infermieristiche sono crollati a meno della metà della media UE. Secondo le elaborazioni GIMBE, per l’anno accademico 2025/2026 il rapporto tra domande e posti disponibili a Infermieristica è sceso a 0,92: per la prima volta, i candidati non coprono più interamente i posti programmati.

A confermare l’implosione dell’interesse tra i giovani, i dati dell’OCSE mostrano che meno di uno studente diplomato su 100 in Italia aspira a diventare infermiere. La media OCSE è di 2,1, già in calo rispetto al 2,3 del 2018. Giappone e Stati Uniti raggiungono 6-7 aspiranti infermieri ogni 100 diplomati. Un divario generazionale che non lascia presagire nulla di buono per i prossimi anni.

 

Una forza lavoro che invecchia: il rischio pensionamenti

Il problema non è solo il presente, ma soprattutto il futuro prossimo. Il personale sanitario italiano sta invecchiando rapidamente: un medico su tre ha oltre 55 anni, e più del 20% ha superato i 65 anni, uno dei valori più alti in assoluto nell’area OCSE. L’ondata di pensionamenti prevista nei prossimi cinque-dieci anni potrebbe essere devastante se non verrà contemporaneamente potenziata la componente infermieristica. Il rischio concreto è di continuare a “sprecare” medici per compiti che altrove sono da tempo affidati agli infermieri.

 

Il ricorso agli infermieri stranieri: una soluzione tampone

Di fronte alla carenza, l’Italia ha iniziato a ricorrere al reclutamento internazionale. Attualmente un infermiere su 20 ha una formazione estera (5%), metà della media OCSE (9%). È un dato in calo rispetto al 5,8% del 2010, mentre in tutti gli altri Paesi comparabili la percentuale è aumentata: il Regno Unito arriva al 23%, la Germania al 10%.

Negli ultimi tre anni sono stati selezionati e formati oltre 1.000 professionisti sanitari stranieri per l’inserimento in Italia, con Tunisia, India e Paraguay tra i Paesi di provenienza principali, dopo più di 5.000 colloqui svolti all’estero. Tuttavia, il reclutamento internazionale può coprire solo il breve periodo: senza un cambiamento strutturale nell’attrattività della professione, nella formazione e nelle condizioni di lavoro, il divario è destinato ad ampliarsi.

 

Le conseguenze sul sistema: dalla corsia al territorio

La carenza infermieristica si traduce in effetti concreti e misurabili sull’assistenza quotidiana: turni più fragili, dimissioni ospedaliere più lente, servizi territoriali che faticano a decollare, maggiore dipendenza da soluzioni tampone. È un problema che tocca soprattutto il territorio, dove infermieri con competenze avanzate potrebbero garantire continuità di cura, gestione delle cronicità e supporto all’assistenza domiciliare in un Paese che invecchia rapidamente.

Il rapporto ricorda anche che la quota di spesa per l’assistenza a lungo termine in Italia è di appena il 10% della spesa sanitaria totale, a fronte di una media UE del 18%. Una sottodotazione che si spiega in parte con la forte dipendenza dall’assistenza familiare informale, ma che riflette anche l’assenza di un sistema territoriale infermieristico pienamente operativo.

 

Cosa dice l’OCSE: le strade da percorrere

Il rapporto OCSE non si limita a documentare il problema, ma indica con chiarezza le direzioni prioritarie di intervento. La sanità italiana, sottolinea il documento, non può più permettersi di trattare gli infermieri come una risorsa accessoria: sono il fulcro dell’assistenza, la componente che determina la qualità percepita dai cittadini e la tenuta del sistema nei momenti di crisi.

Le priorità indicate sono:

  • Incremento significativo delle retribuzioni infermieristiche, fino ad allinearle almeno alla media salariale nazionale, e progressivamente al benchmark europeo.

  • Potenziamento dell’offerta formativa universitaria in Scienze Infermieristiche, con incentivi mirati ai giovani per invertire il calo delle iscrizioni.

  • Riconoscimento e valorizzazione delle competenze avanzate infermieristiche (infermiere di famiglia, infermiere di comunità, infermiere specialista) sul modello degli altri Paesi UE.

  • Riequilibrio del mix professionale, delegando agli infermieri funzioni oggi impropriamente svolte dai medici, con benefici per l’efficienza dell’intero sistema.

  • Gestione strategica del reclutamento internazionale, ancorata a standard formativi chiari e a politiche di retention efficaci.

  • Utilizzo dei fondi PNRR e dei fondi di coesione UE per modernizzare le infrastrutture e potenziare la forza lavoro sul territorio.

L’Italia si trova davanti a un bivio: da un lato un corpo professionale infermieristico che invecchia, si assottiglia e guarda con crescente interesse all’estero; dall’altro una domanda di salute che cresce con la stessa velocità con cui aumentano le cronicità e l’età media della popolazione. Non si tratta di una semplice questione numerica: è il modello stesso di sanità che rischia di incepparsi se non si riequilibra con urgenza il rapporto tra medici e infermieri, se non si valorizzano competenze che altrove sono già pienamente integrate nella pratica avanzata e nell’assistenza territoriale.