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Oltre la soglia non ce ne stanno più: corsie al collasso e il fallimento che avevamo previsto

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 15/06/2026

Punto di Vista

Pazienti sulle barelle, poco personale, turni massacranti, pronto soccorso che scoppia, reparti sovraffollati ecc. ecc. ecc..

Devo andare avanti? Mi pare che sia chiaro che il tema sia quello della carenza di personale da un lato e del sovraffollamento di reparti, pronto soccorso e servizi dall’altra.

La rassegna racconta in minima parte una situazione che in Sardegna è ormai fuori controllo ma che accomuna centinaia di altri ospedali e città. Una situazione destinata a peggiorare con l’apertura degli ospedali di comunità e delle case della salute, la cui dotazione, al momento, sarà composta dalle stesse persone che oggi lavorano nei poliambulatori, ai quali si è semplicemente cambiato nome.

Un fabbisogno mostruoso di personale previsto dal dm 70 prima e dal dm 77 poi, le cui disposizioni e i fondi pnrr hanno prodotto una forte accelerata dal punto di vista strutturale ma che nulla hanno prodotto in termini di programmazione della esigenza di personale il cui nodo viene oggi al pettine grosso come una rete da pesca ingarbugliata. E nel frattempo cosa succede? Succede quello che i titoli di giornale e le denunce del sindacato testimoniano: pronto soccorso presi d’assalto e reparti stracolmi di pazienti in barella; e gli organici? Sempre gli stessi che in reparto ci siano 10, 20, 30 pazienti e altrettanti in corridoio in barella.

E tutti i discorsi sulla sicurezza, la privacy, l’umanizzazione, il piano assistenziale, il benessere del personale, la cura dei rapporti, il lavoro di squadra e via cantando?

Dire che vadano a farsi benedire è un po’ come assistere impotenti e sbigottiti al genocidio a Gaza: lo vedi ma non puoi farci nulla.

E se a Gaza abbiamo visto che la barbarie non ha limiti, che l’umanità ha una scala di valore inversa, negativa, che la conta dei bambini uccisi non sta dietro alla capacità di calcolo di un computer quantistico, che questo accada senza che nessuno dica basta e ponga un limite, possiamo forse sperare ed immaginare, in questa voluta sproporzione di paragoni che qualcun altro trovi altrettanto urgente dire basta e fissare un limite a quanto si denuncia? Un limite al disastro ospedaliero, un limite fosse anche fisico alla capacità di un reparto di contenere corpi?

Si perché, mi domando, ci sarà un limite scientifico, oggettivo, per lo meno spaziale che definisca quanto materiale umano può contenere un metro quadro di corsia ospedaliera o come le per le manifestazioni di piazza, dobbiamo aspettare che il conto ce lo faccia la questura?

Ci sarà un addetto alla sicurezza che si assuma la responsabilità di dire che oltre una certa soglia non ce ne stanno più? O tornando allo scenario di Gaza e con le dovute proporzioni legate alle cause, il nostro servizio sanitario deve prendere atto della maxiemergenza e come tale semplicemente adeguarsi, così come abbiamo visto fare dal personale sanitario degli ospedali della striscia, in quelle scene terrificanti che mostravano decine di persone giacere ammassate, nella speranza che qualcuno riuscisse ad occuparsi anche del loro corpo?

E’ questo che dobbiamo diventare? E’ questo il prezzo che dobbiamo pagare per essere complici e finanziatori diretti ed indiretti delle guerre in corso che sottraggono risorse ingenti che tanto servirebbero proprio nelle nostre corsie?

Il limite è la questione, quale sia questo limite e chi, quando e come debba stabilirlo. Basterà qualche morto caduto dalla barella? Basterà qualche morto dimenticato in un angolo di pronto soccorso? Basterà qualche morto di lavoro e fatica? Basterà qualche morto in ambulanza o in sala operatoria?

Ehh, sei bravo anche tu, come tutti, a fare l’elenco dei problemi senza proporre soluzioni. E spetta forse a me suggerirne? Non pago già abbastanza tasse per sostenere un apparato che proprio a questi problemi deve pensare o meglio, avrebbe dovuto pensare anni fa’, magari programmando bisogni e necessità prima che le cronache arrivassero a raccontare un tale disastro, senza cogliere gli avvertimenti e i segnali, come un altro Vajont, prima che la “questione infermieristica” diventasse tale?

Le soluzioni le avevate davanti agli occhi tutte e ve le avevamo suggerite quando eravamo ancora in tempo, quando ancora si poteva promuovere e valorizzare la professione e renderla attrattiva, quando la medicina di prossimità avevamo la possibilità di organizzarla per tempo. Le corse di oggi rappresentalo l’esatta misura di un fallimento irrecuperabile con gli strumenti cui si sta pensando; strumenti come palette e secchiello per svuotare il mare.

Sapete che c’è? Dopo 30 anni di servizio sanitario e altrettanti sprecati ad avvisare su cosa stava succedendo prima e cosa sarebbe successo poi, credo di non dovermi giustificare più di nulla, tanto meno di una riflessione come questa che ha il solo scopo di tentare di far aprire gli occhi a chi di dovere e abbia il coraggio di prendere decisioni drastiche.

Perché per quanto mi riguarda vi avviso: se un incidente mentre lavoro dovesse capitarmi, in qualche modo, quei qualcuno me li trascinerò dietro a vedere il cielo da una finestra con le sbarre o al campo santo, in una di quelle tombe buone come bersaglio per le deiezioni di qualche uccello con la diarrea.