Sanità privata, infermieri pagati 500 euro in meno: il caso arriva in Parlamento
Con l’interrogazione a risposta scritta, presentata alla Camera da Luana Zanella e Filiberto Zaratti, il Governo viene sollecitato a intervenire sui contratti della sanità privata accreditata e delle RSA, scaduti rispettivamente da oltre otto e quattordici anni. Al centro del documento il divario retributivo con il settore pubblico, che per gli infermieri raggiungerebbe circa 500 euro al mese, la fuga di personale e la richiesta di subordinare finanziamenti, tariffe e accreditamento al rinnovo dei CCNL.
Contratti scaduti da anni, stipendi più bassi rispetto al Servizio sanitario nazionale e una crescente difficoltà nel trattenere infermieri e altri professionisti. La situazione del personale impiegato nella sanità privata accreditata e nelle Residenze sanitarie assistenziali approda nuovamente in Parlamento con un’interrogazione rivolta ai Ministri della Salute e del Lavoro.
L’atto, presentato da Luana Zanella e Filiberto Zaratti nella seduta della Camera del 23 luglio 2026, richiama l’attenzione sulle condizioni di oltre 300.000 lavoratrici e lavoratori del comparto. Secondo quanto riportato nell’interrogazione, il contratto collettivo nazionale della sanità privata accreditata sarebbe scaduto da più di otto anni, mentre quello applicato al personale delle RSA risulterebbe fermo da oltre quattordici anni.
Una situazione che avrebbe prodotto un progressivo impoverimento delle retribuzioni e delle condizioni di lavoro, ampliando il divario con il personale del settore pubblico proprio mentre le strutture private accreditate continuano a svolgere una parte rilevante dell’assistenza finanziata dal Servizio sanitario nazionale.
Per gli infermieri fino a 500 euro al mese in meno
Il dato più rilevante riguarda il differenziale salariale denunciato dalle organizzazioni sindacali. Per alcune figure professionali, e in particolare per gli infermieri, la distanza rispetto ai colleghi dipendenti delle aziende pubbliche arriverebbe a circa 500 euro mensili.
La differenza non dipenderebbe soltanto dal mancato rinnovo dei contratti, ma anche dal diverso valore degli istituti economici, delle indennità e delle progressioni riconosciute nei due settori. A parità di titolo professionale, responsabilità e attività assistenziale, un infermiere impiegato in una struttura privata accreditata potrebbe quindi percepire una retribuzione significativamente inferiore rispetto a un collega del Servizio sanitario nazionale.
Secondo i promotori dell’interrogazione, questa disparità starebbe alimentando una crescente fuoriuscita di personale dalle strutture private e dalle RSA, con professionisti che sceglierebbero il pubblico, il lavoro autonomo o l’estero alla ricerca di condizioni economiche e organizzative più favorevoli.
La fuga di personale mette a rischio l’assistenza
La questione retributiva non riguarderebbe soltanto la tutela dei lavoratori, ma avrebbe effetti diretti sulla qualità dei servizi erogati. Le strutture private accreditate e le RSA assistono infatti persone anziane, non autosufficienti, pazienti cronici e soggetti con elevati bisogni sanitari e sociosanitari, per i quali la continuità del personale rappresenta un elemento essenziale della presa in carico.
La difficoltà nel trattenere infermieri, operatori sociosanitari e altri professionisti potrebbe tradursi in turni scoperti, aumento dei carichi di lavoro, ricorso frequente a personale temporaneo e riduzione della continuità assistenziale. Nelle RSA, in particolare, la perdita di professionisti esperti rischierebbe di incidere sulla gestione delle cronicità, sulla prevenzione delle complicanze, sulla sicurezza farmacologica e sulla capacità di riconoscere tempestivamente il deterioramento clinico.
Il rischio evidenziato è quello di un circolo vizioso: stipendi poco competitivi determinano dimissioni e carenze di personale, mentre la riduzione degli organici aumenta il carico sugli operatori rimasti, favorendo ulteriori abbandoni.
Strutture finanziate dal pubblico, ma contratti ancora scaduti
Uno dei punti centrali dell’interrogazione riguarda il rapporto tra finanziamento pubblico e responsabilità dei gestori privati. Le strutture accreditate ricevono infatti risorse attraverso il Servizio sanitario nazionale per erogare prestazioni sanitarie e sociosanitarie, ma in molti casi continuerebbero ad applicare contratti scaduti o economicamente meno favorevoli rispetto al comparto pubblico.
Le organizzazioni sindacali chiedono da tempo che il rinnovo e la corretta applicazione dei contratti sottoscritti dalle sigle comparativamente più rappresentative diventino condizioni obbligatorie per ottenere e mantenere l’accreditamento istituzionale.
In altri termini, una struttura che lavora per conto del sistema pubblico e viene remunerata con risorse pubbliche dovrebbe garantire non soltanto determinati standard clinici e organizzativi, ma anche il rispetto di condizioni contrattuali adeguate per il proprio personale.
L’aumento dei DRG dovrebbe essere legato al rinnovo dei contratti
Nel corso del confronto promosso dalla Conferenza delle Regioni sarebbe stata prospettata la possibilità di aumentare i valori dei DRG, cioè le tariffe riconosciute alle strutture per le prestazioni ospedaliere erogate, nell’ambito del cosiddetto decreto PA.
L’interrogazione pone però una questione precisa: l’eventuale aumento delle tariffe sarà vincolato al rinnovo dei contratti oppure le strutture potranno ricevere maggiori risorse senza assumere alcun impegno nei confronti dei lavoratori?
Zanella e Zaratti chiedono al Governo se intenda subordinare l’incremento dei DRG e ogni ulteriore finanziamento pubblico all’effettiva sottoscrizione e applicazione dei CCNL di settore. L’obiettivo sarebbe impedire che le maggiori risorse si traducano esclusivamente in un aumento dei margini economici dei gestori, senza produrre alcun beneficio sulle retribuzioni e sugli organici.
Il tema è particolarmente delicato perché l’adeguamento delle tariffe viene spesso indicato dalle associazioni datoriali come condizione necessaria per sostenere i costi dei rinnovi. I sindacati chiedono però che il passaggio tra maggiori finanziamenti e aumento degli stipendi sia esplicito, verificabile e vincolante.
Accreditamento legato al rispetto del CCNL
Tra le richieste formulate nell’atto parlamentare figura la modifica della disciplina dell’accreditamento istituzionale. Il Governo viene invitato a valutare l’introduzione, tra i requisiti obbligatori per ottenere e conservare l’accreditamento, del rispetto dei contratti collettivi vigenti, del rinnovo di quelli scaduti e del regolare pagamento delle retribuzioni.
Una previsione di questo tipo rafforzerebbe il potere di controllo delle Regioni e delle aziende sanitarie nei confronti delle strutture convenzionate. Il mancato rispetto delle condizioni contrattuali potrebbe non essere più considerato una controversia esclusivamente interna tra impresa e dipendenti, ma diventare un elemento rilevante per la stessa permanenza della struttura nel sistema pubblico.
L’interrogazione suggerisce così un cambio di prospettiva: il trattamento del personale diventerebbe parte integrante della qualità e dell’affidabilità del servizio accreditato, al pari dei requisiti tecnologici, strutturali e assistenziali.
Il caso dell’indennità di vacanza contrattuale
Un ulteriore nodo riguarda il decreto-legge n. 62 del 2026, convertito nella legge n. 112 dello stesso anno. La norma avrebbe introdotto, in caso di mancato rinnovo dei contratti, un meccanismo automatico di tutela salariale pari al 50% della variazione dell’indice dei prezzi al consumo, ma avrebbe escluso il personale della sanità privata accreditata e delle RSA.
Secondo le organizzazioni sindacali richiamate nell’interrogazione, questa esclusione determinerebbe una disparità rispetto agli altri lavoratori e potrebbe persino ridurre la pressione sulle parti datoriali per raggiungere un accordo.
Senza un’indennità di vacanza contrattuale, infatti, il protrarsi della mancata firma non produrrebbe alcun adeguamento automatico delle retribuzioni, lasciando interamente sui dipendenti il peso dell’inflazione e dell’aumento del costo della vita.
I deputati chiedono quindi al Governo se intenda intervenire per estendere anche a questi lavoratori il meccanismo di tutela economica, eliminando quella che viene definita una disparità difficilmente giustificabile.
Quattordici anni senza rinnovo nelle RSA
Particolarmente critica appare la situazione del personale delle RSA, dove il contratto sarebbe scaduto da oltre quattordici anni. Un periodo così lungo avrebbe determinato un progressivo allontanamento delle retribuzioni dai livelli riconosciuti in altri comparti, mentre le responsabilità assistenziali e la complessità dei residenti sarebbero aumentate.
Le RSA accolgono oggi persone sempre più anziane e clinicamente complesse, spesso affette da demenza, disabilità, pluripatologie e bisogni assistenziali continuativi. In questo contesto, gli infermieri sono chiamati a gestire terapie, accessi vascolari, lesioni da pressione, nutrizione artificiale, riacutizzazioni, emergenze e rapporti con familiari e servizi territoriali.
Il mancato rinnovo contrattuale rischierebbe quindi di accentuare una contraddizione evidente: cresce la complessità dell’assistenza, ma non aumenta il riconoscimento economico e professionale di chi la garantisce.
Il Governo chiamato a intervenire
L’interrogazione chiede ai Ministri competenti quali iniziative urgenti intendano assumere per favorire la riapertura e la conclusione delle trattative, superando uno stallo che dura da anni.
Le domande rivolte al Governo riguardano cinque fronti principali: il possibile vincolo tra finanziamenti pubblici e rinnovo dei contratti, la revisione dei requisiti per l’accreditamento, le misure per sbloccare i negoziati, il superamento dell’esclusione dall’indennità di vacanza contrattuale e gli interventi per ridurre il divario salariale tra pubblico e privato.
Trattandosi di un’interrogazione a risposta scritta, i Ministeri della Salute e del Lavoro dovranno fornire una risposta formale, chiarendo se e come intendano intervenire. L’atto parlamentare non produce direttamente modifiche normative, ma porta la questione all’attenzione del Governo e chiede impegni precisi.
Il rischio di un sistema sanitario a due velocità
La vicenda pone un problema più ampio sul funzionamento del sistema sanitario italiano. Pubblico e privato accreditato concorrono entrambi all’erogazione dei livelli essenziali di assistenza, ma i lavoratori possono trovarsi sottoposti a condizioni economiche profondamente differenti pur svolgendo attività analoghe.
Questo squilibrio rischia di generare un sistema a due velocità, nel quale le strutture private diventano sempre meno attrattive per i professionisti e sempre più dipendenti da personale precario, cooperative, liberi professionisti o turni aggiuntivi.
Il divario di circa 500 euro mensili denunciato per gli infermieri non rappresenterebbe quindi soltanto una differenza salariale, ma un fattore capace di spostare interi flussi di personale e compromettere la tenuta di servizi fondamentali.
Finanziamenti pubblici e diritti del lavoro
Il punto politico sollevato dall’interrogazione è chiaro: una struttura che riceve risorse pubbliche per svolgere un servizio di interesse generale dovrebbe essere tenuta a utilizzare una parte di quei finanziamenti per garantire contratti aggiornati, retribuzioni regolari e condizioni di lavoro coerenti con la responsabilità assistenziale richiesta.
L’aumento dei DRG potrebbe offrire le risorse necessarie per sbloccare i rinnovi, ma soltanto un vincolo esplicito consentirebbe di assicurare che il denaro arrivi effettivamente ai lavoratori.
Senza controlli, verifiche e condizioni precise, il rischio denunciato è che l’incremento delle tariffe non riduca il divario retributivo e non migliori gli organici, lasciando immutate le ragioni che spingono infermieri e altri professionisti ad abbandonare il settore.
La risposta del Governo sarà quindi particolarmente attesa, perché dovrà chiarire se la tutela contrattuale del personale verrà considerata un requisito essenziale dell’accreditamento oppure continuerà a dipendere esclusivamente da negoziati che, in alcuni casi, risultano bloccati da oltre un decennio.
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