Iscriviti alla newsletter

Infermieri e mal di schiena: arriva una nuova tecnica mininvasiva contro il dolore

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 30/07/2026

Professione e lavoroStudi e analisi

Chi lavora in corsia conosce bene il mal di schiena come compagno di turno. Sollevare e mobilizzare pazienti, restare per ore chini su letti e barelle, muoversi rapidamente tra stanze e corridoi con carichi da spostare: il lavoro infermieristico sottopone la colonna vertebrale a sollecitazioni ripetute che, nel tempo, la rendono più vulnerabile. La rachialgia, cioè il dolore diffuso lungo il rachide, è da anni considerata una delle patologie professionali più diffuse tra il personale sanitario, ed è anche per questo che una notizia recente riguarda da vicino chi ogni giorno convive con questo tipo di dolore: la disponibilità di una nuova tecnica mininvasiva per una forma specifica di lombalgia cronica.

Come riportato in un articolo pubblicato su insalutenews.it, il mal di schiena non è più soltanto un problema legato all'età avanzata: alterazioni degenerative dei dischi intervertebrali risultano presenti già nel 37% dei ventenni apparentemente sani, una percentuale che supera il 50% tra i trentenni, secondo uno studio della Mayo Clinic pubblicato sulla rivista Spine.

In Italia, il dolore cronico interessa oltre 10 milioni di persone secondo l'Istituto Superiore di Sanità, con un peso che va oltre la spesa sanitaria diretta: giornate lavorative perse, calo di produttività, pensionamenti anticipati e richieste di invalidità. Un dato su tutti rende l'idea della dimensione del fenomeno: secondo uno studio pubblicato su The Lancet basato sui dati del Global Burden of Disease, la lombalgia è responsabile di oltre 60 milioni di anni vissuti con disabilità nel mondo.

Per anni, gran parte di questi pazienti è stata inquadrata in una categoria generica di lombalgia cronica, senza una distinzione più precisa. Il dottor Luca Serra, responsabile dell'Unità Operativa di Chirurgia Vertebrale dell'Ospedale Israelitico di Roma, spiega che la ricerca ha oggi identificato una forma specifica chiamata dolore vertebrogenico, che origina direttamente dall'interno della vertebra e che potrebbe rappresentare una quota significativa dei casi di lombalgia cronica finora classificati in modo indistinto.

Questa condizione è spesso associata a un'usura precoce del disco intervertebrale e a particolari alterazioni ossee visibili alla risonanza magnetica, note come Modic changes: il dolore, in questi casi, non nasce da ernie, artrosi o contratture muscolari, ma da segnali trasmessi da una struttura nervosa specifica, il nervo basivertebrale. La diagnosi richiede quindi una valutazione specialistica e un esame di risonanza magnetica mirato, senza il quale non è possibile stabilire se il paziente possa beneficiare del trattamento.

La novità clinica riguarda proprio l'intervento su questo nervo: una procedura mininvasiva, già disponibile in alcuni centri specializzati come lo stesso Ospedale Israelitico, che attraverso un accesso percutaneo guidato da sistemi di imaging avanzati raggiunge il corpo vertebrale e tratta il nervo basivertebrale mediante radiofrequenza, interrompendo la trasmissione degli stimoli dolorosi. La procedura non comporta fusioni vertebrali, preserva l'anatomia della colonna e consente in genere un recupero rapido, pur restando indicata solo per pazienti accuratamente selezionati dopo un corretto percorso diagnostico.

Per il dottor Serra, la vera novità non è solo la tecnica in sé, ma la possibilità di riconoscere con maggiore precisione l'origine del dolore cronico, offrendo un'opzione mirata prima che il problema comprometta in modo permanente la qualità della vita del paziente, un obiettivo che riguarda da vicino anche chi, come il personale infermieristico, rischia di convivere a lungo con un dolore vertebrale legato al proprio lavoro.

Se il carico fisico dei turni è una delle cause note della rachialgia in corsia, un secondo fattore, spesso meno considerato, riguarda il microclima degli ambienti ospedalieri.

Sale operatorie, terapie intensive, corridoi, ambulatori e stanze di degenza hanno esigenze di temperatura molto diverse tra loro, e chi lavora in ospedale si trova quindi a passare più volte al giorno da un ambiente freddo a uno più caldo, o viceversa: dalla sala operatoria mantenuta a temperature basse per motivi igienici, al corridoio più caldo, fino alla stanza di degenza climatizzata in modo ancora diverso.

Questi sbalzi continui, sommati a una colonna già sollecitata dal lavoro fisico, sono esattamente il tipo di fattore scatenante descritto in un secondo articolo pubblicato su insalutenews.it, dedicato al legame tra aria condizionata, cervicale e mal di schiena.

Il professor Massimiliano Febbi, fisioterapista, osteopata e coordinatore del corso di laurea in Fisioterapia dell'Università di Ostrava a Roma, spiega che il cosiddetto colpo d'aria, nel linguaggio comune, nasconde un fenomeno più complesso dal punto di vista funzionale: lo sbalzo termico può aumentare la risposta di protezione del sistema nervoso, facendo crescere il tono muscolare, non perché il muscolo sia semplicemente contratto, ma perché il corpo sta cercando di proteggere un'area già sensibile.

La comparsa del dolore, quindi, segnala più una ridotta capacità di adattamento che un effetto diretto del freddo, un meccanismo che si ripete con particolare frequenza in chi, per lavoro, attraversa più volte al giorno ambienti climatizzati in modo diverso.

Il collo, spiega ancora Febbi, è tra le zone più esposte: ore trascorse in posture fisse, uso prolungato di dispositivi, stress e movimenti ripetuti possono renderlo meno mobile e più sensibile a un flusso d'aria diretto, favorendo torcicollo, dolore tra collo e spalle, difficoltà nella rotazione della testa e, in alcuni casi, cefalea muscolo-tensiva.

In caso di cervicalgia acuta, l'indicazione è di accompagnare il corpo e non forzarlo, evitando rotazioni ampie o stretching aggressivo a favore di movimenti piccoli e lenti, sempre entro il limite del dolore: ruotare delicatamente la testa, inclinare appena l'orecchio verso la spalla senza tirare con la mano, portare il mento leggermente indietro, sollevare e abbassare le spalle. Anche la zona lombare, osserva Febbi, risente della combinazione tra ore in piedi o in posizioni statiche, stanchezza accumulata e scarsa variabilità del movimento, tipica di chi lavora a lungo in ambienti climatizzati: la colonna vertebrale è progettata per muoversi e distribuire i carichi, e restare troppo a lungo in una stessa posizione la rende più vulnerabile.

Né il riposo assoluto né uno sforzo improvviso rappresentano la risposta corretta: quando i sintomi lo consentono, è utile alzarsi, camminare qualche minuto e cambiare spesso posizione, evitando invece, nella fase acuta, torsioni rapide, sollevamento di carichi, esercizi intensi improvvisati e massaggi troppo energici.

Prevenire non significa rinunciare all'aria condizionata, spesso necessaria anche nei reparti più caldi, ma usarla con equilibrio: evitare il getto diretto su collo e schiena, contenere la differenza tra temperatura interna ed esterna, alzarsi periodicamente e fare pause quando il lavoro lo permette. Se il dolore persiste, limita in modo significativo i movimenti o si accompagna a perdita di forza, formicolio,

febbre o irradiazione a braccia o gambe, è necessaria una valutazione medica specialistica, mentre nei casi ricorrenti, sottolinea Febbi, la valutazione clinica può essere affiancata da strumenti non invasivi come Spine3D, utili per raccogliere dati oggettivi sull'assetto del rachide e seguirne l'evoluzione nel tempo senza l'uso di radiazioni.

La schiena degli infermieri e dei professionisti della salute in genere ha bisogno di attenzione e cura e questi due articoli aprono a risposte avanzate e consigli pratici