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Terremoto in Venezuela: così un'ostetrica italiana ha aiutato donne e bambini

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 28/07/2026

AttualitàCronache sanitarie

Giulia Fantoni, ostetrica italiana dell’Ordine di Pisa, Massa Carrara e Livorno, è stata tra i professionisti partiti per il Venezuela dopo il terremoto del 24 giugno per una missione di assistenza sanitaria rivolta soprattutto a donne e bambini. La sua esperienza mostra in modo concreto come il lavoro dell’ostetrica possa essere decisivo anche fuori dall’ospedale e lontano dal momento del parto, in un contesto segnato da macerie, sfollati e servizi sanitari fragili.

Secondo il racconto diffuso dalla FNOPO, Fantoni è partita il 3 luglio con un volo militare da Pratica di Mare ed è rimasta in Venezuela fino al 12 luglio. Faceva parte di una squadra attivata dalla Protezione Civile nazionale e dalla Regione Toscana, composta da sei sanitari italiani e da otto sanitari italo-venezuelani, con competenze mirate all’area materno-infantile.

Il team ha lavorato in due sedi diverse e ha assistito oltre 800 persone. Una postazione era stata montata accanto all’ospedale San José, reso inagibile dal sisma, mentre l’altra si trovava nella zona rossa di Caraballeda, in un’area di raccolta per i team internazionali. In entrambi i luoghi, la presenza di professionisti con profili diversi ha permesso di affrontare traumi, problemi respiratori dovuti alla polvere, disturbi gastrointestinali, stress post-traumatico e altre condizioni legate a un ambiente privo di servizi essenziali.

Con il passare dei giorni, l’équipe è diventata un punto di riferimento soprattutto per le donne. Molte si sono presentate perché avevano saputo dell’assistenza gratuita, altre perché cercavano semplicemente qualcuno che le ascoltasse, le visitasse e le aiutasse a capire come muoversi in una situazione così difficile. Tra le pazienti c’erano donne in gravidanza con piccoli traumi riportati nella fuga dagli edifici, ma anche donne con problemi uro-ginecologici aggravati dalla vita in condizioni precarie.

Uno dei passaggi più forti del racconto riguarda una donna in gravidanza arrivata in stato di shock dopo aver perso dodici familiari nel terremoto. Formalmente chiedeva un controllo, ma in realtà aveva bisogno prima di tutto di essere accolta e sostenuta. Questo episodio sintetizza bene il senso della missione: in emergenza l’assistenza ostetrica non si limita alla visita clinica, ma include ascolto, orientamento e sostegno emotivo.

Fantoni ha anche descritto la povertà sanitaria preesistente al terremoto. In Venezuela, l’accesso alle cure è spesso a pagamento e ciò rende difficili persino i controlli di base in gravidanza. Nel racconto compaiono donne che non avevano mai fatto un’ecografia, gravidanze iniziate molto precocemente e persino il caso di una giovane di 25 anni che, avendo un contraccettivo sottocutaneo, aveva scoperto solo durante una visita di essere alla trentaquattresima settimana di gravidanza.

La missione italiana conferma quindi il valore dell’ostetrica come figura di frontiera nelle grandi emergenze. Non solo perché si occupa di salute sessuale e riproduttiva, gravidanza e puerperio, ma perché spesso diventa il primo presidio di cura per donne e bambini che vivono trauma, paura e deprivazione.