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Congresso SIAV 2026, dopo il device viene la competenza: 'L’infermiere protagonista della cura'

Maria Luisa Astadi
Maria Luisa Asta
Pubblicato il: 16/09/2026

FormazioneLe intervisteProfessione e lavoro

Dopo l’intervista a Renato Moresco, il viaggio verso il II Congresso Nazionale SIAV prosegue attraverso le voci di chi ne ha costruito il progetto scientifico e organizzativo. Evidenze al posto delle abitudini, preservazione del patrimonio venoso, ricerca infermieristica, multidisciplinarietà e continuità ospedale-territorio sono i temi centrali. E sulla professione arriva un messaggio netto: l’infermiere non è soltanto colui che utilizza o gestisce un accesso vascolare, ma un professionista chiamato a produrre conoscenza, contribuire alle decisioni e guidare l’innovazione.

Dopo il confronto con Renato Moresco, che nella prima parte del nostro approfondimento aveva sintetizzato la filosofia del Congresso in un principio preciso – l'accesso vascolare non è soltanto una procedura, ma parte della cura – il percorso verso il II Congresso Nazionale SIAV prosegue dando voce agli altri protagonisti della costruzione scientifica e organizzativa dell'appuntamento di Vicenza.

E dalle loro risposte emerge un filo conduttore molto chiaro: parlare oggi di accessi vascolari significa andare ben oltre la capacità tecnica di inserire correttamente un dispositivo. Significa scegliere sulla base delle evidenze, preservare il patrimonio venoso, prevenire le complicanze, costruire percorsi che continuino anche dopo la dimissione e, soprattutto, riconoscere le competenze dei professionisti che di quei percorsi sono parte integrante.

Tra questi, l'infermiere assume un ruolo centrale. Non soltanto nella gestione quotidiana dell'accesso vascolare, ma nella ricerca, nella formazione, nell'organizzazione dei team, nella produzione scientifica e nella definizione dei modelli assistenziali. È uno degli elementi che emergono con maggiore forza dalle testimonianze raccolte. 

Mazza: «Le decisioni sull'accesso vascolare si prendano sulle evidenze, non sull'abitudine»

Per il dottor Alberto Mazza, portare a Vicenza il Congresso nazionale assume un significato particolare anche alla luce del percorso compiuto dalla società scientifica, recentemente inserita, come sottolinea Mazza, nell'elenco ministeriale delle società scientifiche e delle associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie.

La scelta di Vicenza, spiega, riconosce inoltre un'esperienza maturata negli anni sul territorio, dove opera un PICC Team che ha già costruito competenze e occasioni di confronto sul tema.

Ma il risultato che Mazza vorrebbe lasciare dopo il Congresso è soprattutto culturale.

«Sul piano scientifico vorrei che restasse una cosa semplice: che le decisioni sull'accesso vascolare si prendano sulle evidenze scientifiche e non sull'abitudine del singolo reparto. Scegliere il dispositivo giusto al momento giusto e saper motivare a chi lo richiede».

Un cambio di paradigma che passa dalla standardizzazione delle indicazioni, dall'impianto ecoguidato, dalla prevenzione delle complicanze e dal monitoraggio, ma che richiede anche di superare una gestione frammentata delle competenze.

«Sul piano professionale – continua Mazza – vorrei che si consolidasse l'idea che l'accesso vascolare è una gestione multidisciplinare, dove medici e infermieri lavorano su un piano di competenza condivisa».

Ed è proprio la rete professionale, secondo Mazza, uno dei valori aggiunti di una società scientifica: «La rete vale più della singola relazione». Il Congresso deve permettere ai professionisti di conoscersi e confrontarsi, ma soprattutto di continuare a collaborare quando, tornati nelle rispettive realtà, si trovano davanti a un caso complesso. 

Dall'impianto al territorio: il catetere non finisce quando viene posizionato

Il ragionamento di Mazza si sposta poi sul piano organizzativo. L'obiettivo dovrebbe essere quello di favorire la diffusione di team strutturati e percorsi definiti dall'ospedale al territorio, perché la storia di un accesso vascolare non termina nel momento in cui il dispositivo viene inserito.

«Un catetere non finisce quando viene impiantato, ma va gestito, sorvegliato e, se serve, rimosso al momento giusto».

Servono quindi procedure, formazione continua e indicatori attraverso i quali valutare la qualità dell'assistenza. Secondo Mazza, le ricadute attese sono estremamente concrete: riduzione delle infezioni, delle trombosi, dei reimpianti, delle giornate di degenza ed un importante risvolto economico con risparmio di risorse e contenimento dei costi.

Una visione che sposta definitivamente l'attenzione dal singolo atto tecnico al percorso complessivo del paziente portatore di accesso vascolare

Maglio: «La professione infermieristica è centrale, fondamentale e insostituibile»

A sottolineare ancora più esplicitamente il ruolo degli infermieri è il dottor Maglio, che assegna alle società scientifiche una responsabilità molto più ampia rispetto alla semplice organizzazione di congressi.

«Oggi una società scientifica ha il dovere di essere molto più di un contenitore di eventi – afferma – deve essere un vero e proprio motore di innovazione, formazione continua, standardizzazione clinica e dialogo».

L'obiettivo di SIAV, nella sua lettura, è contribuire ad abbattere quei silos culturali che hanno a lungo separato le diverse competenze, facendo in modo che l'aggiornamento scientifico produca conseguenze concrete sulla qualità dell'assistenza.

Ed è proprio all'interno di questo modello che Maglio colloca la professione infermieristica:

«La professione infermieristica gioca un ruolo centrale, fondamentale e insostituibile. Gli infermieri non sono solo l'anello di congiunzione tra la tecnologia e la persona, ma detengono un know-how clinico e umano che arricchisce l'intera équipe».

Interprofessionalità e interdisciplinarità, dunque, non possono rimanere dichiarazioni di principio. Devono diventare il modo attraverso il quale vengono costruiti i percorsi assistenziali.

Perché, ricorda Maglio, dietro ogni scelta di protocollo, ogni ago e ogni catetere c'è una persona. E l'integrazione tra medico e infermiere deve tradursi nella capacità di ridurre il dolore, minimizzare i rischi e aumentare comfort e sicurezza

Sinopoli: non basta più trovare una vena, bisogna preservarla

Il dottor Sinopoli individua invece nella preservazione del patrimonio venoso uno dei principali cambiamenti culturali attesi per il futuro.

La scelta del dispositivo e la tecnica di impianto restano fondamentali, ma non possono più essere considerate sufficienti. Appropriatezza, prevenzione e gestione delle complicanze, competenze professionali, organizzazione dei servizi e continuità assistenziale devono essere pensate come parti dello stesso processo.

«Il Congresso vuole segnare un cambio di prospettiva».

La sfida, secondo Sinopoli, sarà passare dall'idea di “trovare una vena disponibile” a quella di considerare il patrimonio venoso del paziente come una vera risorsa clinica da proteggere nel tempo.

Questo significa valutazione precoce, scelta appropriata del dispositivo e strategie capaci di evitare procedure e complicanze non necessarie. L'accesso vascolare del futuro, sostiene, sarà quindi sempre meno identificabile con il singolo device e sempre più con la capacità di progettare il percorso vascolare del paziente lungo l'intera storia di cura.

Anche il confronto internazionale diventa essenziale, perché consente di osservare modelli organizzativi differenti e comprendere come altri sistemi sanitari stiano affrontando l'espansione delle cure fuori dall'ospedale. «Il confronto tra esperienze diverse – sottolinea – ci permette di mettere in discussione i nostri modelli, valorizzare ciò che funziona e anticipare le nuove esigenze». 

Mussa: «È l'infermiere in prima linea a generare le domande di ricerca»

Tra i passaggi più significativi per la professione infermieristica c'è quello proposto dal dottor Baudolino Mussa, che lega direttamente pratica clinica e produzione della conoscenza.

«Negli accessi vascolari la distanza tra ricerca e pratica clinica si è quasi azzerata: è l'infermiere in prima linea a generare le domande di ricerca più rilevanti».

L'esperienza quotidiana, tuttavia, non basta. Mussa sottolinea la necessità di trasformare le osservazioni nate al letto del paziente in ricerca metodologicamente solida, ricordando che l'esperienza da sola produce opinioni mentre, per costruire evidenze affidabili, occorrono studi adeguatamente disegnati.

È anche una questione di sicurezza: un protocollo fondato su prove scientifiche solide tutela paziente e professionista più di una pratica mantenuta soltanto perché tramandata nel tempo.

In questo processo anche l'intelligenza artificiale potrà rappresentare uno strumento utile per analizzare grandi quantità di dati clinici e individuare più rapidamente le aree nelle quali manca evidenza. Ma Mussa pone un confine importante:

«Resta uno strumento: la domanda di ricerca nasce sempre da chi sta al letto del paziente».

«La ricerca infermieristica deve avere uno spazio centrale»

Alla domanda su quale spazio debba avere la ricerca infermieristica, la risposta di Mussa è altrettanto netta: «Deve avere uno spazio centrale».

L'obiettivo deve essere quello di costruire protocolli basati sulle evidenze e ridurre la distanza che talvolta può crearsi tra l'evoluzione delle conoscenze scientifiche e quella delle regole.

È qui che, secondo Mussa, le società scientifiche possono esercitare una funzione determinante, portando l'evidenza nei luoghi nei quali vengono definite le scelte organizzative e regolatorie.

«È un lavoro di dialogo, non di contrapposizione», precisa.

E il messaggio che vorrebbe partisse da Vicenza riguarda direttamente il riconoscimento professionale:

«La competenza infermieristica cresce quando ha strumenti scientifici solidi alle spalle, ed è su quegli strumenti – non sulle etichette – che si costruisce il riconoscimento».

Una frase che porta il tema della valorizzazione infermieristica fuori dalla sola rivendicazione professionale e lo collega alla capacità di produrre, utilizzare e trasferire evidenze nella pratica assistenziale

Tedesco: «L'infermiere non è più soltanto esecutore o fruitore di contenuti»

È il dottor Giovanni Tedesco, infermiere e responsabile scientifico, a spingere ulteriormente il ragionamento sul ruolo della professione.

Partecipare alla responsabilità scientifica di un Congresso nazionale, per Tedesco, non rappresenta soltanto un riconoscimento personale, ma un segnale dell'evoluzione dell'intera professione infermieristica.

«Il ruolo dell'Infermiere Responsabile Scientifico rappresenta un'evoluzione per l'intera professione infermieristica, ponendoci come registi della produzione scientifica stessa».

L'obiettivo, afferma, è superare definitivamente il vecchio modello nel quale l'infermiere viene rappresentato come semplice esecutore o fruitore di contenuti, riconoscendogli invece la maturità scientifica necessaria per partecipare alla produzione della conoscenza e guidare processi di cambiamento e innovazione all'interno del Servizio sanitario nazionale.

È probabilmente uno dei messaggi professionalmente più forti dell'intero confronto: l'infermiere non soltanto applica un protocollo, ma può contribuire a costruirlo, studiarlo, verificarlo e trasferirlo nell'organizzazione

Autonomia, parità intellettuale e capacità manageriali

Tedesco individua anche alcune condizioni necessarie perché la competenza specialistica infermieristica trovi maggiore riconoscimento nelle organizzazioni sanitarie.

Le sintetizza attraverso quattro concetti: autonomia, parità intellettuale, riconoscimento delle capacità manageriali e maggiore peso politico-istituzionale della professione.

Non si tratta, nella sua prospettiva, di rivendicare una separazione dalle altre professioni, ma di permettere alle competenze effettivamente maturate di trovare un corrispondente spazio scientifico, organizzativo e decisionale.

Il tema assume un significato particolare proprio negli accessi vascolari, uno degli ambiti nei quali negli ultimi anni la specializzazione infermieristica ha sviluppato esperienze avanzate e modelli organizzativi dedicati. 

Tezza: il PICC Team porta al Congresso i problemi che incontra ogni giorno

La dimensione scientifica del Congresso nasce però anche dall'esperienza quotidiana.

Riccardo Tezza, infermiere del PICC Team Vicenza e componente della Segreteria scientifica, racconta come una parte importante dei contenuti sia stata costruita proprio a partire dalle criticità incontrate sul campo.

«Abbiamo cercato di portare nel Congresso le situazioni e le criticità che affrontiamo ogni giorno, trasformandole in occasioni di confronto e crescita».

Ancora una volta emerge la volontà di superare una visione esclusivamente tecnica: appropriatezza, sicurezza e formazione diventano parte integrante del programma.

Ma cosa trasforma un insieme di professionisti in una vera squadra?

Per Tezza sono necessari obiettivi condivisi, fiducia, comunicazione e confronto continuo. La competenza individuale diventa realmente utile quando viene messa a disposizione degli altri e si trasforma in responsabilità condivisa.

È su questo terreno che un Vascular Access Team può incidere non soltanto sull'efficienza organizzativa, ma direttamente sulla qualità e sulla sicurezza dell'assistenza. 

Rampazzo: «L'infermiere non svolge soltanto una procedura tecnica»

Lo stesso concetto viene sviluppato dalla coordinatrice Alessandra Rampazzo, PICC Team Vicenza e Segreteria scientifica, che pone l'accento sulla crescita collettiva.

«La competenza del singolo diventa realmente un valore quando viene condivisa con il gruppo».

Investire sulla formazione di un singolo professionista non è quindi sufficiente se quella conoscenza rimane isolata. Servono confronto, formazione continua e condivisione delle esperienze, affinché l'intero team possa diventare progressivamente più competente e omogeneo.

Ma è soprattutto nella risposta sul futuro della specializzazione infermieristica che Rampazzo sintetizza uno dei messaggi destinati a partire da Vicenza:

«Negli accessi vascolari l'infermiere non svolge soltanto una procedura tecnica, ma contribuisce alla scelta, alla gestione, alla prevenzione delle complicanze, alla formazione e alla sicurezza».

Il passaggio è sostanziale. L'inserimento del dispositivo rappresenta soltanto una parte di un processo molto più ampio, nel quale la competenza infermieristica può intervenire dalla valutazione alla gestione, fino alla prevenzione degli eventi avversi e alla formazione degli altri professionisti.

«Il futuro – conclude Rampazzo – è valorizzare queste competenze all'interno dei percorsi assistenziali e delle organizzazioni sanitarie». 

Da Vicenza un messaggio che va oltre gli accessi vascolari

Mettendo insieme le diverse voci, emerge una visione che va oltre il tema specialistico del Congresso.

Mazza chiede di sostituire l'abitudine con l'evidenza e di costruire percorsi capaci di accompagnare il paziente dall'ospedale al territorio. Maglio individua nell'interprofessionalità e nel contributo infermieristico elementi imprescindibili. Sinopoli invita a proteggere il patrimonio venoso nel tempo, superando la logica della semplice disponibilità di una vena. Mussa porta la ricerca infermieristica al centro della produzione delle evidenze. Tedesco rivendica il passaggio dell'infermiere da esecutore a protagonista della produzione scientifica. Tezza e Rampazzo mostrano infine come la specializzazione trovi la propria forza quando la competenza individuale diventa patrimonio del team. 

È la naturale prosecuzione del messaggio affidato da Renato Moresco alla prima parte del nostro viaggio verso il Congresso: l'accesso vascolare non è soltanto una procedura, è parte della cura.

Questa seconda parte aggiunge però un tassello: se l'accesso vascolare è parte della cura, la competenza necessaria per sceglierlo, impiantarlo, gestirlo, sorvegliarlo e preservare il patrimonio venoso del paziente non può essere considerata una semplice abilità tecnica.

Per la professione infermieristica significa spostare ulteriormente il confine: dall'esecuzione alla decisione, dalla pratica alla ricerca, dalla formazione individuale alla crescita dei team, dalla competenza specialistica al suo riconoscimento dentro le organizzazioni.

Ed è forse questo uno dei messaggi più forti che Vicenza vuole consegnare al futuro degli accessi vascolari: la qualità non nasce dal singolo dispositivo, ma dalla qualità delle decisioni, delle evidenze e delle competenze che accompagnano il paziente lungo tutto il percorso di cura.