Infermieri, piano UE su carenza: organico sicuro, carichi di lavoro e professione usurante
La relazione Fourlas-Razza porta al Parlamento europeo un piano strutturale per affrontare la crisi della forza lavoro sanitaria: almeno un milione di operatori in più nel ciclo 2028-2034, standard sugli organici sicuri, possibile definizione di rapporti infermieri/pazienti, riconoscimento delle professioni sanitarie come usuranti, incentivi contro i deserti sanitari e maggiori tutele per salute mentale, riposi e condizioni di lavoro. Il documento è stato depositato l’11 giugno 2026 ed è ancora nell’iter parlamentare.
La carenza di infermieri, medici e altri professionisti sanitari non è più soltanto un problema di reclutamento. Quando gli organici diventano insufficienti, a essere messi sotto pressione sono la sicurezza delle cure, l’accesso ai servizi, le liste d’attesa, la continuità assistenziale e la capacità stessa dei sistemi sanitari di reggere alle crisi.
È da questa impostazione che prende le mosse la relazione “An EU health workforce crisis plan: sustainability of healthcare systems and employment and working conditions in the healthcare sector”, elaborata dai relatori Loucas Fourlas e Ruggero Razza nell'ambito della procedura congiunta delle commissioni Occupazione e affari sociali (EMPL) e Sanità pubblica (SANT) del Parlamento europeo. Il documento A10-0168/2026 è stato depositato l’11 giugno 2026.
Il dossier allegato sintetizza la portata della proposta con un cambio di prospettiva preciso: la crisi del personale sanitario viene trattata come un problema che riguarda contemporaneamente sicurezza dei pazienti, accesso alle cure, coesione territoriale, condizioni di lavoro e resilienza strategica dell’Europa.
E al centro della relazione compare un obiettivo numerico particolarmente ambizioso: incrementare di almeno un milione di unità la forza lavoro sanitaria europea nel periodo finanziario 2028-2034.
In Europa mancano già 1,2 milioni di professionisti
I numeri richiamati dal documento spiegano perché la questione sia arrivata all'attenzione del Parlamento europeo.
Nel 2022 nell'Unione europea si stimava una carenza di circa 1,2 milioni di medici, infermieri e ostetricherispetto al personale necessario per raggiungere una copertura sanitaria universale. Il settore sanitario figura inoltre stabilmente fra quelli maggiormente interessati dalle carenze di manodopera negli Stati membri.
Il dossier richiama anche una previsione di 950 mila operatori sanitari mancanti entro il 2030 e, nella parte motivazionale, una stima superiore ai quattro milioni riferita però al più ampio insieme degli operatori sanitari e assistenziali.
I due numeri, come correttamente precisa lo stesso documento, non devono essere sovrapposti, perché derivano da fonti e perimetri differenti.
Alla carenza attuale si aggiunge poi l'invecchiamento della forza lavoro: il 30% dei medici europei e il 18% degli infermieri ha almeno 55 anni. In dodici Stati membri, già nel 2022, la percentuale dei medici con almeno 55 anni raggiungeva il 40%.
Il problema, quindi, non riguarda soltanto quanti professionisti mancano oggi, ma quanti potrebbero lasciare i sistemi sanitari nei prossimi anni e quanti giovani saranno disponibili a sostituirli.
La proposta più forte: almeno un milione di operatori in più
È probabilmente il passaggio destinato ad avere maggiore impatto.
La relazione chiede una strategia europea globale e di lungo periodo per il personale sanitario, indicando come obiettivo un aumento della forza lavoro di almeno un milione di operatori nel Quadro finanziario pluriennale 2028-2034.
Non si tratterebbe, nelle intenzioni dei relatori, di una semplice campagna di assunzioni.
La strategia dovrebbe accompagnare l'intero percorso professionale: dalla formazione all'ingresso nel mercato del lavoro, passando per assunzione, condizioni lavorative, carriera, aggiornamento delle competenze, permanenza nel sistema, mobilità e programmazione del fabbisogno.
La Commissione dovrebbe inoltre monitorare le carenze professione per professione e territorio per territorio.
È questo uno degli elementi più interessanti della relazione: spostare la gestione della carenza da una risposta emergenziale, spesso affidata ai singoli sistemi sanitari, verso una programmazione europea strutturale della forza lavoro.
Organici sicuri: entra in gioco anche il rapporto infermieri-pazienti
Per gli infermieri, uno dei capitoli più significativi è quello dedicato agli organici sicuri.
La relazione propone la definizione di principi comuni europei sullo staffing, chiedendo una raccomandazione del Consiglio e invitando a valutare anche la necessità di un quadro obbligatorio che comprenda controlli sui carichi di lavoro e sui rapporti medici/pazienti e infermieri/pazienti.
Gli Stati membri vengono inoltre invitati a prendere in considerazione soglie minime e parametri di sicurezza, insieme a tempi di consultazione sufficienti a consentire una corretta valutazione clinica.
Per la professione infermieristica la relazione avanza inoltre una proposta specifica: sviluppare uno strumento europeo standardizzato per misurare il carico di lavoro, prendendo come riferimento sistemi validati come il Nursing Activity Score.
Il significato politico-organizzativo è rilevante: l'insufficienza dell'organico viene collegata esplicitamente al rischio professionale e alla sicurezza del paziente, e non considerata soltanto un problema gestionale.
Professioni sanitarie riconosciute come usuranti
Altro passaggio di particolare interesse per infermieri e professionisti sanitari è la richiesta agli Stati membri di riconoscere formalmente le professioni sanitarie come usuranti e particolarmente impegnative.
La relazione collega questo riconoscimento a una serie di condizioni concrete: retribuzioni adeguate alle competenze e alle responsabilità, maggiore stabilità occupazionale, rispetto dell'orario di lavoro, limitazione dei turni notturni consecutivi e dei turni eccessivamente lunghi, riposo effettivo, tutela della salute fisica e mentale e contrasto alla precarietà.
Il dossier richiama, in questo contesto, un dato significativo: un medico su quattro e un infermiere su dieci lavorerebbero oltre 50 ore alla settimana.
Non si tratta, va precisato, del riconoscimento automatico in tutti gli ordinamenti nazionali della qualifica di lavoro usurante: la relazione chiede agli Stati membri di procedere in questa direzione. È una proposta politica contenuta nel documento europeo, non una norma già direttamente applicabile ai lavoratori italiani.
Burnout: non più un problema individuale, ma organizzativo
Uno dei passaggi più forti riguarda la salute mentale di chi cura.
Secondo i dati OMS riportati nella relazione, un operatore sanitario su tre riferisce depressione o ansia e uno su dieci pensieri suicidi o comportamenti autolesionistici. Il documento richiama inoltre un'elevata prevalenza di disturbi muscoloscheletrici tra gli infermieri e livelli molto alti di burnout in alcuni ambiti professionali.
Ma la relazione compie un ulteriore passaggio.
La tutela della salute mentale del personale dovrebbe diventare un vero e proprio indicatore di performance della dirigenza sanitaria. Questo significherebbe non valutare un manager esclusivamente sulla capacità di raggiungere obiettivi economici, produttivi e di attività, ma anche sulla capacità dell'organizzazione di proteggere il benessere psicologico dei lavoratori.
È un cambio di impostazione significativo: il burnout viene sottratto alla sola dimensione individuale e ricondotto anche alle condizioni nelle quali il professionista è chiamato a lavorare.
Tirocini sostenuti e un Erasmus dedicato alla sanità
La relazione guarda anche alla generazione chiamata a sostituire i professionisti che nei prossimi anni andranno in pensione.
Tra le proposte compare il sostegno finanziario ai tirocini degli studenti di medicina e delle altre professioni sanitarie, insieme a strumenti capaci di accompagnare economicamente il percorso di studi e le attività cliniche.
Per giovani medici e specializzandi vengono richiesti retribuzione equa, riposi protetti, copertura previdenziale, tutela della genitorialità, supervisione e tutoraggio.
Il principio indicato dal dossier è particolarmente chiaro: gli studenti non dovrebbero essere utilizzati per coprire i vuoti di organico.
Accanto a queste misure compare anche l'idea di creare un vero “Erasmus sanitario”, specificamente dedicato agli istituti di istruzione e formazione delle professioni della salute, con programmi transnazionali e interdisciplinari.
Deserti sanitari: incentivi per lavorare dove il personale non arriva
Una media nazionale può nascondere differenze territoriali enormi.
È il problema dei cosiddetti “deserti sanitari”: territori rurali, montani, insulari, periferici, ultraperiferici o scarsamente popolati nei quali diventa sempre più difficile reclutare e trattenere professionisti.
La risposta proposta dalla relazione non è esclusivamente economica. Accanto agli incentivi per chi accetta di lavorare nelle aree scarsamente servite vengono ipotizzati programmi abitativi, borse di studio, opportunità professionali e di carriera, telemedicina e valorizzazione dei servizi sanitari di prossimità. Per realtà caratterizzate da forti squilibri territoriali, comprese le aree insulari, il tema assume una rilevanza particolare.
Intelligenza artificiale sì, ma per liberare tempo ai professionisti
Anche digitalizzazione e intelligenza artificiale entrano nel piano, ma con un'impostazione precisa.
Secondo la relazione, le tecnologie possono contribuire a ridurre gli adempimenti amministrativi, migliorare l'organizzazione e l'accessibilità dei servizi e liberare tempo professionale, consentendo a medici e infermieri di dedicarsi maggiormente all'attività clinico-assistenziale.
Il principio indicato nel dossier è però netto: la tecnologia deve integrare il lavoro umano, non sostituirlo. L'innovazione dovrebbe quindi procedere insieme alla formazione digitale del personale e alla revisione dei processi organizzativi.
Il 78% del personale sanitario europeo è costituito da donne
La crisi della forza lavoro ha anche una marcata dimensione di genere.
Le donne rappresentano circa il 78% del personale sanitario europeo e, in circa metà degli Stati membri, costituiscono oltre il 90% degli infermieri. Nonostante questa presenza, il documento richiama persistenti differenze nelle retribuzioni, minori opportunità di carriera e una maggiore esposizione a violenza e molestie. Da qui le proposte riguardanti conciliazione tra lavoro e famiglia, servizi per l'infanzia, tutela della maternità, contrasto alla discriminazione e alla violenza e sostegno al rientro professionale.
La sanità come investimento, non soltanto come costo
La relazione Fourlas-Razza arriva infine al nodo delle risorse.
Propone di coordinare maggiormente strumenti come EU4Health, Orizzonte Europa, fondi strutturali, Erasmus+, Europa digitale, FSE+ e politica di coesione, orientandoli verso formazione, reclutamento, mantenimento del personale, innovazione e territori in maggiore difficoltà.
Il documento esprime inoltre preoccupazione per l'assenza di una specifica linea sanitaria nella proposta del Quadro finanziario pluriennale post-2027 e chiede risorse europee prevedibili e dedicate alla salute. Arriva anche a proporre di valutare la possibilità di proteggere gli investimenti sanitari dalle misure di austerità, pur nel rispetto della disciplina di bilancio, della trasparenza e del controllo sull'efficacia della spesa.
La filosofia complessiva è quella di considerare sanità e personale sanitario come infrastrutture strategiche dell'Europa, non semplicemente come capitoli di spesa.
Dieci proposte, un unico cambio di prospettiva
La sintesi grafica contenuta a pagina 6 del dossier rende immediatamente visibile l'architettura del piano: un milione di operatori in più, strategia europea sul personale, organici sicuri, professioni usuranti, tutele per giovani e specializzandi, Erasmus sanitario, contrasto ai deserti sanitari, salute mentale, bilancio europeo per la salute e riconoscimento della sanità come investimento strategico.
Il filo che tiene insieme queste proposte è però uno solo: l'Europa rischia di avere sempre più bisogno di cure proprio mentre diminuiscono le persone disponibili a garantirle.
L'invecchiamento della popolazione aumenta la domanda di assistenza, mentre quello dei professionisti riduce progressivamente l'offerta; nel frattempo burnout, precarietà, condizioni di lavoro difficili e carenze territorialipossono accelerare l'uscita degli operatori dai sistemi sanitari.
Per questo la relazione Fourlas-Razza prova a spostare il dibattito dalla semplice gestione delle carenze alla programmazione della capacità sanitaria europea.
E per gli infermieri alcuni passaggi sono particolarmente rilevanti: organici sicuri, misurazione del carico di lavoro, possibili parametri infermiere/paziente, riconoscimento del carattere usurante della professione, tutela del riposo e della salute mentale e investimenti per trattenere i professionisti nel sistema.
Resta però fondamentale distinguere la portata politica del documento dalla sua efficacia normativa: si tratta di una relazione di iniziativa propria del Parlamento europeo e, al 18 settembre 2026, l'iter risulta ancora in corso. Non introduce quindi oggi nuovi rapporti infermiere/paziente, non riconosce automaticamente in Italia la professione infermieristica come usurante e non determina direttamente un milione di nuove assunzioni. Indica, piuttosto, la direzione che i relatori chiedono all'Unione europea e agli Stati membri di assumere per affrontare strutturalmente la crisi del personale sanitario.
di