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TFS, lo Stato trattiene la buonuscita dei dipendenti pubblici: la Consulta attende risposte

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 12/10/2026

Previdenza

Per i dipendenti pubblici che vanno in pensione, la buonuscita resta un'attesa lunga e frammentata. Ora il tema pesa sulla prossima legge di bilancio, che il governo deve presentare entro il 20 ottobre.

Ne avevamo già parlato. Con l'ordinanza n. 25 del 5 marzo 2026 la Corte costituzionale ha rinviato la decisione al 14 gennaio 2027 e ha sollecitato il governo a rimuovere il problema costituzionale. I giudici non hanno dichiarato subito l'illegittimità, ma hanno osservato che quel percorso graduale ma completo di eliminazione dei tempi di attesa, chiesto già nel 2019 e nel 2023, non è stato avviato in modo sostanziale. Secondo la Corte, una dichiarazione immediata di illegittimità avrebbe un impatto molto rilevante sulle finanze pubbliche. Per questo ha dato al legislatore il tempo di intervenire. Nel testo dell'ordinanza si parla di una riforma che riporti i pagamenti alla loro scansione fisiologica entro un orizzonte definito e ragionevole, distribuendo su più esercizi l'effetto di cassa.

 

La Consulta ha giudicato insufficiente anche l'ultimo intervento. La riduzione del termine, osservano i giudici, ha accorciato solo in misura esigua i tempi di erogazione e vale dal 2027. Si tratta del passaggio da dodici a nove mesi per la prima rata, previsto dalla legge di bilancio 2026. L'Inps ne ha chiarito l'applicazione con la circolare n. 30 del 2026. Resta però il resto del meccanismo. Fino a 50mila euro lordi la somma viene pagata in un'unica soluzione, tra 50 e 100mila in due rate e oltre i 100mila in tre, distanziate di un anno l'una dall'altra. Un esempio: un insegnante con 80mila euro lordi riceverebbe 50mila euro dopo nove mesi e i restanti 30mila un anno più tardi.

 

Il problema è il costo. Secondo l'Inps, eliminare soltanto il differimento iniziale costerebbe 4,2 miliardi, abolire la rateizzazione 11,6 miliardi, cancellare entrambi i meccanismi 15,6 miliardi. Non è una spesa nuova in senso stretto: sono somme già dovute ai lavoratori, che lo Stato dovrebbe però anticipare come cassa. E arrivano in un autunno già complicato: il Documento programmatico di finanza pubblica prevede per le sole pensioni circa 15 miliardi di spesa in più, in gran parte per adeguare gli assegni all'inflazione.

 

Il governo, secondo quanto filtra, non pensa a un intervento di quella portata. Secondo una indiscrezione, l'Inps e la Ragioneria generale dello Stato starebbero lavorando a una soluzione che non supera i 500-600 milioni di euro. Il condizionale è d'obbligo: non c'è un testo ufficiale. Secondo quanto riportato da Repubblica, l'esecutivo valuterebbe di distribuire l'impatto su più anni. Finché la manovra non sarà pubblicata, per chi va in pensione nel 2027 valgono le regole già scritte.

 

Il nodo politico è quindi chiaro. Una norma tampone da qualche centinaio di milioni potrebbe non bastare a convincere i giudici, mentre una riforma piena in un solo anno è fuori portata per i conti pubblici. La strada più credibile è un calendario pluriennale con coperture certe. Il testo della manovra, atteso nei prossimi giorni, dirà se il governo vuole imboccarla o rinviare ancora, esponendosi a una sentenza che potrebbe decidere al suo posto.