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Dalle fratture alle lesioni ai nervi. Sono 112 mila le infermiere aggredite negli ospedali nel 2022

Maria Luisa Astadi
Maria Luisa Asta
Pubblicato il: 27/12/2022

AttualitàCronache sanitarie

La Legge 14 agosto 2020, n. 113 - Disposizioni in materia di sicurezza per gli esercenti le professioni sanitarie e socio-sanitarie nell’esercizio delle loro funzioni-  appare essere un vero fallimento. Dopo un’iniziale soddisfazione per il risultato raggiunto, oggi, alla luce dei dati sulle aggressioni subite dagli operatori sanitari, nel solo ultimo anno, l’inutilità del provvedimento appare chiaro.

Secondo i dati forniti dalla FNOPI, le aggressioni al personale sanitario proseguono – e anzi, stando alle testimonianze raccolte – peggiorano. A subirle sono spesso le donne.

Secondo il Conto annuale Igop – Ragioneria generale dello Stato – sono oltre 442.000 quelle che lavorano con contratto a tempo indeterminato nel Servizio sanitario nazionale: quasi il 69% del personale complessivo. Lo ha sottolineato la Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. La categoria che registra il dato più alto di violenza sulle donne è proprio quella degli infermieri, considerato che il78% del personale è femminile. Ci sono poi i dati sommersi, che la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche ha cercato di ricostruire con il contributo di otto università nella ricerca Cease-It (Violence Against Nurses in the Work Place). Il 32,3% degli infermieri (quasi 130mila persone) dichiara di aver subito un episodio di violenza verbale e/o fisica negli ultimi 12 mesi. Per quanto riguarda le donne, ogni anno ne sono colpite in 112mila e per quasi 34miladi loro si tratta di violenza fisica.

A livello globale le conseguenze sono per il 32% escoriazioni, abrasioni, fratture e lesioni dei nervi periferici. Nei casi estremi si arriva all’invalidità. La principale conseguenza psicologica è invece il burnout, che colpisce il 10,8% degli infermieri vittime di attacchi. 

Ad essere più colpite, sono quindi le donne, soprattutto le più giovani. Anche se la maggior parte delle violenze avvengono all’interno dei pronto soccorso, la violenza è presente anche nei reparti o negli ambulatori.

A scatenare le aggressioni, sono spesso, le lunghe attese e la carenza di personale, ma non solo. Le persone chiedono risposte che faticano a trovare, perché spesso il problema non è esclusivamente sanitario, ma di carattere sociale, sottolinea la FNOPI - che chiede che il Pnrr identifichi percorsi integrati fra bisogni sociali e bisogni socio-sanitari.

Le conseguenze delle aggressioni non sono solo quelle che subisce il personale sanitario, ma la violenza è anche un costo: dagli 11 ai 30 milioni di euro all’anno, che servono per curare gli operatori colpiti, tamponare le assenze sul posto di lavoro, affrontare la sequela di trauma che rimane.

Non solo infermiere… il caso delle Ostetriche

La Società italiana di scienze ostetrico ginecologiche neonatali (Syrio) ha condotto un sondaggio su un campione di 270 ostetriche: il fenomeno delle aggressioni è presente nel 75% dei casi. Per la grande maggioranza sono insulti (80%) e minacce (67%). I contesti principali sono la sala parto (56%), l’unità operativa Ostetricia (44%) e il Pronto soccorso ostetrico-ginecologico (35%).