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INPS: bonus e assegni non bastano, il lavoro delle donne resta più fragile

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 21/07/2026

Comunicati StampaProfessione e lavoroStudi e analisi

Il XXV Rapporto annuale dell'INPS, presentato il 9 luglio 2026 nella Sala della Regina di Montecitorio dal presidente Gabriele Fava, alla presenza del Questore della Camera Paolo Trancassini e della ministra del Lavoro Marina Calderone, conferma un allarme che gli osservatori del mercato del lavoro segnalano da tempo: gli incentivi economici, da soli, non bastano a colmare gli ostacoli strutturali che tengono le donne italiane fuori dal mercato del lavoro o le confinano in condizioni di lavoro precarie e sottopagate.

 

Cosa dice davvero il Rapporto

Il documento fotografa un'Italia con l'occupazione ai massimi storici, il tasso di occupazione ha superato stabilmente il 63% e gli assicurati INPS hanno raggiunto quota 27,2 milioni, un record segnato da un divario di genere ancora molto ampio: 71,6% il tasso di occupazione maschile, 54,4% quello femminile, con una distanza di circa 17 punti percentuali che si riduce solo lentamente nel tempo.

Il punto più delicato riguarda proprio l'efficacia degli strumenti di sostegno. Secondo quanto emerso dalla presentazione, misure economiche come l'Assegno Unico e Universale e altri bonus alla natalità rischiano paradossalmente di allontanare le donne dal mercato del lavoro, perché non intervengono sulle cause reali dell'esclusione ovvero il costo e la disponibilità dei servizi di cura, l'organizzazione del lavoro, la distribuzione del carico familiare. Funzionano meglio, invece, gli strumenti che agiscono sui servizi: il Bonus Asilo Nido, il cui utilizzo è passato dal 4% del 2017 a oltre il 35% nel 2025, aumenterebbe di circa il 6% le probabilità delle madri di trovare o mantenere un impiego, mentre il lavoro da remoto ridurrebbe fino all'87% la cosiddetta "child penalty", la penalizzazione lavorativa legata alla maternità.

Il presidente Fava ha inquadrato la questione in una prospettiva più ampia, legando la tenuta del sistema previdenziale alla qualità del lavoro presente: se il lavoro è debole, ha affermato, la previdenza sarà fragile, e se giovani e donne restano ai margini il sistema perde base contributiva e coesione sociale. Sulla stessa linea la ministra Calderone, che ha descritto il lavoro come il fondamento primario della dignità delle persone, oltre che della libertà e della sostenibilità del Paese.

Le conseguenze di questo squilibrio si misurano anche sulle pensioni: le donne rappresentano il 51% dei 16,4 milioni di pensionati censiti dall'INPS, ma percepiscono solo il 44% del reddito pensionistico complessivo, con un assegno medio inferiore di circa un terzo rispetto a quello maschile. Alla base c'è uno scarto contributivo che nel 2025 supera le 300 settimane, quasi sei anni di contributi in meno rispetto agli uomini, conseguenza diretta di carriere più discontinue, part-time involontario e periodi dedicati alla cura familiare.

 

Il caso della sanità: un settore "rosa" ma fragile

È proprio nel comparto sanitario e assistenziale che le criticità strutturali segnalate dal Rapporto si manifestano con particolare intensità. I dati sul Terzo settore raccolti dall'INPS insieme alla Fondazione Terzjus, presentati nell'ambito del Rapporto, mostrano che le donne rappresentano quasi il 73% della forza lavoro complessiva, con le percentuali più alte proprio nei settori dell'istruzione e, soprattutto, della sanità e assistenza sociale. Solo il macro-comparto salute-assistenza raccoglie oltre 480mila occupati, pari al 56,1% del totale del settore.

Ma l'alta presenza femminile in sanità non si traduce in condizioni di lavoro solide: il part-time, spesso non scelto ma subìto, riguarda quasi l'80% delle lavoratrici del comparto, un dato che testimonia come la componente "rosa" del settore sia anche quella più esposta a carriere frammentate, minori giornate retribuite e, di conseguenza, pensioni più basse. È lo stesso meccanismo, part-time involontario, discontinuità contributiva, doppio carico di cura che il Rapporto individua come motore principale del divario pensionistico nazionale, qui amplificato da un settore che notoriamente convive con turni impegnativi e organici sotto pressione.

 

Non solo trasferimenti: la lezione del Rapporto

Il messaggio che attraversa il XXV Rapporto, dunque, è coerente con l'allarme richiamato in apertura: senza interventi sui fattori strutturali (servizi per l'infanzia, flessibilità organizzativa, redistribuzione del lavoro di cura, contrasto al part-time involontario) le sole misure di sostegno economico rischiano di avere un impatto limitato, se non controproducente, sulla permanenza delle donne nel mercato del lavoro. Per un comparto come quello sanitario, dove la componente femminile è maggioritaria ma strutturalmente più fragile, la sfida indicata dall'INPS assume un rilievo particolare: garantire non solo occupazione, ma occupazione di qualità, continuativa e adeguatamente retribuita, condizione necessaria, ricorda il presidente Fava, perché "la pensione non inizia il giorno in cui una persona lascia il lavoro", ma si costruisce fin dal primo contratto.