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Congedo di paternità. Ecco quanti giorni spettano ai padri in Europa: Italia ultima per durata

Maria Luisa Astadi
Maria Luisa Asta
Pubblicato il: 02/03/2026

AttualitàCronache sanitarie

 

Dieci giorni contro sedici settimane. Dieci contro quindici. Dieci contro novanta. Il confronto tra l’Italia e gran parte d’Europa sul congedo di paternità è netto. E dietro questa distanza non c’è solo una differenza normativa. C’è un modello sociale.

In Italia il padre ha diritto a 10 giorni lavorativi obbligatori, retribuiti al 100 per cento, da utilizzare tra i due mesi prima e i cinque mesi dopo la nascita. È quanto prevede il decreto legislativo 151 del 2001, modificato nel 2022 per recepire la direttiva europea sull’equilibrio vita-lavoro.

Il minimo previsto dall’Unione europea è rispettato. Nulla di più.

Il confronto europeo

In Spagna il congedo per i padri è di 16 settimane obbligatorie e retribuite al 100 per cento, identiche a quelle delle madri. È un diritto individuale, non trasferibile.

In Norvegia circa 15 settimane sono riservate esclusivamente al padre. Se non le utilizza, si perdono.

In Svezia 90 giorni sono non trasferibili al padre all’interno di un sistema complessivo molto più ampio.

La Francia è passata nel 2021 a 25 giorni, il Portogallo arriva a 28 giorni obbligatori.

L’Italia resta tra i Paesi con la durata più breve in Europa occidentale.

Il nodo vero: chi si occupa della cura

Il punto non è solo il numero dei giorni. È cosa succede dopo.

Secondo i dati ISTAT più recenti sull’uso del tempo, in Italia le donne dedicano in media circa 5 ore al giorno al lavoro non retribuito (cura, casa, assistenza), contro poco più di 2 ore degli uomini. Il divario resta tra i più alti in Europa.

Quando nasce un figlio, questa distanza si allarga.

I dati sul mercato del lavoro lo confermano:

  • Il tasso di occupazione femminile in Italia è intorno al 52–53 per cento, contro oltre il 70 per cento maschile.

  • Tra le madri con figli piccoli, l’occupazione cala sensibilmente rispetto alle donne senza figli.

  • Oltre il 70 per cento dei part-time è svolto da donne.

  • Una quota significativa di part-time femminile è involontaria o legata a esigenze familiari.

C’è poi il dato più duro: secondo le relazioni annuali dell’Ispettorato nazionale del lavoro, migliaia di donne ogni anno si dimettono nel primo anno di vita del figlio. Le motivazioni dichiarate sono quasi sempre legate alla difficoltà di conciliare lavoro e cura, all’assenza di servizi o alla rigidità degli orari.

Le dimissioni dei padri, nello stesso periodo, sono una minoranza.

Dieci giorni non cambiano l’equilibrio

Con un congedo paterno di dieci giorni, la dinamica è quasi automatica: la madre resta a casa per mesi, il padre rientra rapidamente al lavoro. La gestione della cura si struttura fin dall’inizio in modo asimmetrico.

Nei Paesi dove il congedo paterno è lungo e non trasferibile, l’effetto è diverso. Studi europei mostrano che quando i padri trascorrono più tempo a casa nei primi mesi:

  • aumenta la loro partecipazione alla cura anche negli anni successivi

  • si riduce il rischio di interruzioni lunghe per le madri

  • migliora la stabilità occupazionale femminile

In Spagna, dopo l’equiparazione dei congedi, si è registrato un forte aumento dell’utilizzo maschile e una redistribuzione più equilibrata del tempo di cura nei primi mesi di vita del bambino.

In Italia, invece, il sistema continua a essere costruito intorno alla madre come figura principale della cura.

Il costo nascosto

Le conseguenze sono strutturali:

  • carriere femminili più frammentate

  • minori retribuzioni nel tempo

  • pensioni più basse

  • maggiore dipendenza economica

Il cosiddetto “motherhood penalty”, la penalizzazione salariale legata alla maternità, in Italia resta significativa. Le donne con figli hanno tassi di occupazione più bassi e maggior rischio di uscita dal mercato del lavoro rispetto agli uomini con figli, che spesso non subiscono alcuna penalizzazione.

Se la natalità è in calo e il lavoro femminile resta tra i più bassi d’Europa, il congedo di paternità non è un dettaglio tecnico. È uno strumento di politica economica e sociale.

Dieci giorni rispettano la soglia minima europea. Ma non incidono davvero sull’organizzazione della cura.

Finché il tempo concesso ai padri resterà simbolico, la responsabilità quotidiana continuerà a gravare soprattutto sulle donne. E l’Italia continuerà a muoversi in coda all’Europa, non solo nelle classifiche dei congedi, ma anche in quelle sull’occupazione femminile e sulla parità di genere.