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Autosufficienza trasfusionale raggiunta non ancora per plasma derivati

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 13/03/2026

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Il sistema trasfusionale italiano garantisce sicurezza e continuità, ma plasma e plasmaderivati restano sfide strategiche per autosufficienza, sostenibilità e resilienza.

E’ quanto descrive Luciana Teofili, Direttore generale del Centro Nazionale Sangue, intervenendo su Panorama della Sanità.

 

Il sistema trasfusionale italiano, grazie alla generosità di 1,67 milioni di donatori, garantisce ogni anno oltre tre milioni di trasfusioni di globuli rossi ed altri emocomponenti, per oltre 640.000 pazienti. Il sistema si fonda sul principio della solidarietà, in cui la donazione è volontaria, anonima e non remunerata. E il profondo valore etico della donazione garantisce qualità e sicurezza per i riceventi.

Il sistema trasfusionale, come lo conosciamo oggi, nasce dalla legge 219 del 21 ottobre 2005 che appena pochi mesi fa ha celebrato i suoi 20 anni di vita, ma che appare sempre estremamente moderna. La legge 219 ribadisce il valore della donazione come atto solidaristico e ha voluto dare un ruolo istituzionale alle associazioni di donatori volontari: Avis, Croce Rossa Italiana, Fidas e Fratres, che, lavorando in sinergia con le Strutture Regionali di Coordinamento, concorrono a perseguire l’autosufficienza trasfusionale per i nostri pazienti. Istituito proprio dalla Legge 219, il Centro Nazionale Sangue (Cns) esercita un ruolo di coordinamento e garantisce con le società scientifiche Simti e Sidem il perimetro di qualità e sicurezza in cui la terapia trasfusionale deve muoversi. Quindi non è solo questione di quante donazioni e trasfusioni sono state fatte, ma piuttosto quanti pazienti sono stati trattati evitando trasfusioni evitabili, riducendo tutti i possibili rischi connessi e garantendo appropriatezza, efficacia e sicurezza di ogni singolo atto trasfusionale. In un mondo in cui le conoscenze scientifiche si evolvono rapidamente, questo lavoro di coordinamento impone attenzione e competenza, ma anche capacità di cambiamento.

L’autosufficienza in materia trasfusionale è ormai un dato di fatto in quanto il sistema riesce a coprire le necessità del Paese di globuli rossi. Sporadicamente, nei mesi estivi o in coincidenza con il picco di diffusione dell’influenza, è necessario trasferire unità dalle aree ad alta produzione e basso consumo, come quelle del nord Italia, a quelle dove il consumo è maggiore per una più massiccia presenza di pazienti affetti da emoglobinopatie. Attraverso il monitoraggio continuo ed un efficace coordinamento tra le varie Regioni, il Cns lavora per garantire a questi pazienti un supporto costante. Un altro esempio della capacità di adattamento del sistema è rappresentato dalla gestione delle attività di raccolta anche durante le epidemie estive di virus come Dengue, Chikungunya e West Nile, che ormai sempre più spesso coinvolgono il nostro paese. Nonostante queste epidemie, il sistema appare robusto, garantendo gli abituali elevati standard di qualità e di sicurezza.

Se l’obiettivo dei globuli rossi è stato raggiunto, è però oggi fondamentale che il sistema continui ad investire per raggiungere l’obiettivo del plasma. La raccolta di plasma è un elemento strategico per la produzione di plasmaderivati, farmaci salvavita come le immunoglobuline e i fattori della coagulazione. La donazione di plasma più “efficace” si fa utilizzando l’aferesi, attraverso un separatore cellulare che restituisce al donatore la parte cellulata del sangue trattenendo il plasma. La plasmaferesi non è particolarmente impegnativa “fisicamente”, tanto che il plasma si può donare molto più spesso dei globuli rossi, ma richiede un po’ più di tempo.

Sebbene la raccolta di plasma in Italia aumenti ogni anno, il plasma donato non basta a coprire la domanda di plasmaderivati dei nostri pazienti. Per questo motivo, il sistema sanitario nazionale è costretto ad acquistarli sul mercato internazionale. Le conseguenze sono diverse. In primo luogo, si genera una dipendenza dal mercato che può rappresentare un rischio: per esempio, negli Stati Uniti, principale esportatore mondiale, durante il Covid si sono registrate difficoltà nella raccolta, con conseguente carenza di plasmaderivati, che ha rischiato di avere ripercussioni a livello mondiale. In secondo luogo, l’approvvigionamento di plasmaderivati dal mercato internazionale è sicuramente più costoso. E infine, cosa non del tutto in linea con i principi del nostro sistema, nei paesi esportatori di plasmaderivati la donazione è retribuita e non solidaristica.

Il plasma raccolto nel nostro sistema è in crescita continua, e ha ormai superato di gran lunga la soglia delle 900 tonnellate annue. Ma, assieme alla raccolta, cresce anche la domanda, specie per le immunoglobuline. È quindi fondamentale che venga fatta più informazione sulla necessità di plasma come sorgente critica per la produzione di plasmaderivati e che la plasmaferesi venga proposta in modo più capillare ai nostri donatori. Spiegare ai giovani quanto una scelta individuale di solidarietà possa avere ripercussioni vitali per i pazienti è tra l’altro necessario per garantire il ricambio generazionale dei donatori. In questa direzione Il Cns ed il Ministero della Salute stanno promuovendo una campagna di comunicazione nel mondo delle università. Altro elemento indispensabile è l’appropriatezza dell’utilizzo dei plasmaderivati ed il Cns sta coordinando un’azione di monitoraggio su territorio nazionale in questo ambito.

L’ultima sfida è infine rappresentata dal Nuovo Regolamento Europeo sulle Sostanze di Origine Umana, a cui anche il nostro paese dovrà adeguarsi entro agosto 2027. In realtà è una grande opportunità per l’armonizzazione con gli altri Stati europei, per l’apertura alla ricerca e all’innovazione, per la possibilità di costruire un sistema europeo capace di resilienza e assistenza reciproca anche a fronte di possibili nuove sfide. L’estate del 2027 in realtà è dietro l’angolo e stiamo lavorando con impegno ed entusiasmo per farci trovare pronti.