9 marzo: dalla pandemia alla guerra, quando a morire sono sempre i sanitari
Il 9 marzo di sei anni fa l’Italia si fermava. Le strade vuote, i reparti pieni, le ambulanze che correvano nella notte. Il lockdown nazionale deciso dal governo segnava uno dei momenti più drammatici della storia recente del Paese. In quei mesi il sistema sanitario resisteva grazie soprattutto a medici e infermieri che lavoravano senza tregua, spesso senza protezioni adeguate. Molti di loro non tornarono a casa.
Oggi, a distanza di sei anni, un altro scenario mostra la stessa verità: quando il mondo entra in crisi, i sanitari sono tra i primi a pagare il prezzo più alto. Non più per un virus, ma per le guerre.
Il monitoraggio internazionale sugli attacchi alla sanità mostra dati impressionanti. In Ucraina, dall’inizio della guerra nel 2022, sono stati registrati oltre 1.600 attacchi contro ospedali e strutture sanitarie. Più di 170 professionisti sanitari hanno perso la vita e oltre 300 sono rimasti feriti, molti dei quali infermieri.
Anche nella Striscia di Gaza il bilancio è devastante. Secondo le stime del sistema internazionale coordinato dalle agenzie delle Nazioni Unite e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), più di mille operatori sanitari sono stati uccisi dall’inizio delle operazioni militari. Circa il 70% delle strutture ospedaliere risulta oggi parzialmente o totalmente non operativo.
La guerra però non uccide solo quando colpisce direttamente un ospedale o un’ambulanza. La distruzione della sanitàproduce una catena di conseguenze che spesso provoca più vittime indirette dei combattimenti stessi.
Quando un ospedale viene distrutto, quando le forniture mediche si interrompono e il personale sanitario diminuisce, interi sistemi di cura rischiano di collassare. A pagarne il prezzo più alto sono quasi sempre i più fragili: malati cronici, pazienti oncologici, bambini e anziani che si ritrovano improvvisamente senza assistenza.
Nel Medio Oriente l’escalation militare sta già generando nuovi spostamenti di massa. Migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case: oltre centomila sfollati solo nella capitale iraniana Teheran e più di sessantamila in Libano. Secondo le stime dell’OMS, fino a un milione di persone potrebbe essere costretto a fuggire dal sud del Libano se il conflitto dovesse intensificarsi ulteriormente.
Anche la rete internazionale di aiuti sanitari sta subendo rallentamenti pesanti. Il Global Health Emergencies Logistics Hub delle Nazioni Unite, con sede a Dubai e punto nevralgico per la gestione delle emergenze sanitarie globali, ha dovuto sospendere temporaneamente alcune operazioni a causa dell’insicurezza nella regione.
Il risultato è che forniture umanitarie per circa 18 milioni di dollari sono rimaste bloccate, insieme ad altri 8 milioni di dollari di materiali medici essenziali.
La crisi logistica riguarda più di cinquanta richieste di forniture sanitarie urgenti provenienti da venticinque Paesi. Tra queste risultano fermi anche sei milioni di dollari di medicinali destinati a Gaza e materiali di laboratorio per la sorveglianza della poliomielite per un valore di 1,6 milioni di dollari.
Nelle guerre moderne la sanità è diventata uno dei settori più colpiti. Non solo perché gli ospedali sono infrastrutture fragili, ma perché distruggere la capacità di cura significa indebolire un’intera società.
Gli infermieri rappresentano la componente più numerosa della sanità e sono quasi sempre in prima linea. Sono loro a restare nei reparti quando mancano i farmaci, quando l’elettricità si interrompe, quando i bombardamenti si avvicinano.
Il 9 marzo 2020 il mondo ha scoperto quanto il sistema sanitario fosse fragile. Sei anni dopo, le guerre ricordano la stessa lezione: quando tutto crolla, a restare accanto ai pazienti sono sempre gli stessi. E troppo spesso sono anche i primi a cadere.
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