Tirocini non pagati, scoppia la protesta degli studenti infermieri
Il sistema sanitario si regge spesso sulle spalle di chi sta ancora imparando, ma la corda sembra vicina a spezzarsi. In questi giorni, una coalizione composta da sedici associazioni studentesche, guidata dal sindacato studentesco dell’Università dell’Essex, una contea situata a est di Londra, nell’Inghilterra orientale, ha lanciato un appello accorato al governo affinché venga finalmente introdotta una retribuzione per gli studenti di infermieristica durante i loro periodi di tirocinio. La questione non è solo economica, ma riguarda la dignità e la salute stessa di chi, per completare il proprio corso di laurea, deve garantire almeno 2.300 ore di servizio pratico negli ospedali senza ricevere un salario.
Le testimonianze raccolte delineano un quadro di profondo sfinimento fisico e psicologico. Chloe Jeffrey, rappresentante sindacale dell’Università dell’Essex e promotrice della campagna, descrive la realtà quotidiana di giovani che affrontano turni di dodici ore fianco a fianco con il personale strutturato, erogando prestazioni assistenziali di base ma venendo trattati, di fatto, come manodopera a basso costo. Oltre alla fatica del reparto, questi studenti devono farsi carico di costi vivi non indifferenti: dalle tasse universitarie che sfiorano le 10.000 sterline annue alle spese per i trasporti, fino ai costi per l’acquisto e il lavaggio delle divise. Per molti di loro, la scelta è drammatica: accettare turni di lavoro extra a chiamata per sopravvivere, sottraendo tempo prezioso allo studio e agli affetti.
Emblematico è il caso di Phoebe Duggan, studentessa al secondo anno che si trova a gestire un incastro quasi impossibile tra lo studio, il tirocinio e ben due lavori part-time, uno dei quali come camionista. Per Phoebe, e per molti colleghi che sono anche genitori single, la settimana lavorativa può arrivare a toccare le 70 ore, un carico che mette a dura prova la tenuta mentale. Questa pressione costante crea un circolo vizioso in cui gli studenti sono costretti a scegliere tra il rendimento accademico e la necessità di pagare le bollette, con il rischio concreto che la qualità della loro formazione ne risenta proprio quando dovrebbero concentrarsi sull’apprendimento delle competenze cliniche.
Il Royal College of Nursing, per voce della direttrice esecutiva Patricia Marquis, ha definito la situazione degli studenti come il sintomo di un sistema di finanziamento fallimentare. Secondo Marquis, è inaccettabile che gli studenti vengano utilizzati come “tappabuchi” per sostenere servizi sanitari cronicamente sotto organico, anziché essere supportati nel loro percorso formativo. La mobilitazione sta crescendo e culminerà in una settimana di azioni sindacali a partire dall’11 maggio prossimo, con l’obiettivo di scuotere le coscienze politiche.
Dall’altro lato, il Ministero della Salute e dell’Assistenza Sociale prova a gettare acqua sul fuoco ricordando le misure già in atto. Un portavoce governativo ha sottolineato come siano già previste borse di studio a fondo perduto da 5.000 sterline per gli studenti idonei, oltre a sussidi per coprire le spese di assistenza all’infanzia e i costi di trasporto. Il governo dichiara di voler inserire la risoluzione di questi ostacoli finanziari all’interno di un piano strategico decennale, riconoscendo il valore dei tirocinanti nei team clinici. Tuttavia, per chi oggi si trova a scegliere tra un turno in ospedale e una lezione universitaria, le promesse a lungo termine potrebbero non essere sufficienti a colmare il vuoto di un presente segnato da stress e precarietà.
La situazione rimane tesa: mentre il governo punta sui sussidi esistenti, gli studenti chiedono un cambiamento strutturale che riconosca il tirocinio come vero e proprio lavoro. Riuscirà il sistema sanitario a garantire un futuro ai suoi infermieri senza esaurirli prima ancora della laurea?
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