Piano pandemico 2025-2029: cosa prevede tra sorveglianza, scorte e risposta
Manca solo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale ma
GAUDIUM MAGNUM NUNTIO VOBIS l'Italia ha un nuovo piano pandemico.
A cinque anni dall'inizio del Covid e tre anni dalla fine dello stato d'emergenza, la Conferenza Stato-Regioni approva il Piano 2025-2029. Un documento da 300 pagine che segna una svolta nel metodo, ma lascia aperti interrogativi cruciali sulle scorte, sul personale e sulle diseguaglianze territoriali.
Giovedì 30 aprile 2026, la Conferenza Stato-Regioni ha dato il via libera al nuovo Piano pandemico nazionale 2025-2029. Il documento, oltre 300 pagine di strategie operative, è il risultato di un lungo e travagliato percorso durato quasi due anni: la prima bozza era stata inviata in Conferenza Stato-Regioni già nell'estate 2025, ma aveva ricevuto obiezioni dalle Regioni e dettaglio non secondario, una lettera critica della Ragioneria Generale dello Stato sulle coperture economiche. Solo oggi è arrivata l'intesa definitiva.
Il Piano in sintesi
Copertura: 2025-2029 (subentra al PanFlu 2021-2023, scaduto).
Finanziamento: 50 mln (2025), 150 mln (2026), 300 mln/anno dal 2027
5 obiettivi: ridurre mortalità, coordinamento, tutela SSN, protezione operatori, comunicazione.
Esteso a tutti i patogeni respiratori (non più solo influenzale).
Il Piano, tecnicamente denominato "Piano strategico operativo di preparazione e risposta a una pandemia da patogeni a trasmissione respiratoria a maggiore potenziale pandemico 2025-2029", subentrerà al precedente PanFlu 2021-2023, scaduto ormai da oltre due anni. La pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana seguirà nei prossimi giorni, dopo le consuete procedure di registrazione, e costituirà il momento formale dell'entrata in vigore. Il piano finanzia le attività retroattivamente a partire dal 2025, con risorse già stanziate dalla legge di bilancio dello scorso anno.
Un cambio di paradigma: dai singoli patogeni ai virus respiratori
La novità più rilevante sul piano scientifico e strategico è il superamento dell'approccio "patogeno-specifico". Il vecchio piano si concentrava sulla pandemia influenzale; il nuovo abbraccia tutti i patogeni a trasmissione respiratoria con potenziale pandemico, dai Coronavirus ai virus influenzali, dal Monkeypox al virus respiratorio sinciziale (RSV), in linea con le raccomandazioni che l'OMS ha pubblicato nel 2023 nel documento PRET (Preparedness and Resilience for Emerging Threats). Viene introdotto un sistema a fasi, preparazione, allerta, risposta, con una sorveglianza epidemiologica rafforzata: la rete RespiVirNet per il monitoraggio dei virus respiratori, il controllo delle acque reflue (già sperimentato durante il Covid), il monitoraggio dei pronto soccorso e dei ricoveri per rilevare focolai prima che diventino critici.
“Il Piano prevede un approccio sistemico e omnicomprensivo, includendo misure di prevenzione, sorveglianza epidemiologica, gestione clinica e logistica sanitaria delle filiere di approvvigionamento”.
Lo ha spiegato il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato rispondendo a un'interrogazione M5S in Commissione Affari Sociali, aggiungendo che il Piano "recepisce le evoluzioni normative europee e internazionali e le evidenze emerse dalle recenti emergenze sanitarie, con particolare riguardo alla tempestività decisionale, all'interoperabilità dei sistemi informativi e all'adeguatezza delle scorte strategiche".
Stop ai DPCM, parola al Parlamento
Un altro elemento di discontinuità netta riguarda gli strumenti giuridici. Il nuovo Piano stabilisce che eventuali restrizioni alla libertà personale potranno essere adottate solo attraverso leggi o atti con forza di legge, escludendo quindi i DPCM, i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri che durante il Covid divennero lo strumento ordinario per lockdown, coprifuoco e divieti. Sulla questione si è creata una divisione tra esperti: il virologo Matteo Bassetti, direttore delle Malattie Infettive al Policlinico San Martino di Genova, ha espresso forti riserve su questa scelta, sostenendo che le quarantene possono rivelarsi necessarie e che "nessun altro Paese si è posto in questo modo", ribadendo che le decisioni in emergenza devono essere guidate dalla scienza e non dalla politica.
“Nel nuovo piano non si parla della cosa più importante: dove prendere rapidamente farmaci e vaccini. Se oggi scoppiasse una nuova emergenza pandemica, l'Italia sarebbe indietro rispetto al resto del mondo” commenta Matteo Bassetti, infettivologo, Policlinico San Martino di Genova.
Le condizioni delle Regioni
Il via libera è arrivato perché il governo ha accolto le richieste avanzate dalle Regioni durante i mesi di negoziato. In particolare le Regioni hanno ottenuto due concessioni fondamentali: la possibilità di utilizzare le risorse stanziate anche per il reclutamento di personale sanitario, in deroga ai limiti di spesa attualmente previsti dalla normativa vigente; e la garanzia che le Regioni a statuto speciale e le Province autonome possano accedere alla ripartizione di eventuali ulteriori risorse statali destinate all'attuazione del Piano. I finanziamenti verranno distribuiti tra le Regioni sulla base della popolazione residente.
Le critiche: ritardo, scorte opache, SSN fragile
Il giudizio delle opposizioni è duro. "Un piano pandemico che arriva con grande e imperdonabile ritardo", ha dichiarato Marina Sereni, responsabile Salute del PD, ricordando che il testo è stato "più volte rimandato indietro dalle Regioni per le molte carenze e lo scarso approfondimento di temi cruciali come le zoonosi". Pur augurandosi che "segni un cambio di passo su un tema importantissimo come la prevenzione", Sereni sottolinea come le risorse siano già presenti dalla legge di bilancio dell'anno scorso, il che rende ancora più difficile giustificare il ritardo.
“Il piano arriva in ritardo e nel contesto di un Sistema sanitario nazionale indebolito da scarsi finanziamenti” ha sostenuto Andrea Quartini, deputato M5S e medico, coordinatore del comitato salute e inclusione.
Quartini, medico e parlamentare del Movimento 5 Stelle, va oltre: "resta un piano che sembra un copia incolla di quello del 2021-2023, con qualche aggiustamento e con un ruolo, peraltro non vincolante e condizionato dal ruolo delle stesse regioni, negato nel perimetro di indagine della Commissione d'inchiesta sul Covid".
Il nodo più critico segnalato da più parti, rimane quello delle scorte strategiche di farmaci e vaccini. Il piano accenna al tema ma non chiarisce stato attuale, quantità e modalità operative di gestione. Proprio ciò che durante il Covid ha fatto la differenza tra sistemi sanitari che hanno retto e sistemi che hanno ceduto resta, ad oggi, privo di trasparenza e pianificazione operativa concreta.
Il meccanismo di condizionalità e il rischio di disomogeneità
L'intero impianto attuativo si regge su una forte delega alle Regioni: dovranno recepire il Piano, costruire cronoprogrammi, definire le azioni e dimostrare di averle realizzate per ottenere i finanziamenti. I fondi non vengono distribuiti automaticamente: prima il recepimento regionale, poi la valutazione tecnica, infine lo sblocco delle risorse. È un meccanismo di condizionalità che nelle intenzioni dovrebbe garantire efficacia, ma che espone al rischio concreto di tempi diversi e applicazioni disomogenee da regione a regione. Più efficace dove il sistema regge; più fragile e lento dove è già in difficoltà. Il timore, espresso da più voci, è che nella prossima emergenza siano proprio queste fratture a determinare chi sarà protetto e chi resterà indietro.
Il contesto: un SSN sotto pressione
Il Piano entra in vigore in un sistema sanitario pubblico sotto stress: carenza di personale, servizi territoriali fragili, liste d'attesa sempre più lunghe, accesso alle cure sempre più diseguale tra Nord e Sud del Paese. A cinque anni dall'inizio della pandemia da Covid-19, l'Italia approva il suo nuovo strumento di difesa senza aver risolto le vulnerabilità strutturali che quella pandemia ha drammaticamente messo in luce. Un piano può organizzare la risposta. Non ricuce, da solo, le crepe di un servizio sanitario che avrebbe bisogno, parallelamente, di investimenti strutturali e di una riforma che riduca le disuguaglianze territoriali.
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