Sanità pubblica, la crisi raccontata attraverso 53 parole chiave
Marco Geddes da Filicaia (medico epidemiologo ed esperto di sanità pubblica), con “La salute? È una parola” Il Pensiero Scientifico Editore, firma un saggio che usa le parole come lente per leggere la crisi del Servizio Sanitario Nazionale e, più in generale, il deterioramento del welfare italiano. Il libro non è un trattato tecnico né un pamphlet ideologico: è un dizionario critico di 53 lemmi che mette insieme etimologia, storia dei concetti e analisi politica per mostrare come il mutamento del linguaggio abbia accompagnato e spesso facilitato, la trasformazione della sanità pubblica in un sistema sempre più orientato alla logica di mercato.
Un metodo limpido e potente
Geddes adotta una struttura sintetica e rigorosa: ogni voce è trattata seguendo tre passaggi chiave: l’origine etimologica della parola, la sua evoluzione semantica nel tempo e l’uso politico contemporaneo che ne condiziona il significato pubblico. Questo percorso permette di ricostruire come una stessa parola possa mutare funzione: da descrittore neutro di una pratica o di un diritto, a strumento retorico che legittima scelte di policy che riducono assetti universalistici in favore di criteri economici.
La forza del metodo sta nella capacità di far emergere connessioni che rimangono spesso sotto la soglia della consapevolezza collettiva. Prendere a pezzi termini consueti come "prestazione", "appropriata", "utente", significa rivelare che non si tratta solo di lessico: è un cambio di paradigma, con effetti concreti su accesso, qualità e disuguaglianza.
Tre filoni tematici e le loro implicazioni
Geddes (intervistato da SaluteInternazionale) distribuisce le 53 parole lungo tre grandi filoni che raccontano tensioni differenti ma interconnesse.
1) Aziendalizzazione e slittamento linguistico
Qui s’insegna come la managerializzazione abbia il suo corredo verbale: ospedali che diventano "aziende", pazienti che diventano "utenti" o "clienti", la cura ridotta a "prestazione". La trasformazione non è solo semantica. Una terminologia che enfatizza efficienza, misurabilità e bilancio contribuisce a reificare l’assistenza sanitaria: ogni intervento è valutabile in termini di costo e ricavo, la presa in carico si frammenta, e le logiche contabili prendono il posto delle finalità di salute pubblica.
2) Retorica delle parole "positive" che ingannano
Geddes dedica ampio spazio ai termini che suonano bene ma, nel loro uso politico, spesso mascherano peggioramenti. "Appropriatezza" può diventare un argomento per tagliare prestazioni non redditizie; "meritocrazia" viene presentata come rimedio alla cattiva gestione ma rischia di erodere la collaborazione tra professionisti; "resilienza" diventa un modo per scaricare sul personale sanitario la responsabilità di resistere senza che cambino le condizioni strutturali. Il messaggio è chiaro: attenzione ai fronzoli lessicali che legittimano scelte contrarie all'interesse collettivo.
3) I pilastri minacciati del SSN
Le voci che incarnano i principi originari del servizio, "universalità", "prevenzione", "uguaglianza", sono esaminate con uno sguardo allarmato ma documentato. Geddes mostra come la riduzione degli investimenti nella prevenzione, l’ascesa della spesa out-of-pocket e le differenze territoriali abbiano svuotato di sostanza il concetto di universalità sancito dalla Legge 833 del 1978. Nel suo racconto, la diseguaglianza sanitaria è oggi spesso determinata dal "codice postale": dove si nasce e si vive pesa più del codice genetico sulle possibilità di accesso e di esito di salute.
Linguaggio come potere: la tesi centrale
Al centro del libro sta un’affermazione semplice ma profonda: le parole non sono neutre, sono strumenti di potere. Cambiando il lessico si forgiano modi di pensare che legittimano scelte amministrative e politiche. Geddes propone che prima di ogni riforma tecnica sia necessaria una "bonifica culturale": riappropriarsi del significato autentico di parole come "cura", "diritto" e "solidarietà" per ricostruire consenso politico e sociale a favore di un SSN che non sia soltanto efficiente in senso contabile ma efficace e giusto in senso sanitario e sociale.
Stile e registro: divulgazione con rigorosità
Il libro miscela documentazione scientifica e fonti normative con divagazioni culturali, letterarie e autobiografiche che rendono la lettura piacevole e accessibile. Geddes non si limita a una critica tecnica: spesso ricorda la dimensione umana del lavoro sanitario, raccontando episodi e osservazioni che rendono concreto l’impatto delle parole sulla vita quotidiana di professionisti e pazienti. Questo registro favorisce un pubblico più ampio: politici, amministratori, operatori sanitari e cittadini possono trovarvi stimoli per riflettere, discutere e agire.
A chi si rivolge e perché leggerlo
“La salute? È una parola” è utile a chiunque voglia comprendere non solo le cifre e le leggi che governano la sanità, ma il substrato culturale che le rende possibili. Manager sanitari, professionisti della salute, studenti di politiche pubbliche, giornalisti e cittadini interessati troveranno uno strumento per riconoscere i fili linguistici che innervano le scelte politiche. Il libro è anche un invito: ripensare il vocabolario è il primo passo per ripensare le politiche.
Marco Geddes da Filicaia ricorda che per difendere il diritto alla salute non bastano numeri migliori o normative più stringenti; serve una conversione culturale. La "bonifica" che propone non è solo lessicale: è una chiamata a riportare al centro della sanità i concetti di cura, solidarietà e prevenzione. Riprendere il controllo delle parole significa riaprire lo spazio politico per rivendicare un SSN che sia davvero universale, equo e orientato al benessere collettivo.
Non è dato sapere (motivo in più per leggere il libro) se Geddes abbia inserito tra i suoi 53 lemmi due parole che da tempo interrogano chi scrive: Servizio e Sistema. Se il primo (il SSN della Legge 833) evoca il diritto costituzionale e l'universalità, si può dedurre che il secondo rappresenti per l'autore la deriva aziendalistica e mercantile. Vi è tuttavia una sfumatura diversa che merita di essere sottolineata. Il passaggio da Servizio a Sistema non è figlio solo dell'aziendalizzazione, ma di una politica che ha trovato nella sanità il più grande bacino di consenso clientelare. Attraverso i suoi attori, la politica ha attuato un controllo capillare, occupandosi di ogni nomina: dai direttori generali fino all’ultimo dei manutentori. È questa occupazione ad aver trasformato un servizio in un "sistema" malato, inefficace e inefficiente. La politica che colonizza la sanità è la vera malattia; il sistema ne è solo la conseguenza. Ecco perché riaffermare oggi, quasi urlandola, la parola Servizio non è un esercizio nostalgico, ma l'unico inizio possibile per guidarne la rinascita.
di