Non più spettatori: la partecipazione sindacale come atto di cura
Il tempo in cui la professione infermieristica poteva permettersi di declinare l’impegno politico e sindacale, considerandolo un corpo estraneo al proprio esercizio professionale, è tramontato.
Oggi, difendere il valore del proprio lavoro non è più un’opzione secondaria, ma una parte integrante e fondamentale dell’agire professionale. Spesso si tende a scindere la dimensione clinica, quella che si consuma ogni giorno in reparto accanto al letto del paziente, da quella sindacale, percepita erroneamente come una questione burocratica o puramente economica. In realtà, queste due anime sono profondamente interconnesse: la qualità dell’assistenza che un infermiere può offrire è direttamente proporzionale alle condizioni materiali, psicologiche e organizzative in cui si trova a operare.
Impegnarsi attivamente nella vita sindacale significa anzitutto riappropriarsi della propria dignità professionale e combattere quel fenomeno silenzioso ma logorante che è il demansionamento.
Troppo spesso, a causa di carenze d’organico croniche o di storture gestionali, gli infermieri si trovano a vicariare funzioni che non competono loro, sottraendo tempo prezioso alla pianificazione assistenziale e alla relazione di cura. Partecipare alle dinamiche sindacali non vuol dire semplicemente rivendicare un aumento salariale, pur sacrosanto e doveroso per allinearsi agli standard europei, ma significa avere voce in capitolo sulla definizione dei carichi di lavoro, sui turni di servizio e sulla sicurezza degli ambienti professionali. È lo strumento principale per arginare il burnout, una piaga che sta svuotando le corsie e spingendo molti professionisti validi ad abbandonare il sistema sanitario.
Esiste inoltre una forte motivazione etica che dovrebbe spingere la categoria verso una maggiore partecipazione collettiva. L’infermiere è, per definizione, il garante della salute del cittadino e il principale attore dell’alleanza terapeutica. Quando un professionista decide di non interessarsi ai tavoli di contrattazione o di delegare passivamente le decisioni ad altri, rinuncia a difendere lo stesso Servizio Sanitario Nazionale. Le scelte macroeconomiche e le regole di sistema che governano la sanità pubblica hanno un impatto immediato sulla quotidianità dei reparti e dei servizi territoriali. Essere presenti dove si decide l’allocazione delle risorse e l’organizzazione dei servizi è l’unico modo per evitare che la logica del mero risparmio economico prevalga sul diritto costituzionale alla salute e sul benessere di chi quella salute è chiamato a tutelare.
Il cambiamento non può essere calato dall’alto, né si può sperare che arrivi da chi non vive quotidianamente la realtà della corsia. La forza di un sindacato dipende interamente dalla partecipazione e dalla consapevolezza dei suoi iscritti. Gli infermieri devono smettere di considerarsi spettatori passivi delle decisioni aziendali e regionali e diventare promotori di una nuova cultura del lavoro.
Solo attraverso un impegno corale, costante e strutturato si può imporre un cambio di rotta che riconosca l’infermiere non come una risorsa intercambiabile da sfruttare nei momenti di emergenza, ma come il pilastro insostituibile di una sanità moderna, sicura e realmente vicina ai bisogni della persona.
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