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Infermieri, stipendi inferiori del 27 per cento alla media OCSE: GIMBE fotografa la crisi del SSN

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 13/10/2026

Professione e lavoroStudi e analisi

Il 9° Rapporto GIMBE descrive un Servizio sanitario nazionale che continua a ottenere risultati di salute complessivamente buoni, ma fatica sempre più a garantire cure tempestive ed eque. Sottofinanziamento, divari territoriali e difficoltà nel reclutare e trattenere il personale fanno sì che l’accesso alle prestazioni dipenda sempre più dalla residenza e dalle disponibilità economiche delle persone. Sul versante infermieristico emerge una criticità strutturale: pochi professionisti rispetto ai bisogni e agli standard internazionali, formazione e retribuzioni poco attrattive e una quota rilevante di infermieri che non lavora nel SSN.

 

Il SSN tra risorse insufficienti e accesso diseguale

Il rapporto segnala che, tra il 2023 e il 2026, il Fondo sanitario nazionale è aumentato nominalmente di 17,5 miliardi di euro, ma la quota di ricchezza nazionale destinata alla sanità è rimasta inferiore al livello del 2022. Secondo la stima GIMBE, mantenendo costante il rapporto tra Fondo sanitario e PIL di quell’anno, il SSN avrebbe avuto 18,8 miliardi in più: sono i cosiddetti “tagli invisibili”, cioè risorse non stanziate rispetto a uno scenario di finanziamento invariato in rapporto alla ricchezza del Paese.

La prospettiva non appare più favorevole per il triennio 2027-2029. Le previsioni di spesa sanitaria e il finanziamento disponibile lascerebbero, secondo il rapporto, un divario cumulativo di 32,3 miliardi di euro. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE, avverte che senza nuovi stanziamenti la pressione ricadrebbe sui bilanci regionali, con il rischio di aumentare le imposte o ridurre i servizi; in entrambi i casi, osserva, il costo finirebbe per gravare sui cittadini.

Il rapporto fotografa anche una crescente esposizione delle famiglie alla spesa sanitaria. Nel 2025 la spesa complessiva è stata stimata in 190,1 miliardi di euro, dei quali 42,4 miliardi pagati direttamente dalle famiglie. Nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone, il 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato a visite o esami: circa quattro milioni per i tempi d’attesa e 3,1 milioni per ragioni economiche, con possibilità di indicare più di una causa.

Per Cartabellotta, quando tempi d’attesa, reddito e luogo di residenza determinano l’accesso alle cure, una prestazione formalmente garantita può restare inaccessibile nella pratica. Anche il miglioramento dei risultati regionali sui Livelli essenziali di assistenza va quindi letto con cautela: nel 2024 risultavano adempienti 18 Regioni e Province autonome su 21, rispetto alle 13 dell’anno precedente, ma la valutazione formale non basta a dimostrare che tutti i cittadini ricevano prestazioni tempestive e complete. La mobilità sanitaria interregionale, arrivata nel 2023 a 5,15 miliardi di euro, conferma la persistenza di forti differenze territoriali.

 

La crisi del personale è anche una crisi infermieristica

Il dato centrale sul personale non è soltanto la consistenza degli organici, ma la difficoltà del SSN a renderli sufficienti e a trattenere i professionisti. Nel 2025 la spesa per il personale dipendente e convenzionato ha raggiunto 52,2 miliardi di euro; la sua quota sulla spesa sanitaria pubblica, però, è scesa dal 39,7% del 2012 al 36,9%. La stima GIMBE quantifica in 36,8 miliardi la differenza cumulativa rispetto allo scenario ipotetico in cui quella quota fosse rimasta invariata. Cartabellotta sintetizza il problema sottolineando che il capitale umano trasforma le risorse in assistenza e che non bastano appelli per trattenere i professionisti: servono retribuzioni competitive, condizioni di lavoro compatibili con la vita privata e prospettive

Per gli infermieri, i confronti internazionali delineano uno scarto netto. L’Italia conta 6,9 infermieri ogni mille abitanti, contro una media OCSE di 9,7: una dotazione inferiore del 29%. Nel 2024 gli infermieri dipendenti del SSN erano 279.990, pari a 4,75 ogni mille abitanti, con differenze regionali che vanno dai 3,75 della Lombardia ai 6,78 della Liguria. Questi dati descrivono una carenza quantitativa, ma anche una distribuzione disomogenea, che interessa in particolare molte Regioni sottoposte a Piano di rientro.

Il rapporto individua inoltre un problema di attrattività e ricambio generazionale. Nel 2024 si sono registrati 19,5 laureati in infermieristica ogni centomila abitanti, meno della metà della media OCSE, pari a 43,6. Per il 2024, la retribuzione degli infermieri ospedalieri italiani, confrontata a parità di potere d’acquisto, risulta inferiore del 27% rispetto alla media OCSE. Anche l’accesso alla formazione segnala una difficoltà: per l’anno accademico 2026-2027 le domande di ammissione al corso di laurea in Infermieristica erano 1,06 per ogni posto disponibile, appena sufficienti a superare il numero programmato.

Cartabellotta richiama un ulteriore elemento: dei 407.750 infermieri censiti dall’OCSE, almeno 79.926, il 19,6%, non lavorano nel SSN. È un dato che, nelle parole del presidente GIMBE, si aggiunge alla grave carenza e segnala le difficoltà del servizio pubblico nel reclutare e trattenere questi professionisti. Il rapporto infermieri-medici è pari a 1,2, la metà della media OCSE di 2,4; l’Italia si colloca al 30° posto su 33 Paesi per i quali è disponibile il dato. Lo squilibrio non è una semplice questione statistica: secondo l’analisi GIMBE, rende più difficile sviluppare assistenza territoriale, presa in carico della cronicità, continuità assistenziale e modelli multiprofessionali.

Accanto agli infermieri, il rapporto censisce nel 2024 12.459 ostetriche dipendenti del comparto sanitario pubblico. Il comunicato non fornisce per questa professione lo stesso confronto internazionale dettagliato presentato per gli infermieri, né una stima specifica di carenza, retribuzioni o attrattività formativa. Il dato disponibile consente comunque di collocare le ostetriche nel quadro più ampio del capitale umano del SSN: una dotazione professionale che deve essere letta insieme ai bisogni assistenziali, alla distribuzione territoriale e alla capacità di garantire servizi continuativi.

Il rapporto richiama anche il ricorso ai cosiddetti “gettonisti” come segnale delle difficoltà nel coprire stabilmente i servizi. Nel biennio 2024-2025 il valore dei contratti per la fornitura di personale medico e infermieristico ha raggiunto 1,06 miliardi di euro. Cartabellotta osserva che lo stop normativo ai gettonisti, da solo, non riporta medici e infermieri nei reparti: occorrono misure di reclutamento e permanenza nel SSN per evitare che restino scoperti servizi essenziali.

 

Dal rapporto al rilancio del servizio pubblico

Il messaggio del 9° Rapporto GIMBE è che la tenuta del SSN non si misura soltanto dai finanziamenti nominali, dal numero complessivo dei professionisti o dal raggiungimento formale di obiettivi. Occorre verificare se le risorse si traducono in servizi accessibili, se gli organici sono adeguati e se le prestazioni sono erogate in modo uniforme. Lo stesso criterio vale per la Missione Salute del PNRR: il Governo ha rendicontato gli obiettivi finali, ma GIMBE segnala che per sette dei dieci target della Missione 6 mancano evidenze pubbliche sufficientemente dettagliate per una verifica indipendente completa. Questo non dimostra che gli obiettivi non siano stati raggiunti; rende però necessario monitorare dal 2027 l’effettiva operatività dei servizi, la disponibilità di personale e l’impatto su accesso e qualità delle cure

Per la professione infermieristica, i dati suggeriscono che aumentare i posti formativi non è sufficiente se non si interviene anche sulle condizioni di lavoro, sulle retribuzioni, sul riconoscimento delle competenze e sulle prospettive di sviluppo professionale. Il rapporto indica come necessaria una strategia organica sul capitale umano, collegata al potenziamento dell’assistenza territoriale e alla programmazione dei fabbisogni. Cartabellotta conclude che il SSN rischia di perdere capacità di garantire cure accessibili a tutti e invita la politica a chiarire quale modello di sanità intenda costruire e con quali risorse e riforme.