ECM, vent'anni a contare crediti. Ma chi misura se gli infermieri curano meglio?
Scorrendo l’elenco dei miei link preferiti mi sono imbattuto in un contributo molto interessante pubblicato su Panorama della Sanità formulato da Pierluigi Badon*, infermiere e formatore che invita a chiedersi che cosa resti in corsia dopo un corso accreditato ecm.
Sull’utilità dell’aggiornamento professionale non ci sono dubbi. La domanda che Badon, già docente di Infermieristica a Padova, porta nel dibattito è un’altra: il sistema attuale migliora davvero l’assistenza?
La sanità ha imparato a misurare complicanze, infezioni e tempi di attesa e a chiedere prove di efficacia per ogni novità organizzativa. Per la formazione continua il bilancio si ferma invece al numero di eventi, di partecipanti e di crediti. Sono dati sull’attività, non sul risultato: frequentare un corso non significa aver cambiato il proprio modo di prendersi cura di una persona.
Alla base c’è un’idea rivelatasi sbagliata, cioè che trasmettere informazioni basti a modificare i comportamenti. Se fosse così, le pratiche sarebbero più uniformi e le evidenze migliori entrerebbero subito nella routine. C’è poi un costo spesso ignorato: la risorsa più cara non è il docente né la sede, ma il tempo dei professionisti sottratto all’assistenza.
Chiunque sia tornato in reparto dopo un corso conosce il momento critico. L’entusiasmo incontra abitudini, turni e assenza di qualcuno che sostenga il cambiamento, e ciò che si è ascoltato non diventa prassi. Per Badon l’aula è solo l’inizio e il sistema accompagna troppo poco ciò che viene dopo. Così il nobile intento di mantenere viva e aggiornata la propria abilità, si trasforma nel mero adempimento dell’obbligo. Certo, qualche corso non pone l’accento su una tecnica o una pratica e normalmente questi sono quelli più partecipati e di successo di conseguenza.
La sua proposta è capovolgere la sequenza: partire da un problema assistenziale reale, fissare un traguardo verificabile e controllare se la pratica è migliorata. Questo significa governare la formazione invece di limitarsi a organizzare corsi. Le prime responsabilità sono delle aziende sanitarie che dovrebbero saper dire quale difficoltà vogliono superare e quale beneficio ne avranno i cittadini. I crediti diventano così un mezzo e non il traguardo perchè il diritto in gioco è soprattutto quello dei pazienti a trovare professionisti sempre più preparati.
Dopo oltre vent’anni di Ecm, il richiamo è a guardare gli indicatori che contano davvero: scelte cliniche più solide, percorsi più sicuri, cure migliori. Prima del prossimo corso, vale la pena chiedersi che cosa vorremmo cambiare nel nostro reparto.
*Pierluigi Badon Professore a contratto (Adjunct Professor) in Infermieristica Clinica presso l'Università degli Studi di Padova, tutor didattico e formatore presso la Direzione delle Professioni Sanitarie dell'Azienda Ospedale-Università di Padova
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