Infermieri allo stremo, il sistema misura il burnout ma lascia soli i professionisti
Il disagio di chi lavora nella sanità italiana è un tema che riempie convegni e comunicati, ma resta un fenomeno raccontato più che governato. Il tema del burnout è noto e Mondosanità ci ritorna sopra con un’analisi che parte da una constatazione: i dati esistono, sono allarmanti e vengono citati di continuo, eppure raramente si traducono in interventi organizzativi. Se si guarda ai soli infermieri, la fotografia è ancora più netta.
Tra tutte le professioni sanitarie, quella infermieristica è forse la più esposta a un logoramento che si accumula in silenzio. Le ricerche disponibili in Italia non coincidono nelle percentuali, perché usano campioni e strumenti diversi, ma disegnano insieme un quadro coerente: una categoria stanca, spesso precaria e sempre più tentata dall'idea di andarsene.
Il riferimento più ampio è l'indagine europea MeND dell'OMS, che ha raccolto oltre novantamila risposte in ventinove Paesi. Per l'Italia emerge che circa un infermiere su tre mostra segni di depressione, più di uno su quattro segni di ansia e il 14 per cento ha avuto pensieri suicidari, valori leggermente sopra la media europea. Le fonti giornalistiche oscillano tra il 32 e il 34 per cento per la depressione, una differenza che dipende da come i dati sono stati riportati. A livello continentale, i sintomi depressivi tra medici e infermieri risultano cinque volte più frequenti rispetto alla popolazione generale. Sul fronte dell'abbandono, la quota di infermieri italiani che pensa di lasciare la professione supera il 16 per cento, sopra la media dell'Unione. Un'altra analisi, basata su una soglia diversa, la colloca intorno al 15.
La condizione contrattuale non aiuta. L'OMS ricorda che un infermiere europeo su quattro lavora con un contratto a termine, e che l'incertezza sul posto si lega a livelli più alti di ansia. Eppure il senso di missione resiste: due infermieri su tre dicono di trovare ancora un significato in ciò che fanno. È un capitale di motivazione che il sistema dovrebbe proteggere.
Le rilevazioni nazionali aggiungono dettagli concreti. Nel sondaggio del Centro studi Nursind, condotto tra aprile e maggio di quest'anno, oltre il 70 per cento degli intervistati si dichiara spesso o sempre emotivamente svuotato, e più di tre su quattro ammettono di fermarsi oltre il turno, in buona parte per incombenze burocratiche. Meno di un quarto giudica adeguate le protezioni individuali. Sul burnout vero e proprio le stime variano parecchio. Un'indagine FADOI tra gli operatori della medicina interna lo attribuisce al 45 per cento degli infermieri. Uno studio dell'Università di Genova con la federazione degli Ordini infermieristici parla del 60 per cento e lo mette in relazione con la qualità dell'assistenza e la sicurezza dei pazienti. Nei dodici ospedali pediatrici analizzati dalla ricerca RN4CAST, invece, la quota si ferma al 32 per cento, un livello considerato medio, in strutture dove l'ambiente di lavoro è giudicato favorevole. Quest'ultimo dato suggerisce che il contesto organizzativo conta, e molto.
La domanda è perché, con tanti numeri, cambi così poco. Una risposta sta nel modo in cui l'Italia valuta lo stress lavorativo. Il decreto legislativo 81 del 2008 obbliga i datori di lavoro a valutare lo stress lavoro-correlato, ma l'adempimento tende a restare cartaceo: un questionario a distanza di anni, un documento archiviato, nessun piano che ne discenda. Le informazioni utili intanto esistono, sparse in sistemi che non dialogano: ore extra, ferie arretrate, domande di trasferimento, assenze, episodi di aggressione. Incrociarle permetterebbe di riconoscere i reparti e i gruppi più a rischio prima che il malessere diventi dimissione o malattia. Servirebbero brevi sondaggi periodici con scale validate, letti per reparto, età e ruolo, sul modello di quanto fa da anni il servizio sanitario britannico con centinaia di migliaia di dipendenti.
Raccogliere dati non significa controllare le persone. Le regole europee sull'intelligenza artificiale limitano l'uso di sistemi che interpretano le emozioni dei lavoratori, quindi la via è domandare apertamente, con adesione volontaria, risultati aggregati e tutela dell'anonimato. Se chi risponde teme conseguenze, l'unico risultato misurabile sarà il silenzio.
Infine, le indicazioni di chi lavora in corsia coincidono con quelle dell'OMS: più personale, turni e straordinari ripensati, meno violenza, spazio per esercitare davvero le proprie competenze, comunicazione migliore nelle équipe, supporto psicologico riservato. A questo punto la responsabilità passa ai vertici delle aziende, che dovrebbero rispondere del benessere dei propri professionisti come rispondono dei tempi di attesa. Anche la giurisprudenza va in questa direzione, chiedendo ai datori di dimostrare di aver prevenuto il danno. Curare chi cura non è un atto di buona volontà, è la condizione per tenere in piedi il sistema.
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