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Giornata del Malato e paradosso dell'infermieristica : tra presa in carico e corsa contro il tempo

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 12/02/2026

Punto di Vista

Oggi, nella Giornata Mondiale del Malato istituita da Giovanni Paolo II nel 1992, rinnoviamo simbolicamente quel patto di salute con il paziente che costituisce l'essenza stessa della professione infermieristica. È il momento in cui si riafferma la responsabilità dell'assistenza attraverso la presa in carico, quel processo complesso che va ben oltre la somministrazione di terapie e si configura come accompagnamento globale della persona malata. Eppure, proprio mentre celebriamo questo impegno, è necessario guardare con onestà intellettuale alle contraddizioni che attraversano la professione infermieristica italiana, perché ce ne sono tante e prima o poi bisognerà avere il coraggio di dire davvero come la si pensa senza filtri.

 

L'evoluzione incompiuta: dalla missione alla professione

 

Negli ultimi decenni l'infermieristica ha compiuto passi importanti verso la piena affermazione come professione intellettuale. L'introduzione dell'Operatore Socio-Sanitario ha finalmente liberato gli infermieri (ma non del tutto) da quelle mansioni domestico-alberghiere che, per anni, erano state svolte contra legem, sottraendo tempo ed energie alla vera assistenza. Oggi, almeno sulla carta, l'infermiere può concentrarsi sul piano assistenziale, sulla valutazione clinica, sulla relazione terapeutica.

Ma questa evoluzione normativa si scontra con una realtà ospedaliera e territoriale che racconta un'altra storia. La complessità crescente dei pazienti, le dimissioni sempre più precoci o impossibili, la cronicità che invade i reparti per acuti, e soprattutto la carenza cronica di personale, hanno paradossalmente ridotto il tempo di cura disponibile. Gli infermieri corrono da un paziente all'altro, inseguiti dall'orologio, schiacciati tra turni impossibili e una burocrazia difensiva che spesso prevale sulla relazione.

 

Il peso di una narrazione tossica

 

Resiste, ostinato e pervasivo, il concetto fuorviante dell'infermieristica come "missione"; che la Giornata sia stata istituita dal Papa non trasforma gli infermieri in missionari. È una narrazione tossica che fa danni profondi: alimenta l'aspettativa sociale di abnegazione infinita, giustifica retribuzioni inadeguate rispetto alle responsabilità, legittima condizioni di lavoro insostenibili. "Gli infermieri sono angeli" è una frase che suona come un complimento ma funziona come una gabbia: gli angeli non hanno bisogno di riposi adeguati, di riconoscimento economico, di tutele contrattuali.

Questa retorica spiega in parte perché molti giovani stiano lontani dalla professione nonostante la domanda crescente, il resto lo fanno le retribuzioni, la fatica e il caro vita. Chi oggi sceglie un percorso professionale cerca giustamente un lavoro riconosciuto, retribuito equamente che permetta una vita dignitosa. L'infermieristica, intrappolata in questa narrazione missionaria, fatica a proporsi come scelta attraente e chi la abbraccia spesso ne scopre sulla propria pelle i limiti del riconoscimento sociale ed economico.

 

Quel che dovrebbe, quel che è

 

Eppure, proprio la complessità dell'assistenza moderna richiederebbe infermieri con competenze avanzate, capacità critica, autonomia decisionale. La presa in carico del paziente non può essere uno slogan celebrativo ma deve tradursi in una presenza qualificata e continua. Significa conoscere la storia clinica, anticipare le complicanze, educare il paziente e la famiglia, coordinare il team multidisciplinare, garantire la continuità assistenziale.

Come può tutto questo realizzarsi quando un infermiere in reparto segue 15-20 pazienti per turno? Quando il tempo per documentare l'assistenza erode quello per erogarla? Quando la carenza di organico trasforma ogni turno in una corsa a ostacoli dove l'obiettivo diventa "arrivare alla fine" più che "assistere bene"?

 

Le responsabilità della professione

 

Sarebbe però riduttivo attribuire tutte le difficoltà a fattori esterni. La professione infermieristica deve fare autocritica su alcuni nodi irrisolti. La frammentazione interna tra visioni diverse del ruolo, la difficoltà a valorizzare la ricerca e l'evidenza scientifica nella pratica quotidiana, una certa resistenza al cambiamento organizzativo, la fatica a comunicare con efficacia il proprio contributo specifico al sistema sanitario.

Troppo spesso gli infermieri stessi perpetuano quella narrazione missionaria che li danneggia, sopportando in silenzio condizioni inaccettabili in nome di un malinteso senso del dovere. La rivendicazione professionale non è egoismo ma responsabilità: solo infermieri tutelati, formati, valorizzati possono garantire assistenza di qualità.

 

La collaborazione col paziente come via d'uscita

 

Il paziente, al centro di questa riflessione, non beneficia di infermieri "missionari" ma di professionisti competenti e sereni. La vera alleanza terapeutica richiede presenza mentale, non solo fisica. Richiede tempo per ascoltare, per spiegare, per personalizzare l'assistenza. Richiede infermieri che non siano talmente sovraccarichi da vedere nel paziente un numero di letto o un'incombenza da sbrigare.

La presa in carico autentica è un processo bidirezionale: l'infermiere porta competenza e presenza, il paziente porta la propria esperienza di malattia e i propri obiettivi di salute. Questo incontro genera un piano assistenziale condiviso, realistico, personalizzato. Ma tale processo richiede condizioni strutturali che oggi mancano: rapporti infermiere-paziente adeguati, tempo protetto per la relazione, valorizzazione del ragionamento clinico infermieristico.

 

Per un'assistenza degna di questo nome

 

Elevare il livello qualitativo dell'assistenza richiede un patto nuovo, non solo tra infermiere e paziente, ma tra professione, istituzioni e società. Un patto che riconosca l'infermieristica per quello che è: una disciplina scientifica complessa, che richiede formazione continua, riflessione critica, autonomia professionale. Un patto che traduca questo riconoscimento in organici adeguati, retribuzioni eque, percorsi di carriera definiti, valorizzazione delle competenze avanzate.

Significa smettere di chiedere agli infermieri di fare miracoli con le briciole, di essere "vocati" invece che professionisti, di accettare in silenzio l'inaccettabile. Significa che la categoria smetta di dividersi e inizi a parlare con una voce sola, rivendicando non privilegi ma dignità.

 

Oggi, nella Giornata del Malato, rinnoviamo il patto di salute. Ma facciamolo con gli occhi aperti, riconoscendo le contraddizioni, rivendicando le condizioni necessarie perché quel patto non sia vuota retorica ma impegno realizzabile. Solo così l'assistenza potrà davvero elevarsi, a beneficio di chi cura e di chi è curato. Perché la qualità dell'assistenza non è un optional ma un diritto, e garantirla è responsabilità di tutti.