Carenza operatori sanitari. Non bastano più le università: la svolta OCSE-ILO per salvare la sanità
Mancano operatori sanitari in tutto il mondo. Ma la soluzione non passa solo dalle università. Secondo un nuovo rapporto congiunto di OCSE e Organizzazione Internazionale del Lavoro, servono percorsi di formazione più brevi, modulari e accessibili per permettere agli adulti di entrare o rientrare nel settore sanitario.
Il documento, intitolato Flexible Learning Pathways into Healthcare Occupations, parte da un dato chiaro: le carenze di personale nella sanità non sono solo numeriche, ma anche qualitative. Mancano professionisti, ma spesso mancano anche le competenze adeguate alle nuove esigenze del sistema sanitario, sempre più segnato dall’invecchiamento della popolazione, dall’innovazione tecnologica e dall’aumento della domanda di cure.
Un problema globale
Le difficoltà non riguardano solo i Paesi a basso reddito. Anche nei Paesi OCSE si registrano liste d’attesa più lunghe, sovraccarico di lavoro per medici e infermieri e un aumento del burnout. A livello globale si stima una carenza di oltre 11 milioni di operatori sanitari entro il 2030.
L’aumento dei posti nelle facoltà di Medicina o Infermieristica, sottolinea il rapporto, non è sufficiente. I percorsi universitari durano anni e non rispondono alle esigenze immediate del mercato del lavoro. Inoltre, risultano spesso poco accessibili per adulti che già lavorano o che provengono da settori diversi.
La proposta: percorsi flessibili e modulari
La risposta individuata da OCSE e ILO è chiara: rendere più flessibili i percorsi di ingresso nelle professioni sanitarie, soprattutto per le posizioni “entry-level”, come assistenti sanitari, operatori socio-assistenziali, tecnici di supporto o operatori di comunità.
La flessibilità può assumere diverse forme:
-
Modularizzazione dei corsi, con certificazioni parziali riconosciute dal mercato del lavoro.
-
Formazione online e blended, per superare i vincoli di tempo e distanza.
-
Apprendistati e formazione sul posto di lavoro, con un collegamento diretto tra istruzione e occupazione.
-
Riconoscimento delle competenze pregresse, anche maturate in modo informale.
In Danimarca, ad esempio, i programmi di formazione professionale per adulti permettono di ottenere certificati per singoli moduli, combinabili nel tempo. Nel Regno Unito, il sistema di apprendistato del NHS consente di lavorare e studiare contemporaneamente. Nelle Filippine, il sistema “ladderized” permette di passare dalla formazione tecnica a quella universitaria senza ripartire da zero.
Valorizzare chi già lavora nell’ombra
Un capitolo centrale del rapporto riguarda i lavoratori dell’assistenza a lungo termine e gli operatori comunitari, spesso impiegati in condizioni informali o con qualifiche limitate.
Molti di questi lavoratori hanno maturato competenze sul campo, ma non dispongono di un riconoscimento formale. Il riconoscimento dell’apprendimento pregresso (Recognition of Prior Learning) può accorciare i tempi di formazione, favorire la regolarizzazione contrattuale e migliorare le condizioni di lavoro.
In Sudafrica, il sistema nazionale delle qualifiche integra meccanismi di validazione delle competenze. In Nuova Zelanda, il programma Careerforce consente agli operatori senza titolo formale di ottenere certificazioni attraverso la valutazione dell’esperienza maturata.
Tecnologia sì, ma con competenze adeguate
Il rapporto affronta anche il tema della digitalizzazione. Telemedicina, cartelle cliniche elettroniche e intelligenza artificiale stanno cambiando il lavoro sanitario. Ma la tecnologia, da sola, non risolve la carenza di personale.
Anzi, può aumentare la domanda di nuove competenze: alfabetizzazione digitale, gestione dei dati, sicurezza informatica. Senza un adeguato investimento nella formazione, il rischio è di ampliare il divario tra chi ha accesso alle competenze digitali e chi ne resta escluso, soprattutto nelle aree rurali o nei Paesi a medio e basso reddito.
Le raccomandazioni
OCSE e ILO propongono alcune linee di intervento chiave:
-
Introdurre strategie di apprendimento modulare e flessibile per adulti.
-
Ampliare il riconoscimento delle competenze pregresse.
-
Rafforzare l’orientamento professionale per chi vuole entrare nel settore sanitario.
-
Creare partnership stabili tra istituzioni formative e strutture sanitarie.
-
Mappare in modo sistematico le competenze richieste oggi e in futuro.
-
Valutare l’impatto delle politiche non solo sull’occupazione, ma anche sulla qualità delle cure e sulle condizioni di lavoro.
Una questione di qualità, non solo di numeri
Il messaggio finale è netto: la flessibilità non deve tradursi in precarietà o in abbassamento degli standard. Al contrario, deve essere uno strumento per estendere il lavoro dignitoso, garantire diritti, protezione sociale e qualità dell’assistenza.
La sfida non è soltanto formare più persone, ma formarle meglio e più rapidamente, senza sacrificare competenze e tutele.
In un sistema sanitario sotto pressione, la riforma dei percorsi formativi potrebbe diventare uno degli strumenti più concreti per garantire accesso alle cure e sostenibilità nel lungo periodo.
di