Mondovì Infermieri allo stremo: turni massacranti, soluzioni tampone e nessuna reale valorizzazione
La carenza di infermieri non è più un’emergenza passeggera, ma una condizione strutturale che sta mettendo in seria difficoltà il sistema sanitario. Una professione sempre meno attrattiva, mal pagata e sovraccarica di responsabilità, che oggi fatica sia ad attirare nuove generazioni sia a trattenere chi già lavora nei reparti.
Negli ospedali i turni massacranti sono diventati la norma: notti ravvicinate, festivi continui, carichi assistenziali eccessivi e riposi spesso sacrificati per coprire le carenze di organico. A fronte di questa situazione, invece di investire in assunzioni strutturali, si ricorre sempre più spesso a progetti temporanei, come quelli legati all’emergenza influenza o alla turnazione da 12 ore nei DEA (pronto soccorso).
Soluzioni presentate come risposte organizzative, ma che nella pratica si rivelano misure tampone, scaricate ancora una volta sul personale. Questi interventi finiscono per penalizzare ulteriormente i reparti già in difficoltà, aumentando la fatica fisica e mentale degli operatori.
Il personale viene spesso spostato o sostituito con colleghi provenienti da altri servizi, non sempre adeguatamente formati per la specificità del reparto. Il risultato è un aumento dello stress per chi resta, una maggiore responsabilità sugli infermieri più esperti e un rischio concreto per la qualità e la sicurezza dell’assistenza.
A rendere il quadro ancora più critico è la gestione dei reparti multi specialistici, dove la complessità assistenziale è elevata ma le indennità riconosciute sono equiparate a quelle di un semplice ambulatorio. Una disparità difficilmente giustificabile. Un esempio emblematico è la chirurgia di Mondovì, dove competenze avanzate, gestione di pazienti complessi e responsabilità cliniche non trovano alcun riconoscimento economico adeguato.
Questa mancanza di valorizzazione incide pesantemente sull’attrattività della professione. Gli infermieri non chiedono privilegi, ma stipendi adeguati, indennità coerenti con la complessità dei reparti e un’organizzazione del lavoro sostenibile.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: dimissioni volontarie in aumento, fuga verso il settore privato o l’estero, concorsi deserti e reparti sempre più fragili. Non si tratta solo di una vertenza professionale, ma di un problema di sanità pubblica che ricade direttamente sui cittadini.
Continuare a tamponare le carenze con progetti temporanei e turnazioni sempre più pesanti significa spostare il problema senza risolverlo. Senza investimenti strutturali su personale, retribuzioni e condizioni di lavoro, la professione infermieristica continuerà a perdere attrattività.
E senza infermieri, la sanità pubblica semplicemente non regge
Canetti Davide
Segretario Nursind Cuneo
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