Infermiere arrestate e abusate: la repressione che passa dalla sanità
Le guerre non dichiarate, quelle che si consumano all’interno dei confini nazionali, sono spesso le più difficili da raccontare. Non hanno fronti chiari né tregue ufficiali. Si sviluppano nelle strade, negli ospedali, nelle carceri. E soprattutto, si insinuano nei corpi delle persone, trasformando il potere in violenza diretta e sistematica.
Le recenti denunce che emergono dall’Iran, diffuse da media vicini all’opposizione, parlano di infermiere arrestate, torturate e abusate sessualmente per aver prestato soccorso a manifestanti feriti durante le proteste. Al di là della necessaria cautela nella verifica delle fonti, il quadro che si delinea è coerente con una dinamica tristemente nota in molti contesti repressivi: la criminalizzazione dell’assistenza, la punizione esemplare, l’uso della violenza come strumento di controllo.
Colpire il personale sanitario significa superare una soglia simbolica. Gli ospedali, per definizione, dovrebbero essere spazi neutri, luoghi in cui la cura prevale su qualsiasi appartenenza politica. Quando anche questi vengono trasformati in teatri di repressione, il messaggio è chiaro: nessuno è al sicuro, nemmeno chi salva vite.
Le testimonianze parlano di abusi estremi, di violenze tali da lasciare segni permanenti sul corpo e sulla vita delle vittime. Ma al di là dell’orrore individuale, ciò che colpisce è la logica che le sottende. Non si tratta solo di punire, ma di umiliare, di spezzare, di creare un precedente che scoraggi chiunque altro dal compiere gesti simili. La violenza sessuale, in questi contesti, diventa arma politica.
Questo schema non è esclusivo dell’Iran. Dalla Siria alla Birmania a Israele, passando per numerosi altri scenari meno visibili, i regimi autoritari — ma anche attori non statali — hanno spesso utilizzato la brutalità come linguaggio di potere. Cambiano le ideologie, cambiano le bandiere, ma i metodi restano inquietantemente simili. La repressione si nutre della disumanizzazione dell’altro, che sia un oppositore politico, un civile, o semplicemente qualcuno che si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato.
C’è poi un altro elemento che emerge con forza: l’impunità. In contesti dove il potere giudiziario è subordinato a quello politico o militare, le vittime raramente trovano giustizia. Anzi, spesso vengono costrette al silenzio, alla ritrattazione, o addirittura a firmare dichiarazioni che ribaltano la responsabilità su di loro o su altri soggetti. È una seconda violenza, più subdola ma altrettanto devastante.
Raccontare queste storie non è semplice. Richiede equilibrio, prudenza, e soprattutto rispetto per chi ha subito. Ma è necessario. Perché ogni volta che la violenza viene normalizzata o ignorata, si crea lo spazio per la sua ripetizione.
Il punto, alla fine, non è solo stabilire chi abbia ragione in un conflitto. È riconoscere che esistono limiti che nessuna causa, nessuna ideologia, nessun regime dovrebbe oltrepassare. Quando questi limiti vengono infranti, quando il potere si esercita attraverso il terrore e la degradazione, non si è più nel campo della politica, ma in quello della barbarie.
E la barbarie, per quanto possa cambiare volto, resta sempre la stessa.
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