Da “eroe” a ingranaggio: la lettera di un’infermiera che lascia l’ospedale
Modena, Emilia-Romagna. Una scelta dolorosa per restare professionista di qualità
"La lettera che pubblichiamo oggi è arrivata in redazione da Modena. L’ha scritta un’infermiera che ha scelto di restare anonima. Non è uno sfogo né una provocazione: è un racconto lucido, personale, che parla di vocazione, competenze, burnout e dignità professionale. Una testimonianza che intercetta una crisi profonda e silenziosa del nostro sistema sanitario".
Modena, 16/02/2026. Scrivo questa lettera dopo aver lasciato il mio lavoro in ospedale. Non è stata una decisione impulsiva, né facile. È stata una scelta maturata nel tempo, nata dall’esigenza di restare fedele a me stessa e alla qualità della mia professione.
Da bambina sognavo di fare il medico. Indossavo il camice di mio padre, troppo grande per me, e spingevo una barella immaginaria. Non era un gioco, era una certezza. Quando però non superai per due volte il test di Medicina, quella certezza iniziò a vacillare. Mi sentivo come se mi avessero tolto un pezzo di identità. Poi, quasi per caso, iniziai a fare volontariato al 118 e lì scoprii il mondo degli infermieri. Mi innamorai della loro competenza, della loro presenza costante, della loro capacità di prendersi cura della persona, non solo della malattia. Capì che volevo essere quell’infermiera.
Mi iscrissi a Infermieristica, mi laureai e iniziai subito a lavorare in area critica. Ambulanza, terapia semintensiva, rianimazione, terapia intensiva. Turni massacranti, fisicamente e mentalmente, ma sentivo che non mi bastava. Volevo crescere. Feci un master in Area Critica e poi un secondo master in Accessi Vascolari, una competenza altamente specialistica e fondamentale per la sicurezza dei pazienti. Posizionare un accesso vascolare non è solo un gesto tecnico: è responsabilità, precisione, tutela della terapia e della persona. In quel ruolo diventai un punto di riferimento per colleghi, medici e pazienti. Sentivo di essere nel posto giusto.
Poi arriva la realtà. Nonostante concorsi vinti, due master e anni di esperienza, nella quotidianità aziendale ero solo un numero. Un ingranaggio da spostare dove serviva tappare un buco. Oggi in ambulatorio, domani in terapia intensiva, dopodomani in rianimazione. Come se ogni reparto fosse uguale, come se ogni competenza fosse intercambiabile. Ma non è così. Un cardiologo non viene spostato da un reparto all’altro da un giorno all’altro. Perché un infermiere specializzato sì?
L’assenza di meritocrazia è diventata una ferita aperta. Competenze non valorizzate, scelte organizzative che ignorano la specializzazione, richieste continue di straordinari. Per me lo straordinario non era accumulare ore o soldi, ma garantire al paziente la terapia giusta, nel modo corretto. Quando però capisci che il tuo impegno conta solo finché servi, qualcosa si spezza. Non è solo una questione professionale, è una questione etica.
Un infermiere spostato continuamente non può garantire continuità assistenziale. E senza continuità aumenta il rischio di errore. Lo dissi apertamente ai miei superiori: non si possono mantenere competenze altamente specifiche lavorando “un po’ di qua e un po’ di là”. La risposta fu semplice: “È così”. Dopo mesi di riflessioni, mi sono licenziata.
In cinque anni avevo accumulato cinque mesi tra ferie e straordinari. Un’estate intera a casa, in attesa di iniziare in un nuovo ospedale. Pensavo sarebbe stato un nuovo inizio. Invece arrivò il burnout. Totale. Ho avuto la lucidità di riconoscerlo, di chiedere aiuto, di parlarne con la mia famiglia. Ho scelto me stessa.
Dopo dieci anni tra rianimazione e terapia intensiva, dopo essere stata definita “eroe” nei momenti più difficili e poi trattata come un ingranaggio sostituibile, ho deciso di cambiare vita. Oggi lavoro in un’azienda che si occupa di consulenza sportiva e coaching. Non ho più voglia di saltare le ferie. Non ho più voglia di sentirmi in colpa se mi ammalo. Non ho più voglia di essere considerata intercambiabile.
Finché gli infermieri verranno trattati come ricambi, la sanità non potrà funzionare davvero. La continuità assistenziale, la presenza costante accanto al paziente, la garantisce l’infermiere. E un infermiere non motivato, non valorizzato, non ascoltato, non può offrire qualità.
La sanità non può puntare solo sulla quantità, perché la quantità non è qualità.
Io ho scelto di andarmene per restare una professionista di qualità.
"Questa non è solo la storia di un’uscita individuale dal sistema sanitario. È il sintomo di una crisi profonda che continua a consumarsi nel silenzio dei reparti. Quando una professionista competente, formata, motivata sceglie di andarsene per non tradire la qualità del proprio lavoro, la sanità perde molto più di una unità di personale: perde valore. E finché non si comprenderà che la cura passa anche dal rispetto di chi cura, storie come questa continueranno a ripetersi".
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