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Turni alle 6:30 e nidi chiusi: perché le infermiere lasciano il lavoro

Vincenzo Rauccidi
Vincenzo Raucci
Pubblicato il: 21/04/2026

AttualitàCronache sanitarie

Per gli infermieri turnisti, è noto, le giornate sono condizionate dai turni di reparto e la sfida a far conciliare questi con gli altri impegni quotidiani è sempre “impegnativa”. Ma quando a quello schema si aggiunge la ricerca di un asilo nido, la sfida passa da “impegnativa” a “impossibile”. In Italia, il posto al nido è un privilegio per pochi, ma per chi lavora in corsia tra mattine, pomeriggi e notti, diventa un miraggio che svanisce appena si varca la soglia dell’ospedale.

I dati della Fondazione Agnelli dicono che siamo al 35,5% di copertura nazionale. Una “buona” notizia, se non fosse che la stragrande maggioranza di questi posti segue orari da ufficio (7:30 - 16:30).

Per un infermiere che inizia alle 6:30 o che finisce il turno alle 21:00, l’asilo pubblico - quando c'è - risulta essere spesso inutile. La crescita della partecipazione dei bambini al nido in Italia è stata lenta, ma per le famiglie dei professionisti sanitari è praticamente ferma: senza una rete di nonni o una baby-sitter pagata a peso d’oro, il “buco” tra il cambio turno e l’apertura del nido è un baratro che inghiotte stipendi e salute mentale.

La media nazionale nasconde disparità che pesano come macigni:

  • Al Nord: la copertura è più alta (fino al 48% in Umbria), ma il costo della vita e delle rette (circa 450 euro al mese) erode il potere d’acquisto di uno stipendio infermieristico già sotto pressione.
  • Al Sud: in Campania e Sicilia, dove la copertura crolla sotto il 20%, la scelta per un’infermiera è spesso drammatica: rinunciare alla carriera o affidarsi totalmente alla solidarietà familiare.

Il concetto di “penalità della maternità” assume tinte fosche negli ospedali. In un contesto in cui la cura è considerata ancora un “affare da donne”, le infermiere pagano il prezzo più alto.

Infatti i dati dicono che l’impatto dei figli sull’occupazione femminile (nelle donne tra i 25 e i 49 anni) registra un tasso di occupazione del 68,5%, nelle donne senza figli, fino ad arrivare ad un mortificante 42,3% nelle donne con 3 o più figli.

Per un’infermiera, avere il terzo figlio significa spesso dire addio alla professione. Se per chi ha un’alta istruzione la tenuta è maggiore, il carico di stress dei turni agisce da moltiplicatore: molte professioniste scelgono il part-time (perdendo opportunità di carriera e responsabilità) o si dimettono perché il costo di una baby-sitter che copra le notti e i festivi supera il beneficio economico del lavoro stesso.

Il PNRR puntava a creare 264mila nuovi posti, scesi poi a circa 150-184 mila con la rimodulazione del governo Meloni. Ma il vero tema per chi lavora nel Servizio Sanitario Nazionale è la carenza di nidi aziendali o convenzionati h24.

Discutere di natalità senza parlare di flessibilità dei servizi è un esercizio di retorica. Una ricerca delle Università di Venezia e Verona conferma: dove l’asilo c’è, la probabilità che una madre torni al lavoro dopo la maternità aumenta del 16,8%. Per un’infermiera, questo significherebbe poter rientrare in corsia senza l’ansia di dover “incastrare” il cambio turno con l’apertura dei cancelli scolastici.

Spesso si parla della scarsa occupazione femminile come di un problema individuale. In realtà, è un fallimento strutturale dei servizi. Se le professioniste del “sistema salute” non vengono messe in condizione di curare la propria famiglia senza rinunciare al lavoro, il sistema intero vacilla.

Non basta parlare di Bonus Nido: serve discutere di orari, di costi reali e di prossimità. Perché un’infermiera che assiste i figli degli altri meriterebbe, come minimo, che lo Stato non rendesse un’impresa impossibile assistere i propri.