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Farmaci pediatrici, pochi test e molti rischi: il nodo della ricerca

Lo scorso 18 marzo, a Milano, il professor Silvio Garattini (fondatore e presidente dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri) è intervenuto al convegno "Bambini e farmaci. Comunicazione, etica e deontologia tra scienza e giornalismo", promosso dall'Ordine Lombardo dei Giornalisti insieme alla FAST e all'UGIS. La sua relazione, intitolata "Etica e deontologia nella comunicazione sui farmaci pediatrici", ha riacceso l'attenzione su un problema strutturale della medicina moderna: la grande maggioranza dei farmaci somministrati ai bambini non è mai stata testata su di loro, bensì su soggetti adulti, di sesso maschile. Le sperimentazioni cliniche riservate alla fascia pediatrica restano rare, e in loro assenza si ricorre ai medicinali approvati per gli adulti, adattandone semplicemente il dosaggio.

 

Una scorciatoia apparentemente logica, ma scientificamente insoddisfacente.

Come ha ricordato Garattini, calcolare la dose di un bambino semplicemente in proporzione al peso corporeo rispetto a un adulto trascura una realtà fisiologica ben più complessa: il bambino è un organismo in crescita, in continua evoluzione, con un metabolismo che cambia in modo significativo nelle diverse fasi dello sviluppo, e soprattutto con il passaggio all'adolescenza. Non si tratta, insomma, di una mera questione di quantità.

Le conseguenze di questo approccio possono essere tutt'altro che trascurabili.

Garattini ha sottolineato in particolare il rischio a livello cerebrale: la maggior parte dei farmaci attraversa la barriera ematoencefalica, raggiungendo un cervello che nei bambini è in continuo rimodellamento, con neuroni che si formano, altri che scompaiono e connessioni che si stabiliscono di continuo. Somministrare su questo substrato in trasformazione molecole studiate su un adulto sano significa agire in condizioni per le quali non esistono dati certi di sicurezza ed efficacia.

Il problema non è nuovo, né sconosciuto alle autorità regolatorie.

Prima del 2007, oltre il sessanta per cento dei farmaci utilizzati in ambito ospedaliero pediatrico, percentuale che arrivava all'ottanta per cento nei neonati, veniva prescritto in modalità off-label, ossia al di fuori delle indicazioni autorizzate per quella fascia d'età, con un conseguente maggior rischio di reazioni avverse. Per invertire la tendenza, il Parlamento Europeo ha varato nel 2006 una normativa specifica, il cosiddetto Paediatric Regulation che ha introdotto incentivi per le aziende farmaceutiche che sviluppano trial clinici dedicati ai più piccoli. I progressi ci sono stati, ma non sono sufficienti a soddisfare le esigenze terapeutiche della popolazione pediatrica.

Le ragioni di questa persistente lacuna sono molteplici.

Lo scarso ritorno economico delle sperimentazioni pediatriche disincentiva fortemente le industrie farmaceutiche, specialmente quando il prodotto è già in commercio per gli adulti. A questo si aggiunge la complessità etica e metodologica di condurre studi su minori: la ricerca pediatrica si trova di fronte a un paradosso difficile da sciogliere, ogni società desidera proteggere i bambini dai rischi insiti nelle sperimentazioni cliniche, ma quegli stessi bambini sono esposti a pericoli concreti quando ricevono farmaci concepiti per gli adulti e mai adeguatamente testati su di loro.

L'allarme di Garattini sui bambini si inserisce in un quadro più ampio di disuguaglianze che attraversa la farmacologia.

Se i bambini corrono dei rischi derivanti dalla ricerca farmacologica sul maschio adulto, le donne non se la passano meglio e sono vittime di un gender gap che le vede cronicamente sottorappresentate negli studi clinici, anche quando le patologie indagate hanno nei soggetti femminili una prevalenza pari o superiore a quella maschile. Si stima che le donne costituiscano circa il quaranta per cento delle popolazioni analizzate negli studi su malattie cardiovascolari, tumori e patologie psichiatriche. Il risultato è che, come ha più volte denunciato lo stesso Garattini, le donne assumono farmaci pensati per il maschio adulto di settanta chili, con dosaggi calibrati su una fisiologia che non corrisponde alla loro. In molti casi le concentrazioni ematiche del farmaco risultano più elevate nell'organismo femminile, con un conseguente innalzamento del rischio di reazioni avverse e di ricoveri ospedalieri.

Bambini e donne: due categorie diverse, accomunate dallo stesso difetto di fondo di un sistema che ha costruito il proprio modello di riferimento intorno alla figura del maschio adulto sano. Riconoscere questa asimmetria e correggerla è, come ripete da anni Garattini, una questione prima di tutto etica.

 

ph credit fb istituto mario negri