Burnout, la cura passa anche dall'arte: quando chi assiste ha bisogno di essere assistito
Il burnout dei professionisti sanitari non è più soltanto un problema individuale. È diventato, con i dati post-pandemici che parlano di tassi di prevalenza tra il 40% e il 60% tra medici e infermieri a livello globale, qualcosa che assomiglia a un'emergenza silenziosa dentro l'emergenza. Su MedicinaNarrativa.eu, la rivista di riferimento per chi si occupa di medicina narrativa in Italia e non solo, sono stati pubblicati negli ultimi mesi due contributi che affrontano questa crisi da una prospettiva insolita e stimolante: quella delle arti come strumento di prevenzione e cura.
Il primo articolo, firmato da Roberta Invernizzi, scrittrice, filosofa e voce impegnata nel sociale con una lunga collaborazione con il mondo ospedaliero e della cura, porta il titolo Il ruolo delle arti per prevenire il burnout dei professionisti sanitari. L'autrice costruisce il suo ragionamento a partire da una premessa che chiunque abbia lavorato in corsia riconoscerà come vera: il linguaggio, pur essendo lo strumento centrale della medicina narrativa, rischia a un certo punto di esaurirsi. Le parole della clinica, scrive Invernizzi, sanno di protocollo; quelle della sofferenza rischiano di saturare la mente; quelle della cura si riducono a gusci. Quando il linguaggio verbale si esaurisce, l'anima del professionista sanitario ha bisogno di "linguaggi altri", di territori più antichi e pre-verbali in cui l'indicibile non deve essere spiegato, ma semplicemente accolto. Il burnout viene descritto con un'immagine potente: non come semplice stanchezza, ma come un incendio freddo che consuma la capacità di meravigliarsi e di incontrare con cuore e competenza il dolore dell'altro. In questo quadro, le arti-terapie non vengono presentate come un passatempo decorativo, ma come feritoie di luce capaci di spezzare la morsa del burnout, restituendo al guaritore la sua stessa umanità perduta. Invernizzi individua tre livelli su cui l'arte agisce: con se stessi, con i colleghi, con i pazienti. Nel laboratorio di pittura condivisa, per esempio, le gerarchie si dissolvono: il primario e l'operatore socio-sanitario mescolano i colori sullo stesso piano e scoprono che la paura dell'insuccesso è identica, che la fatica ha forme che si somigliano.
Il secondo contributo, firmato dalla dottoressa Federica Vagnarelli, medico specialista in pediatria e neonatologia con oltre trent'anni di esperienza, Master in Medical Humanities all'Università di Modena e Master in Medicina Narrativa Applicata presso ISTUD, nonché membro del Comitato Direttivo della Società Europea di Medicina Narrativa (EUNAMES), si intitola Le arti come risorsa terapeutica contro il burnout nei professionisti sanitari: intuizioni neurobiologiche ed evidenze cliniche. Vagnarelli porta il discorso sul piano scientifico e offre la base neurobiologica di ciò che Invernizzi descrive in termini esperienziali. Il burnout, spiega, possiede un substrato fisiologico preciso: disregolazione cronica dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene, riduzione della variabilità della frequenza cardiaca, atrofia della corteccia prefrontale mediale e iperattivazione dell'amigdala, cambiamenti che compromettono l'empatia e il processo decisionale, trasformando quello che sembrava un tema di benessere in una minaccia concreta per la sicurezza dei pazienti. Le arti, sostiene Vagnarelli, agiscono proprio su questi meccanismi: coinvolgendo simultaneamente i circuiti della ricompensa, dell'autonomia, della rete di default e dell'empatia, ottengono ciò che strategie esclusivamente farmacologiche o comportamentali non riescono a garantire, e cioè il ripristino integrato del significato. L'autrice cita tra le evidenze più robuste la review dell'OMS firmata da Fancourt e Finn, che ha raccolto oltre 900 studi sugli effetti degli interventi artistici partecipativi, e il protocollo Visual Thinking Strategies, un metodo di osservazione guidata di opere d'arte che ha dimostrato di migliorare la comunicazione empatica, la tolleranza all'ambiguità e la coesione dei team clinici con riduzioni misurabili dei livelli di stress. Il suo invito finale è chiaro: integrare queste attività nella formazione medica continua, smettendo di trattarle come optional, significa riconoscere che la vita interiore di chi cura è una variabile clinica legittima.
Letti insieme, i due articoli compongono un quadro coerente e urgente. Uno parla alla pancia, l'altro alla testa. Uno racconta cosa succede nell'atelier, l'altro spiega perché succede nel cervello. Entrambi invitano a prendere sul serio l'idea che i professionisti sanitari possano curare meglio solo se vengono, a loro volta, curati. Vale la pena leggerli direttamente su MedicinaNarrativa.eu, dove il dibattito su questi temi è vivo e continua ad aggiornarsi.
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