Aggressioni in Pronto soccorso, NurSind: ''Non siamo bersagli da colpire''
Dopo l'ennesimo episodio subito dall'infermiere e dirigente NurSind Guido Borasi, torna l'allarme sulla sicurezza degli operatori sanitari: «Le violenze non sono una novità, oggi semplicemente non siamo più disposti a tacere».
di Giuseppe Provinzano
"Ci sono ferite che si rimarginano e altre che lasciano segni invisibili. Le aggressioni contro il personale sanitario appartengono a questa seconda categoria. Non si tratta soltanto di pugni, spinte o minacce: ogni episodio incrina il rapporto di fiducia tra cittadini e professionisti, alimenta paura, logora motivazioni e rischia di allontanare dalla professione chi ogni giorno sceglie di restare accanto ai pazienti. Dietro le statistiche ci sono volti, turni massacranti e persone che continuano a curare anche dopo essere state colpite. La testimonianza di Guido Borasi restituisce con crudezza una realtà che il NurSind denuncia da tempo: chi assiste non può essere lasciato solo".
CHIERI, 22/06/2026 – Essere aggrediti mentre si cerca di aiutare qualcuno non può diventare parte del lavoro. Eppure, per molti infermieri dei Pronto soccorso italiani, è ormai una drammatica normalità.
A riportare il tema al centro del dibattito è la vicenda vissuta da Guido Borasi, infermiere del Pronto soccorso di Chieri e dirigente del NurSind, vittima nei giorni scorsi dell'ennesima aggressione durante il proprio turno di servizio. Per lui non si tratta di un episodio isolato: già nel dicembre del 2024 era stato aggredito in circostanze analoghe.
«Anche quella volta stavo cercando di aiutare una persona in evidente stato di alterazione. È successo di nuovo e, sinceramente, temo che non sarà l'ultima volta. Questo è lo schema che si ripete troppo spesso nei nostri Pronto soccorso», racconta Borasi.
La sua testimonianza fotografa una realtà che il NurSind continua a denunciare con forza: la violenza nei confronti degli operatori sanitari non rappresenta un'emergenza episodica, ma un fenomeno strutturale che richiede risposte concrete.
Pur sottolineando come il contesto di Chieri non presenti i livelli di criticità registrati in altri grandi ospedali, Borasi descrive un clima di costante incertezza.
«Non sappiamo mai come le persone possano reagire. Entriamo in servizio senza la certezza di tornare a casa dopo un turno senza aver subito insulti, minacce o aggressioni. Siamo stanchi di essere colpiti gratuitamente da persone che stiamo cercando di assistere».
Se gli episodi di violenza fisica attirano inevitabilmente l'attenzione dell'opinione pubblica, esiste un sommerso ancora più esteso fatto di aggressioni verbali, intimidazioni e offese che accompagnano quotidianamente il lavoro di medici, infermieri e operatori sanitari.
Le parole ostili sono diventate quasi un sottofondo abituale dell'assistenza. La speranza degli operatori è che quelle tensioni non degenerino in qualcosa di più grave.
«Molti anni fa c'era maggiore rispetto verso chi lavorava in ospedale. Oggi dobbiamo convivere con il timore che una discussione possa trasformarsi improvvisamente in un'aggressione».
Secondo Borasi, non esiste un profilo preciso dell'aggressore. Cadono così molti luoghi comuni: non è una questione di età, genere o provenienza geografica.
«Non esiste un identikit. Aggrediscono uomini e donne, giovani e anziani. Io stesso sono stato aggredito in passato da un cittadino italiano e recentemente da una persona di origine marocchina. Il vero problema è la crescente incapacità di accettare tempi, priorità e limiti organizzativi dell'assistenza sanitaria».
Diverso il discorso per gli episodi correlati all'abuso di alcol o sostanze, ma anche in quei casi il personale sanitario continua a rappresentare il primo presidio di cura e, troppo spesso, il primo bersaglio.
Per il NurSind, il cambiamento deve essere innanzitutto culturale. Le recenti norme che consentono l'arresto in flagranza degli aggressori hanno rappresentato un passo avanti importante, ma non sufficiente.
«È positivo che oggi le forze dell'ordine abbiano strumenti più incisivi rispetto al passato. Tuttavia, se chi aggredisce torna rapidamente libero senza una reale percezione delle conseguenze, il messaggio che passa rischia di essere inefficace».
Il sindacato delle professioni infermieristiche ribadisce la necessità di rafforzare le misure di prevenzione, investire sulla sicurezza nei luoghi di cura, garantire adeguate dotazioni di personale e promuovere campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini.
Difendere chi cura significa difendere il diritto alla salute di tutti. Perché un infermiere costretto a lavorare nella paura è il simbolo di un sistema che rischia di smarrire uno dei suoi principi fondamentali: la tutela reciproca tra chi chiede aiuto e chi lo offre.
E mentre le cronache continuano a registrare nuovi episodi di violenza negli ospedali italiani, la voce di Guido Borasi rompe il silenzio e lancia un messaggio che non può più essere ignorato: la sicurezza degli operatori sanitari non è una rivendicazione corporativa, ma una priorità civile.
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