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ICN: troppi infermieri in ospedale, servono più professionisti sul territorio

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 29/06/2026

Professione e lavoroStudi e analisi

L’International Council of Nurses ha chiesto un’azione urgente contro la cattiva distribuzione degli infermieri tra contesti ospedalieri e comunitari, sostenendo che il problema non è solo la carenza numerica ma anche il modo in cui la forza lavoro è allocata nei sistemi sanitari. Il messaggio dell’ICN è chiaro: senza rafforzare l’assistenza territoriale, domiciliare e di prossimità, la promessa di cure più accessibili e centrate sulla persona resta incompleta.

 

La posizione dell’ICN

Nel comunicato pubblicato il 23 giugno 2026, l’ICN collega il tema della distribuzione degli infermieri alla necessità di riorientare i sistemi sanitari verso la primary health care, cioè verso servizi più vicini alle persone, alle famiglie e alle comunità. L’organizzazione afferma che troppi infermieri restano concentrati negli ospedali, mentre i settori comunitari e domiciliari risultano strutturalmente sottofinanziati e sottodimensionati.

L’ICN sottolinea anche che questa distorsione non è un dettaglio organizzativo, ma un fattore che limita l’accesso, peggiora la continuità assistenziale e indebolisce la capacità dei sistemi sanitari di rispondere all’invecchiamento della popolazione e alla crescita delle cronicità. In altre parole, non basta aumentare il numero totale degli infermieri se poi la distribuzione continua a penalizzare i contesti in cui si gioca gran parte della prevenzione e della presa in carico a lungo termine.

 

Le dichiarazioni di Howard Catton

Howard Catton, CEO dell’ICN, ha dato il tono politico e professionale dell’intervento. Nella keynote al 5th Global Conference dell’International Home Care Nurses Organization, ha richiamato il peso strategico dell’assistenza “beyond walls”, cioè oltre i confini dell’ospedale, e ha evidenziato che la domanda di cure in casa, in comunità e nell’assistenza primaria richiede competenze cliniche elevate, non attività residuali.

Secondo Catton, il problema sta anche nel riconoscimento professionale: i ruoli comunitari non devono essere percepiti come meno complessi o meno qualificati rispetto a quelli ospedalieri. L’ICN insiste invece sul fatto che il lavoro infermieristico in comunità richiede autonomia, valutazione clinica, educazione terapeutica, gestione di condizioni croniche e coordinamento tra servizi, quindi merita percorsi professionali e organizzativi adeguati.

 

Perché l’intervento è importante

L’intervento dell’ICN è importante perché sposta il dibattito dalla sola “carenza” alla “distribuzione”, che è il nodo spesso ignorato nella pianificazione del personale. Se gli infermieri restano concentrati quasi esclusivamente negli ospedali, i sistemi sanitari finiscono per reagire tardi ai bisogni, aumentano gli accessi impropri e si indebolisce la capacità di prevenzione e di gestione territoriale.

Il tema è particolarmente rilevante per i Paesi che stanno cercando di rafforzare la sanità territoriale dopo anni di centralità ospedaliera. L’ICN richiama infatti la necessità di investire in formazione, leadership e condizioni di lavoro capaci di rendere attrattivi i ruoli comunitari, altrimenti l’assistenza primaria resterà una priorità dichiarata ma non sostenuta dalla forza lavoro necessaria.

 

Il rilievo per i sistemi sanitari

Il messaggio dell’ICN si collega anche ai documenti internazionali che chiedono di rafforzare il nursing come leva per la copertura sanitaria universale e per sistemi più resilienti. La logica è semplice: una forza lavoro distribuita in modo più equilibrato consente di intercettare prima i bisogni, ridurre la pressione sugli ospedali e migliorare la continuità assistenziale tra territorio e degenza.

In questa prospettiva, il nodo non è soltanto quanti infermieri formare, ma come orientarli, sostenerli e trattenerli nei setting meno attrattivi ma più strategici per la salute pubblica. È qui che la posizione dell’ICN assume un valore politico forte: invita governi e decisori a considerare la distribuzione del personale come una questione di equità, efficienza e sicurezza delle cure.