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Case di Comunità, NurSind: ''Per aprirle stanno svuotando gli ospedali''

Giuseppe Provinzanodi
Giuseppe Provinzano
Pubblicato il: 01/08/2026

NurSind dal territorioPiemonte

Coppolella: "Strutture avviate senza nuove risorse e personale recuperato all’ultimo momento. Le Asl procedono in ordine sparso: servono programmazione e servizi reali, non inaugurazioni"


di Giuseppe Provinzano

"Le Case di Comunità dovevano rappresentare uno dei pilastri della nuova sanità territoriale: più assistenza vicino al cittadino, maggiore presa in carico di cronici e fragili, potenziamento delle cure domiciliari e meno pressione su ospedali e Pronto soccorso. In Piemonte, però, NurSind accende i riflettori su ciò che sta accadendo dietro inaugurazioni e tagli di nastri. Secondo il sindacato, le nuove strutture vengono avviate senza un adeguato incremento degli organici, spostando infermieri già in servizio nei Distretti e, soprattutto, attingendo da ospedali che soffrono da tempo una pesante carenza di personale".


Coppolella (NurSind): "Le Case di Comunità non si riempiono svuotando gli ospedali"

TORINO, 01/08/2026 - La riforma dell'assistenza territoriale avanza, le Case di Comunità aprono, ma per NurSind Piemonte la domanda decisiva resta ancora senza risposta: con quali infermieri e con quali nuove risorse si pensa di farle funzionare realmente?

A porre la questione è Francesco Coppolella, segretario regionale NurSind Piemonte, che denuncia una situazione ben distante dall'immagine restituita dalle inaugurazioni istituzionali.

"La grande promessa della riforma territoriale, cioè la vera presa in carico dei pazienti cronici e fragili, il potenziamento dell'assistenza domiciliare e il conseguente alleggerimento dei Pronto soccorso e dei ricoveri ospedalieri, ad oggi rimane solo sulla carta",

afferma Coppolella.

Il problema, secondo NurSind, non è la nascita delle Case di Comunità. Al contrario, il sindacato considera fondamentale lo sviluppo di una rete territoriale capace di intercettare i bisogni assistenziali prima che questi finiscano inevitabilmente per riversarsi sugli ospedali.

Il punto è come questa rete viene costruita e, soprattutto, con quali risorse professionali.

Case aperte, ma quali nuovi servizi?

NurSind solleva innanzitutto un problema di trasparenza nei confronti dei cittadini. L'apertura formale di una Casa di Comunità, infatti, non significa automaticamente aver creato nuovi servizi sanitari.

"A quanto ci risulta, al di là delle cerimonie d'apertura, nessuna Asl ha comunicato in modo trasparente alla cittadinanza quali siano i nuovi servizi realmente fruibili, al netto di quelli che erano già presenti nei vecchi Distretti", osserva il segretario regionale.

Ed è proprio qui che, secondo il sindacato, emerge una delle principali contraddizioni della riforma. Gli investimenti hanno consentito di realizzare, ristrutturare e adeguare le strutture, ma i muri da soli non producono assistenza.

Per far funzionare realmente una Casa di Comunità servono professionisti, modelli organizzativi definiti, percorsi assistenziali, integrazione tra servizi e una programmazione capace di durare nel tempo.

Coppolella parla di «una riforma sperata e finanziata con montagne di denaro per costruire e ristrutturare muri, ma che rischia seriamente di trasformarsi in un fallimento» se alla componente strutturale non seguirà quella organizzativa e professionale.

Il problema, sottolinea NurSind, supera i confini del Piemonte e riguarda l'intero processo di trasformazione dell'assistenza territoriale. Ma è proprio osservando quanto sta accadendo nelle singole aziende sanitarie che le criticità diventano evidenti.

NurSind: "Stanno cannibalizzando gli organici degli ospedali"

È sul personale che la denuncia del sindacato diventa particolarmente dura.

Secondo NurSind, diverse strutture sarebbero state avviate sostanzialmente a “iso-risorse”: invece di accompagnare l'apertura delle Case di Comunità con un piano di assunzioni adeguato, si sarebbe proceduto attraverso trasferimenti e spostamenti di personale già presente nel sistema.

E il conto rischiano di pagarlo anche gli ospedali.

"Sono state aperte strutture a “iso-risorse”, recuperando personale infermieristico all'ultimo momento e inserendolo al loro interno senza indicazioni chiare e senza un progetto stabile per il futuro",

denuncia Coppolella.

Il segretario regionale va oltre:

"Per riempire le nuove strutture non sono stati assunti i professionisti necessari, ma si è attinto a piene mani dal personale già presente nei Distretti e si stanno cannibalizzando gli organici degli ospedali, già in sofferenza".

Una dinamica che, se confermata e protratta nel tempo, rischierebbe di produrre un paradosso: indebolire l'ospedale per costruire il territorio, anziché rafforzare entrambi attraverso nuove risorse.

"Il risultato? Nessuna stabilità futura e nessun vero servizio aggiuntivo per i cittadini, almeno per ora",

conclude Coppolella sul punto.

Asl in ordine sparso

A preoccupare NurSind è anche l'assenza, secondo il sindacato, di un modello organizzativo sufficientemente uniforme sul territorio regionale.

Le aziende sanitarie piemontesi starebbero procedendo con modalità differenti, adottando soluzioni locali che rischiano di produrre un mosaico di organizzazioni, funzioni e modalità operative diverse da territorio a territorio.

Una riforma strutturale della sanità, sostiene NurSind, non può dipendere dalla capacità della singola Asl di trovare soluzioni contingenti per reperire personale e organizzare i servizi.

"L'organizzazione e le funzioni delle Case di Comunità non si improvvisano né possono essere modellate di volta in volta in base a esigenze estemporanee o alle scelte di qualcuno",

rimarca Coppolella.

La richiesta che emerge è quindi quella di passare rapidamente dalla fase delle inaugurazioni a quella della programmazione concreta degli organici e dell'assistenza.

Per NurSind la sanità territoriale rappresenta una strada necessaria, ma deve diventare realmente aggiuntiva rispetto all'attuale offerta sanitaria. Spostare gli stessi infermieri da una struttura all'altra non aumenta l'assistenza disponibile e rischia, al contrario, di spostare semplicemente la carenza da un servizio all'altro.

La sfida delle Case di Comunità, dunque, si giocherà molto meno sui tagli dei nastri e molto di più sulla capacità di garantire infermieri, organizzazione, continuità assistenziale e servizi realmente nuovi per i cittadini.