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Più studenti di Infermieristica non bastano: il tirocinio clinico è il vero nodo

Vincenzo Rauccidi
Vincenzo Raucci
Pubblicato il: 08/01/2026

Punto di VistaStudenti infermieri

Ricevo un intervento del collega Filippo D’Aleo, infermiere di Chirurgia Toracica/Vascolare e oggi presso la Medicina del Lavoro, dell’IRCCS San Gerardo di Monza.  Già tutor clinico (assistente di tirocinio) Corso di Laurea in Infermieristica, Università di Milano Bicocca, sede di Monza, da sempre interessato ai temi della sicurezza sul lavoro e gestione del rischio clinico.

Volentieri pubblichiamo.

 

Aumentare i posti universitari senza investire sul tutoraggio clinico rischia di indebolire la formazione e il sistema sanitario.

Negli ultimi anni la carenza infermieristica è entrata stabilmente nel dibattito pubblico e istituzionale. Tra le soluzioni più frequentemente evocate vi è l’aumento dei posti disponibili nei corsi di laurea in Infermieristica.

Una risposta comprensibile, ma insufficiente se non accompagnata da un investimento strutturale nella formazione clinica.

Il rischio è quello di intervenire sui numeri senza agire sulle condizioni reali in cui gli studenti vengono formati e in cui la professione viene esercitata.

Il tirocinio clinico come collo di bottiglia

La formazione infermieristica si fonda in larga parte sull’apprendimento in contesto assistenziale. Il tirocinio clinico non rappresenta un complemento del percorso universitario, ma un elemento costitutivo della formazione professionale.

L’aumento del numero degli studenti comporta inevitabilmente:

  • un incremento del carico formativo sugli infermieri tutor;
  • una maggiore complessità organizzativa nei servizi;
  • una sovrapposizione tra responsabilità assistenziali e responsabilità educative.

Il tutor clinico è chiamato a osservare, guidare, valutare, garantire sicurezza e qualità dell’assistenza, spesso senza tempo dedicato né un adeguato riconoscimento formale o economico, in contesti già caratterizzati da carenza di personale e pressione assistenziale.

In queste condizioni il tutoraggio rischia di diventare una funzione invisibile, affidata esclusivamente al senso di responsabilità professionale degli infermieri, con ricadute su stress, burnout e progressiva disaffezione.

Più posti, meno domande: un segnale da non ignorare

Accanto all’aumento del numero di posti disponibili nei corsi di laurea in Infermieristica, si osserva oggi un fenomeno che non può essere sottovalutato: in molte sedi universitarie i posti messi a bando non vengono coperti.

Le domande di accesso non crescono in modo proporzionale all’offerta formativa; in diversi contesti risultano addirittura in diminuzione.

Questo dato indica che il problema non è solo quantitativo.

Occorre interrogarsi su quanto la professione infermieristica sia oggi attrattiva per i giovani.

Sempre più spesso il lavoro infermieristico viene percepito come una professione:

  • ad elevata responsabilità clinica e giuridica;
  • con carichi assistenziali crescenti;
  • caratterizzata da turnazioni gravose, notti e festivi;
  • a fronte di riconoscimenti economici, di carriera e sociali ritenuti insufficienti.

In questo scenario, aumentare i posti universitari senza intervenire sulle condizioni di lavoro e di formazione rischia di produrre un duplice effetto negativo:

da un lato non si intercettano nuovi studenti, dall’altro si sovraccaricano ulteriormente i contesti assistenziali e formativi.

La qualità dell’esperienza di tirocinio rappresenta spesso il primo vero contatto degli studenti con la professione.

Un tirocinio vissuto in reparti sotto pressione, con tutor clinici oberati di lavoro e poco supportati, può trasformarsi da opportunità formativa a fattore di disaffezione, alimentando scoraggiamento e abbandoni precoci.

Cosa accade fuori dall’Italia: il tutoraggio si finanzia

In diversi Paesi europei il tutoraggio clinico è riconosciuto come attività lavorativa a tutti gli effetti, con un costo che viene esplicitamente finanziato.

Un esempio significativo è quello del Regno Unito, dove il sistema sanitario nazionale (NHS) prevede una tariffa nazionale per l’educazione clinica (Education and Training Clinical Tariff).
Per l’anno 2025–2026 la tariffa è pari a 5.866 sterline per ogni full-time equivalent di tirocinio.

https://www.gov.uk/government/publications/healthcare-education-and-training-tariff-2025-to-2026/education-and-training-tariffs-2025-to-2026

Si tratta di risorse vincolate al supporto formativo in contesto clinico: tempo tutor dedicato, coordinamento dei placement, organizzazione dell’apprendimento.

Il principio è chiaro: all’aumento degli studenti corrisponde automaticamente un aumento delle risorse per seguirli.

Anche in Italia esistono esperienze di riconoscimento economico del tutoraggio clinico, spesso attraverso incarichi aziendali o indennità finanziate a livello regionale. In alcuni casi il valore annuo riconosciuto al tutor si colloca intorno ai 2.000 euro lordi, ma si tratta di iniziative frammentarie, non uniformi e prive di una cornice nazionale (vedi, ad esempio, “Accordo tutor didattici” del 9 agosto 2022 sottoscritta tra la Direzione dell’ULSS 3 Serenissima e le organizzazioni sindacali).

Una proposta necessaria: riconoscere e finanziare il tutor clinico

Se l’obiettivo è affrontare seriamente la carenza infermieristica, è necessario superare una visione meramente numerica e investire sulla qualità e sostenibilità della formazione.

La proposta si articola in alcuni punti chiave:

  1. Riconoscimento formale della funzione

Il tutor clinico deve essere una funzione riconosciuta, con incarico definito, formazione specifica, responsabilità chiare e valorizzazione professionale ed economica.

  1. Finanziamenti vincolati al tirocinio

Ogni incremento dei posti universitari dovrebbe essere accompagnato da risorse dedicate alle aziende sanitarie, vincolate al tutoraggio clinico, al tempo protetto e alla riduzione del carico assistenziale.

  1. Un riconoscimento economico realistico

In una prima fase, un’indennità annua nell’ordine dei 3.000-3.500 euro lordi per tutor rappresenta una misura concreta e sostenibile. In prospettiva, è auspicabile l’introduzione di una tariffa nazionale per le ore di tirocinio, sul modello dei sistemi più avanzati.

Conclusione

La carenza infermieristica non si risolve soltanto aumentando i numeri sulla carta.

Il fatto che molti posti universitari restino scoperti dimostra che la professione oggi fatica ad attrarre le nuove generazioni.

Servono scelte strutturali: migliorare le condizioni di lavoro, rendere sostenibile la pratica professionale e investire seriamente sulla formazione clinica e sul tutoraggio.

Valorizzare il tutor clinico significa tutelare la qualità della formazione, la sicurezza dei cittadini e la dignità del lavoro infermieristico.

È da qui che passa il futuro della professione.

 

Filippo D'Aleo