Testimonianza di un’infermiera: Così la carenza di organico mette a rischio le cure
Dalle aree critiche un racconto che il NurSind porta all’attenzione delle istituzioni
Venezia, 19/01/2026. C’è una sanità che raramente trova spazio nei report ufficiali e nei comunicati rassicuranti. È la sanità vissuta ogni giorno nei reparti, soprattutto dove la complessità assistenziale è massima e il margine di errore non esiste. Il NurSind sceglie di raccontarla attraverso una testimonianza diretta, quella di Sara Presutto, infermiera di area critica e segreteria territoriale NurSind Venezia, che lavora in un ospedale pubblico e assiste quotidianamente pazienti gravissimi.
In rianimazione, gli standard internazionali indicano chiaramente la necessità di garantire un rapporto minimo di un infermiere ogni due pazienti per turno. Nella pratica quotidiana, però, questo standard resta spesso solo sulla carta. La carenza cronica di personale, unita a imprevisti come assenze improvvise o malattie, rende quasi impossibile mantenere un’organizzazione sicura e stabile.
"Nel nostro reparto non si riesce quasi mai a garantire il numero minimo di infermieri necessari. Basta che alcuni colleghi si ammalino e l’intero equilibrio salta", racconta Sara Presutto, infermiera di area critica e rappresentante della segreteria territoriale NurSind Venezia.
L’assistenza, tuttavia, non può fermarsi. Deve essere garantita ventiquattro ore su ventiquattro. Così accade che agli infermieri in servizio venga chiesto di prolungare il turno fino a dodici ore o di anticipare l’orario del turno successivo, spesso quello notturno. Si arriva a lavorare anche dieci giorni consecutivi senza un reale recupero, in condizioni di stanchezza che aumentano inevitabilmente il rischio di errore.
"Quando lavori in area critica hai tra le mani la vita delle persone. La stanchezza non è solo un problema personale, ma diventa un fattore di rischio per la sicurezza delle cure", evidenzia il NurSind, che da tempo denuncia come queste condizioni compromettano la qualità dell’assistenza.
Quella che un tempo poteva essere considerata un’eccezione è ormai diventata una prassi diffusa. Turni notturni ripetuti, spesso sei, otto o anche dieci al mese, incidono pesantemente sulla salute degli infermieri, aumentando lo stress lavoro-correlato e il rischio di patologie cerebro-cardiovascolari. Un lavoro usurante che continua a non essere pienamente riconosciuto come tale.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Sempre più infermieri scelgono di lasciare il servizio pubblico per intraprendere la libera professione, lavorando a gettone per strutture pubbliche o private. Una scelta che non nasce dal disimpegno, ma dalla necessità di ritrovare un equilibrio tra lavoro e vita privata.
"Con la libera professione molti colleghi riescono finalmente a gestire i propri tempi, evitando turni massacranti e ottenendo anche un riconoscimento economico maggiore. Se le condizioni nel pubblico fossero dignitose, nessuno farebbe queste scelte", sottolinea ancora il NurSind.
A pesare è anche il confronto con altri Paesi europei, dove a parità di titolo e responsabilità le retribuzioni sono più alte e il benessere organizzativo viene considerato parte integrante del sistema sanitario. In Italia, nonostante il recente rinnovo contrattuale, la sensazione diffusa tra gli infermieri è quella di una professione sempre più stressata e poco valorizzata.
La testimonianza di Sara Presutto non rappresenta un caso isolato, ma la voce di migliaia di infermieri che ogni giorno tengono in piedi la sanità pubblica con professionalità e sacrificio. Il NurSind la porta all’attenzione delle istituzioni come atto di responsabilità, perché senza infermieri tutelati non può esistere una sanità sicura, equa e di qualità.
di