La salute di chi cura: Cristina Gattel, infermiera, racconta perché il sistema non è più sostenibile
Ricevo un intervento della collega Cristina Gattel, infermiera dell’Azienda Sanitaria Friuli Occidentale (ASFO) di Pordenone in servizio nell’Unità di Terapia Intensiva Cardiologica (UTIC). In passato ha lavorato anche al Centro di Riferimento Oncologico (CRO) di Aviano e oggi esercita anche la funzione di Tutor Clinico per gli studenti di Laurea Infermieristica del terzo anno. Appassionata di arte, pittura e teatro.
Volentieri pubblichiamo.
Lettera aperta “Essere infermiera oggi”
Sono un’infermiera.
Scrivo con rispetto, ma anche con senso di responsabilità verso la mia professione e verso il sistema in cui operiamo.
Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di stress, burnout e dimissioni tra i professionisti sanitari. È una realtà sotto gli occhi di tutti. Quello che però è necessario chiarire è che queste difficoltà non nascono da una mancanza di dedizione o di amore per il nostro lavoro. Al contrario: nascono spesso dal fatto che non siamo più messi nelle condizioni di poterlo svolgere in modo sostenibile.
Turni impegnativi, riposi insufficienti, carichi di lavoro elevati, una vita personale e sociale compressa fino quasi a scomparire. Dormire poco, sentirsi costantemente stanchi anche dal punto di vista fisico, faticare a recuperare energie non è solo un disagio individuale: è un segnale.
Quando una persona non riesce a mantenere un equilibrio tra lavoro e vita personale, il rischio non è solo la stanchezza, ma l’insorgere di apatia, irritabilità, malessere emotivo. Non per mancanza di professionalità, ma perché nessuno può dare continuità a un lavoro di cura senza potersi, a sua volta, curare.
Questo è un punto sul quale non possiamo non riflettere.
La salute dei professionisti incide direttamente sulla salute delle persone assistite. Incide sulla qualità delle cure, sulla sicurezza, sulle dinamiche di gruppo e sul clima nei contesti di lavoro. I numerosi licenziamenti e le dimissioni a cui stiamo assistendo dovrebbero essere letti come un campanello d’allarme, non come un problema individuale da archiviare.
Non si può parlare di qualità dell’assistenza senza interrogarsi sulle condizioni in cui operano coloro che quell’assistenza la garantiscono ogni giorno. Non si può chiedere costante adattamento senza costruire un’organizzazione che tenga conto dei limiti umani, oltre che delle competenze professionali.
Essere infermiera oggi significa continuare a scegliere responsabilità, relazione, competenza. Ma questa scelta non dovrebbe comportare la rinuncia sistematica al benessere personale, al riposo, alla vita sociale.
Prendersi cura è un lavoro complesso, che richiede presenza, lucidità ed equilibrio.
Tutela della salute dei professionisti e tutela della salute dei cittadini non sono due temi separati: sono profondamente connessi.
Riconoscerlo è il primo passo per costruire un sistema più giusto, più efficace e più umano per tutti.
Cristina Gattel
di