Cure primarie: perché negli USA l’infermiere apre studi e in Italia no
Negli Stati Uniti gli infermieri professionisti stanno diventando una colonna portante dell’assistenza primaria. Non solo come clinici, ma anche come imprenditori sanitari. Aprono studi, organizzano cure domiciliari, usano la telemedicina e seguono pazienti cronici fuori dagli ospedali. Un fenomeno in rapida crescita, anche se ancora ostacolato da regole e rimborsi penalizzanti.
In Italia, invece, il dibattito è appena agli inizi. E la distanza tra i due modelli solleva una domanda inevitabile: perché da una parte l’infermiere può essere titolare di uno studio di cure primarie, mentre dall’altra resta quasi esclusivamente un dipendente del sistema pubblico?
Il modello statunitense: autonomia con ostacoli
Negli USA, i nurse practitioner operano come clinici di primo contatto. Possono diagnosticare, prescrivere e seguire i pazienti nel tempo. Alcuni scelgono di aprire studi indipendenti, spesso dopo anni nei grandi sistemi sanitari, proprio per rispondere a bisogni non coperti: ricoveri evitabili, riammissioni frequenti, difficoltà di accesso alle cure.
Il modello non è semplice. I rimborsi sono inferiori a quelli dei medici, circa il 15 per cento in meno secondo le tariffe di Medicare, e l’accesso al credito è più difficile. Tuttavia, l’infermiere è riconosciuto come professionista clinico autonomo. Può essere accreditato, contrattare con gli assicuratori e, in alcuni Stati, lavorare senza supervisione medica.
Il risultato è un sistema imperfetto ma dinamico, in cui l’iniziativa professionale contribuisce a colmare vuoti assistenziali, soprattutto nelle aree rurali e tra le fasce più fragili della popolazione.
L’Italia: centralità proclamata, autonomia limitata
In Italia la situazione è quasi opposta. L’infermiere è definito da anni come professionista sanitario autonomo, con un proprio profilo di competenze. Le riforme più recenti hanno rilanciato figure come l’infermiere di famiglia e di comunità, chiamato a essere il perno dell’assistenza territoriale.
Ma nella pratica, l’autonomia resta fortemente limitata. L’infermiere opera quasi esclusivamente all’interno del Servizio Sanitario Nazionale, come dipendente di aziende sanitarie o cooperative. L’apertura di studi infermieristici esiste, ma è marginale, poco sostenuta e spesso confinata a prestazioni tecniche, non a una vera presa in carico clinica.
A differenza degli USA, l’infermiere italiano non è riconosciuto come professionista di primo accesso. Non prescrive, non diagnostica. Il territorio resta medicalizzato, anche dove i medici mancano.
Una contraddizione tutta italiana
Qui si apre la contraddizione. L’Italia denuncia da anni la carenza di medici di medicina generale, soprattutto nelle aree interne e periferiche. Allo stesso tempo, forma migliaia di infermieri con competenze avanzate, ma li utilizza sotto il loro potenziale clinico.
Negli Stati Uniti si discute se sia giusto pagare meno un infermiere imprenditore rispetto a un medico. In Italia, il dibattito è ancora più a monte: è legittimo che un infermiere possa fare impresa sanitaria? E soprattutto, è utile al sistema?
Il confronto mette in luce una differenza culturale prima ancora che normativa. Negli USA l’autonomia infermieristica è vista come una risposta pragmatica ai bisogni di salute. In Italia è spesso percepita come una minaccia agli equilibri professionali esistenti.
Aprire il dibattito: rischio o opportunità?
Guardare al modello americano non significa importarlo senza filtri. Il contesto è diverso, così come il sistema di finanziamento. Ma l’esperienza statunitense dimostra che gli infermieri possono gestire cure primarie complesse, ridurre ricoveri e migliorare l’accesso, se messi nelle condizioni di farlo.
La domanda, allora, non è se l’infermiere debba “sostituire” il medico. La domanda è se il sistema italiano possa permettersi di non valorizzare una risorsa già formata, soprattutto in una fase di forte pressione sul territorio.
Un vero dibattito dovrebbe partire da qui: mantenere l’infermiere in un ruolo prevalentemente esecutivo è una scelta a tutela della qualità delle cure, o una rigidità che rischia di indebolire ulteriormente l’assistenza primaria?
Negli Stati Uniti il problema è come rimuovere gli ostacoli a un’autonomia già esistente. In Italia, il nodo è più radicale: decidere se quella autonomia vogliamo davvero costruirla.
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