Gli infermieri possono sostituire i medici? Maxi-studio su 28mila pazienti dice sì (quasi)
di
Maria Luisa Asta
Pubblicato il: 17/02/2026
L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle patologie croniche e dei casi complessi, insieme alla crescita dei costi sanitari, stanno mettendo sotto pressione gli ospedali. In questo scenario si fa strada una domanda concreta: parte delle attività svolte dai medici può essere affidata agli infermieri senza compromettere la qualità delle cure?
Una nuova revisione sistematica internazionale prova a dare una risposta. L’analisi ha esaminato cosa succede quando, nei reparti ospedalieri o negli ambulatori, gli infermieri sostituiscono i medici nella gestione dei pazienti.
Lo studio in sintesi
La revisione ha incluso 82 studi randomizzati (80 a gruppi paralleli e 2 cross-over), per un totale di 28.041 pazienti. Le ricerche hanno coinvolto infermieri specialisti, infermieri di pratica avanzata e infermieri registrati che hanno sostituito medici, sia junior sia senior, in numerose specialità: oncologia, cardiologia, dermatologia, endocrinologia, gastroenterologia, medicina generale, neonatologia, neurologia, ginecologia e ostetricia, oculistica, reumatologia e pneumologia.
La maggior parte degli studi è stata condotta in Paesi ad alto reddito, con una forte presenza del Regno Unito (39% del totale). La durata media dei trial è stata di 12 mesi, con alcuni studi arrivati fino a cinque anni.
Gli infermieri operavano in modo autonomo oppure sotto supervisione medica, talvolta seguendo protocolli strutturati o prendendo in carico specifici gruppi di pazienti.
I risultati principali: nessuna differenza sostanziale
L’analisi statistica (meta-analisi su 70 studi) ha valutato sei esiti chiave: mortalità, eventi avversi legati alla sicurezza, qualità della vita, auto-efficacia del paziente, esiti clinici specifici e costi diretti.
I risultati sono chiari su diversi fronti:
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Mortalità: probabilmente non ci sono differenze significative tra cure fornite da infermieri e cure guidate da medici.
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Qualità della vita: nessuna differenza rilevante tra i due modelli.
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Auto-efficacia del paziente: risultati sovrapponibili.
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Eventi avversi: possibile assenza di differenze, ma con un livello di certezza più basso.
Per quanto riguarda gli esiti clinici specifici (come controllo dei sintomi o parametri di malattia), nella maggior parte dei casi non emergono differenze significative. In alcuni ambiti limitati, però, la sostituzione medico-infermiere potrebbe perfino portare a miglioramenti.
Anche la valutazione della “performance” del professionista non ha mostrato un vincitore netto: in certi casi i risultati favoriscono gli infermieri, in altri i medici, in molti non si osservano differenze sostanziali.
Il nodo dei costi: risparmi possibili, ma non garantiti
Sul piano economico il quadro è più sfumato. In 17 studi si è registrata una riduzione dei costi quando gli infermieri hanno sostituito i medici. Tuttavia, 9 studi hanno evidenziato un aumento delle spese, legato soprattutto a:
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consulti più lunghi,
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maggior numero di invii ad altri specialisti,
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aumento delle prescrizioni farmacologiche.
Il livello di certezza delle prove sui costi resta basso, quindi non è possibile trarre conclusioni definitive.
Cosa significa per i sistemi sanitari
Nel complesso, la revisione conclude che non ci sono differenze rilevanti tra assistenza fornita dagli infermieri e assistenza guidata dai medici, almeno per gli esiti principali come mortalità e qualità della vita.
Questo dato rafforza l’idea che la sostituzione possa rappresentare una risposta alla carenza di medici e alle liste d’attesa, soprattutto in contesti ospedalieri strutturati.
Tuttavia, gli autori invitano alla cautela: se si considera la sostituzione come soluzione alla carenza di medici, bisogna valutare anche l’impatto sulla forza lavoro infermieristica. Spostare compiti e responsabilità potrebbe creare nuove tensioni in un settore che, in molti Paesi, soffre già di carenza di personale.
La questione, dunque, non è solo clinica ma organizzativa. I dati suggeriscono che il modello può funzionare. Resta da capire come integrarlo senza spostare il problema da una professione all’altra.