Andrea Filippini, l'infermiere che trasformò la cura in arte: addio a 'Floppy'
Nel suo ultimo messaggio affidato ai social, Andrea Filippini percorre in bicicletta una galleria e scompare in una luce intensa, accompagnato dalle note dei Pink Floyd. «Vi voglio bene, ciao», scrive. Un saluto essenziale, nel suo stile.
Filippini, conosciuto da tutti come "Floppy", è morto a 56 anni dopo una malattia che aveva deciso di raccontare pubblicamente giorno dopo giorno. Infermiere, cooperante, maestro elementare, autore e uomo di teatro, ha rappresentato una figura fuori dagli schemi nel panorama sanitario italiano.
Per anni infermiere nell'Oncoematologia Pediatrica del Policlinico Sant'Orsola di Bologna, Filippini aveva costruito la propria visione dell'assistenza partendo da una convinzione semplice: curare non significa soltanto intervenire sulla malattia, ma prendersi cura della persona nella sua interezza.
Una filosofia maturata sul campo e approfondita attraverso il teatro, linguaggio che considerava uno strumento privilegiato per comprendere le emozioni e migliorare la relazione di cura. In una lunga intervista rilasciata a Infermieristicamente, raccontava come il percorso professionale e quello artistico si fossero intrecciati fin dall'inizio della sua vita. Infermiere a diciannove anni, attore per passione, aveva progressivamente scoperto quanto le due dimensioni potessero contaminarsi e arricchirsi reciprocamente.
L'esperienza nell'Oncoematologia Pediatrica fu determinante. Lavorare accanto a bambini affetti da tumore e alle loro famiglie gli fece comprendere quanto la qualità della relazione umana fosse parte integrante del processo assistenziale. Da qui nacque il suo interesse per il teatro applicato alle professioni sanitarie e per la formazione degli operatori.
Negli anni Duemila elaborò un progetto che sarebbe poi diventato il cuore del suo lavoro: dimostrare che il teatro poteva fornire agli infermieri strumenti concreti per affrontare il peso emotivo della professione. La sua tesi di laurea portava un titolo emblematico, Infermieri e comicoterapici, binomio impossibile? Progetto di un sogno. Col tempo, tuttavia, Filippini maturò una riflessione critica sul concetto stesso di "terapia" associato al sorriso e alla comicità.
L'esperienza vissuta in Afghanistan, dove lavorò per sei mesi nell'ospedale di Emergency a Lashkar Gah, segnò una svolta decisiva. Il confronto con la guerra e con le sue conseguenze lo portò a interrogarsi sul modo in cui la società interpreta la sofferenza e le emozioni. Tornato in Italia, sentì l'esigenza di rivedere molte delle proprie convinzioni professionali e personali.
Da quella riflessione nacque il progetto di Infermieristica Teatrale, destinato a diventare un punto di riferimento per molti professionisti sanitari. L'obiettivo non era utilizzare il teatro come terapia, ma come strumento di crescita personale e professionale. Secondo Filippini, chi si prende cura degli altri deve essere messo nelle condizioni di comprendere e gestire le proprie emozioni, perché soltanto così può offrire un'assistenza autenticamente umana.
Al centro della sua idea di formazione non c'era il paziente, ma il professionista sanitario. "Prendersi cura di chi si prende cura" era il principio che guidava il progetto. Per Filippini il teatro consentiva di sviluppare ascolto, consapevolezza, capacità comunicative e lavoro di squadra, qualità indispensabili in ogni contesto assistenziale.
Nei suoi interventi pubblici criticava anche una rappresentazione spesso distorta del mondo sanitario. Riteneva necessario raccontare meglio il lavoro degli infermieri e degli operatori, mostrando non soltanto le competenze tecniche ma anche il carico umano che accompagna quotidianamente la cura. Attraverso spettacoli, libri e attività formative cercò di costruire un ponte tra ospedale e società civile, convinto che comprendere il lavoro di chi assiste fosse il primo passo per valorizzarlo.
Fino agli ultimi mesi della sua vita ha continuato a comunicare, raccontare e condividere. Lo ha fatto con il linguaggio che aveva scelto da sempre: quello dell'umanità, dell'ironia e della vicinanza agli altri.
Andrea Filippini lascia un'eredità che va oltre la professione infermieristica. La sua idea di cura, fondata sulla relazione, sull'ascolto e sulla consapevolezza delle emozioni, resta oggi una testimonianza preziosa per chiunque lavori accanto alle persone più fragili.
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