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L’infermiere nel cinema italiano, dagli inizi ai giorni nostri

Vincenzo Rauccidi
Vincenzo Raucci
Pubblicato il: 09/07/2026

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Il cinema è, da sempre, lo specchio delle nostre evoluzioni sociali, culturali e persino professionali. Nel panorama della cinematografia italiana, poche figure hanno vissuto una mutazione d’immagine tanto drastica quanto quella dell’infermiere.

Da figura quasi invisibile e subordinata nei primi del Novecento, a stereotipo erotico e macchietta comica negli anni ’70 e ’80, fino a diventare il pilastro emotivo, etico e professionale delle narrazioni contemporanee: il cammino dell’infermiere sul grande schermo racconta, in filigrana, il modo in cui l’Italia ha guardato alla cura, alla malattia e ai propri diritti civili.

Le origini e il dopoguerra: la “vocazione” e il neorealismo

Nei primi decenni del cinema italiano e durante il Ventennio fascista, la professione infermieristica non esisteva quasi come entità autonoma sul grande schermo. L’assistenza ai malati era legata indissolubilmente all’abito talare o a una rigida vocazione caritatevole. Le infermiere erano prevalentemente suore, crocerossine o figure angelicate, la cui competenza tecnica passava in secondo piano rispetto allo spirito di sacrificio e alla sottomissione gerarchica verso la figura del medico (allora divinizzata).

Nel secondo dopoguerra, con il Neorealismo, gli ospedali iniziano a essere rappresentati con crudo realismo, ma l’infermiere rimane una figura di sfondo, un ingranaggio silenzioso di un sistema sanitario che faticava a ripartire. Erano gli anni in cui l’assistenza veniva percepita ancora come un “dovere morale” piuttosto che come una professione strutturata.

Gli anni 60 e 70: tra satira sociale e la commedia sexy

Con il boom economico e la nascita dei primi grandi sistemi di mutualità, il cinema italiano sposta la sua lente sulla burocrazia e sulle storture della sanità pubblica. Nel 1969, il film Gli infermieri della mutua di Giuseppe Orlandini mette in scena una graffiante satira dei meccanismi ospedalieri. Qui la figura dei lavoratori della sanità inizia a prendere spazio, sebbene ancora legata a dinamiche comiche e di espediente.

Il vero e proprio spartiacque (anche se non privo di forti criticità di immagine) avviene a metà degli anni ’70 con l’esplosione della commedia sexy all’italiana. Titoli iconici come L’infermiera (1975) con Ursula Andress o L’infermiera di notte (1979) con Gloria Guida e Lino Banfi proiettano la professione in una dimensione puramente voyeuristica.

In questo filone, l’infermiera diventa l’oggetto del desiderio del degente (o del medico) di turno, ridotta a uno stereotipo erotico fatto di camici corti e sguardi ammiccanti.

Se da un lato questi film hanno penalizzato l’immagine sociale e professionale della categoria, dall’altro testimoniano una centralità ormai innegabile della figura in corsia all’interno dell’immaginario collettivo italiano.

L’evoluzione dello stereotipo

Anni ’50: l’angelo della corsia (suora/crocerossina votata al sacrificio)

Anni ’70: l’oggetto del desiderio (commedia sexy, camici corti)

Anni ’90: il professionista invisibile (la transizione e la burocrazia)

Oggi: il pilastro umano e tecnico (consapevolezza, stress, empatia)

Gli anni ’90 e la transizione verso il realismo

Con la fine delle commedie popolari e la profonda riforma del Sistema Sanitario Nazionale, il cinema italiano si accorge che la figura dell’infermiere è cambiata radicalmente. Non si tratta più di “esecutori”, ma di professionisti formati.

Pellicole come In barca a vela contromano (1997) di Stefano Reali o il drammatico C’eravamo tanto amati (1974) di Ettore Scola (che già anni prima mostrava spaccati realistici di transizione sociale nelle figure sanitarie minori) iniziano a delineare un profilo diverso: l’infermiere è colui che media tra la freddezza della diagnosi medica e la fragilità emotiva del paziente. Rimane, tuttavia, un senso di incompiutezza: il cinema fatica ancora a staccarsi del tutto dalla leadership narrativa dei medici.

Il nuovo millennio e i giorni nostri: eroi quotidiani e complessità professionale

Negli ultimi anni, la cinematografia ha finalmente compiuto un passo decisivo verso il riconoscimento della complessità emotiva, etica e tecnica della professione. L’infermiere non è più una spalla comica né un angelo asettico, ma un essere umano investito di enormi responsabilità e spesso costretto a operare in contesti sotto organico e ad alta pressione psicologica.

Un esempio lampante di questa nuova e cruda sensibilità è il film drammatico del 2025 L’ultimo turno (Heldin), diretto da Petra Volpe e distribuito nelle sale italiane, che pur essendo una coproduzione svizzero-tedesca ha scosso profondamente l’opinione pubblica e la critica nel nostro Paese. Il film segue minuto per minuto la notte d’inferno dell’infermiera Floria in un reparto di chirurgia oncologica cronicamente sotto organico. Attraverso lo schermo, lo spettatore sperimenta i ritmi frenetici, il peso emotivo della sofferenza e il rischio reale dell’errore dovuto allo stress.

Anche la documentaristica italiana recente, stimolata in particolare dagli strascichi emotivi dell’era Covid-19, ha iniziato a produrre cortometraggi e opere focalizzate sulla storia dell’evoluzione infermieristica, mettendo in luce come la professione si sia intrecciata con i momenti più tragici e importanti della storia d’Italia.

In conclusione, la figura dell’'infermiere nel cinema italiano è passata dalla subalternità e dalla caricatura alla consapevolezza. Il grande schermo ha finalmente capito che per raccontare la sanità moderna non basta l’eroismo del chirurgo, ma serve lo sguardo ravvicinato, stanco e profondamente umano di chi resta accanto al letto del paziente quando le luci della sala operatoria si spengono.

Per approfondire come la realtà delle corsie ospedaliere e le sfide del personale sanitario vengano portate sul grande schermo oggi, puoi guardare questo servizio giornalistico su L’ultimo turno. Il video esplora il legame tra l’evoluzione storica della professione e la sua rappresentazione cinematografica contemporanea in occasione della proiezione di un film dedicato.