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Congresso SIAV 2026, Moresco: 'L’accesso vascolare non è solo una procedura, è parte della cura'

Maria Luisa Astadi
Maria Luisa Asta
Pubblicato il: 10/09/2026

Le intervisteProfessione e lavoro

 

Il 15 e 16 ottobre Vicenza ospita il II Congresso Nazionale SIAV. Renato Moresco racconta la nuova visione dell’accesso vascolare: appropriatezza, team dedicati, formazione, pediatria, intelligenza artificiale e continuità tra ospedale e territorio. «Il dispositivo è il mezzo, il vero obiettivo è la qualità della cura»

VICENZA – Superare una visione dell’accesso vascolare come semplice atto tecnico per considerarlo parte integrante del percorso di cura del paziente. È questo il filo conduttore del II Congresso Nazionale SIAV, in programma il 15 e 16 ottobre 2026 al Viest Hotel di Vicenza, significativamente intitolato “Oltre il dispositivo: la nuova era degli accessi vascolari tra scienza, organizzazione e cura”. Due giornate che metteranno a confronto professionisti italiani e internazionali su appropriatezza, sicurezza, organizzazione dei Vascular Access Team, formazione, nuove tecnologie e continuità assistenziale.

Tra i protagonisti dell’appuntamento c’è il dottor Renato Moresco, coinvolto in numerosi momenti del programma, dal focus pediatrico SIAV Kids alle sessioni pratiche, dalla tavola rotonda internazionale alle conclusioni dei lavori e alla premiazione dei poster scientifici. Con lui abbiamo approfondito il significato di quella formula, “oltre il dispositivo”, che sintetizza la direzione verso cui sta evolvendo il settore: non scegliere semplicemente una cannula, un PICC o un Midline, ma individuare la soluzione più appropriata per quella persona, quella terapia e quello specifico percorso assistenziale.

Dottor Moresco, partiamo proprio dal titolo del Congresso. Che cosa significa concretamente andare “oltre il dispositivo”?

«Significa cambiare il modo stesso di concepire l’accesso vascolare. Un PICC, un Midline o una cannula non sono semplicemente strumenti tecnici, ma parte integrante del percorso di cura. La domanda, quindi, non deve essere soltanto “quale dispositivo possiamo inserire?”, ma “qual è il dispositivo più appropriato per questo paziente, per questa terapia e per questo percorso assistenziale?”. Significa scegliere meglio, intervenire al momento giusto, prevenire le complicanze e garantire continuità anche dopo la dimissione. In sintesi, il dispositivo è il mezzo. Il vero obiettivo è la qualità della cura».

È quindi un cambiamento che riguarda non solo la tecnica, ma anche la cultura professionale. Quale passaggio vuole promuovere SIAV?

«Vogliamo passare dalla cultura della singola procedura a quella dell’appropriatezza. L’accesso vascolare non può essere considerato una competenza esclusiva di chi lo posiziona, ma deve diventare una scelta condivisa all’interno del percorso clinico-assistenziale. Medici, infermieri e tutti i professionisti coinvolti devono parlare lo stesso linguaggio e avere obiettivi comuni. Servono formazione, organizzazione e responsabilità. Non basta saper inserire bene un accesso: bisogna sapere perché sceglierlo, quando sceglierlo e come mantenerlo sicuro nel tempo».

A Vicenza arriveranno professionisti da Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Svizzera. Che valore ha oggi il confronto internazionale?

«È molto importante perché ci permette di uscire dai confini delle nostre singole esperienze. Non significa importare automaticamente modelli sviluppati altrove, ma capire quali esperienze abbiano prodotto risultati concreti e valutare come adattarle alla nostra realtà sanitaria. Confrontarsi significa avere il coraggio di chiedersi non solo che cosa facciamo bene, ma anche che cosa possiamo fare meglio».

Uno dei temi centrali è quello dei Vascular Access Team. È arrivato il momento di considerarli una componente strutturale dell’organizzazione sanitaria?

«Ritengo che questa riflessione non possa più essere rimandata. Il Vascular Access Team non dovrebbe essere considerato soltanto un’esperienza di eccellenza presente in alcuni ospedali, ma può diventare una risposta organizzativa alla crescente complessità dei pazienti. Un team dedicato concentra competenze, favorisce la standardizzazione delle procedure, migliora la formazione e consente di monitorare gli esiti attraverso indicatori di qualità. Se consideriamo l’accesso vascolare un elemento importante per la sicurezza del paziente, dobbiamo anche organizzarlo e misurarlo come tale».

Nel programma entra anche l’intelligenza artificiale, con una domanda provocatoria: hype o rivoluzione clinica? Dove vede le opportunità più concrete?

«L’intelligenza artificiale rappresenta sicuramente un’opportunità, ma dobbiamo affrontarla con grande equilibrio. Le applicazioni più interessanti possono riguardare l’analisi dei dati, il supporto alle decisioni cliniche, la formazione e l’identificazione precoce dei fattori di rischio e delle complicanze. Il punto fondamentale è non confondere innovazione con automatismo. L’AI può aiutarci a prendere decisioni migliori, ma non può sostituire l’esperienza, il ragionamento clinico e la relazione con il paziente. La vera rivoluzione non sarà avere più tecnologia, ma saperla utilizzare per migliorare realmente la cura».

Il Congresso dedica uno spazio specifico a SIAV Kids. Perché mettere il paziente pediatrico al centro di un focus dedicato?

«Perché il bambino presenta esigenze specifiche che non possono essere semplicemente assimilate a quelle dell’adulto. La scelta dell’accesso, la gestione del dolore, la comunicazione con il bambino e con i genitori e la prevenzione delle complicanze richiedono competenze dedicate. Con SIAV Kids abbiamo voluto sottolineare proprio questo: la sicurezza dell’accesso vascolare deve essere garantita anche nei pazienti più piccoli e fragili. Inoltre, quando un PICC o un Midline prosegue il suo percorso a domicilio, diventa fondamentale costruire una vera continuità tra ospedale, territorio e famiglia».

Affrontate anche una situazione meno evidente: quella dei bambini ricoverati nei reparti per adulti. Dove si concentrano le principali criticità?

«Uno dei problemi principali è la formazione. Un bambino ricoverato in un reparto per adulti può trovarsi in un contesto nel quale il personale non ha una pratica quotidiana delle problematiche pediatriche. Questo riguarda anche aspetti fondamentali dell’accesso vascolare: scelta del dispositivo, gestione del dolore, comunicazione e riconoscimento delle complicanze. Non possiamo pensare che ogni reparto debba diventare pediatrico, ma dobbiamo garantire competenze minime, protocolli chiari e la possibilità di confrontarsi con professionisti esperti. È una questione di appropriatezza, ma soprattutto di sicurezza».

Avete scelto di affiancare alle relazioni scientifiche molta formazione pratica, dalle skill station RaPeVA alle cannule lunghe, fino a PICC e Midline. Quanto conta l’addestramento?

«È fondamentale. La conoscenza scientifica ci dice quali sono le procedure più appropriate, ma la competenza tecnica si costruisce attraverso l’addestramento e la pratica. Le skill station sono momenti nei quali la teoria diventa concretamente competenza. In questo campo non basta aver frequentato un corso una volta: la competenza procedurale deve essere costruita, verificata e mantenuta nel tempo, perché dalla qualità del gesto tecnico dipende anche la sicurezza del paziente».

A proposito di appropriatezza, nella pratica clinica pesa di più scegliere il dispositivo sbagliato o sceglierlo troppo tardi?

«Molto spesso il problema nasce proprio dalla scelta tardiva. Quando ci troviamo davanti a una situazione urgente, con un patrimonio venoso già compromesso o una terapia che deve iniziare rapidamente, le possibilità di scelta si riducono. L’accesso vascolare dovrebbe invece essere pianificato considerando fin dall’inizio durata e caratteristiche della terapia, condizioni del paziente e possibile evoluzione del percorso. L’appropriatezza comincia prima di inserire il dispositivo. Anticipare il bisogno significa avere più possibilità di scegliere bene e ridurre il rischio di procedure ripetute o complicanze».

Paziente pediatrico e geriatrico sono due esempi di fragilità molto diverse. Quanto deve essere personalizzata la scelta?

«Molto. Non possiamo più ragionare secondo la logica del “device per tutti”, perché i pazienti sono profondamente diversi tra loro. Età, fragilità, patrimonio venoso, tipo e durata della terapia, mobilità e contesto assistenziale devono entrare nella decisione. Standardizzare i processi può aumentare la sicurezza, ma non significa rendere tutti i pazienti uguali. Il vero obiettivo è costruire percorsi standardizzati, ma scelte personalizzate».

In che modo è cambiato il paziente e perché questa maggiore complessità rende necessario un nuovo modello organizzativo?

«Il paziente di oggi è spesso più complesso: è più anziano, più fragile, presenta più patologie, riceve terapie sempre più articolate e frequentemente prosegue il trattamento anche dopo la dimissione. Questo significa che l’accesso vascolare non può più essere considerato un problema esclusivamente ospedaliero. Deve essere pensato all’interno di un percorso che può coinvolgere ospedale, territorio e domicilio. A una maggiore complessità clinica deve corrispondere una maggiore capacità organizzativa. È qui che il Vascular Access Team può avere un ruolo strategico».

Si parla molto di multidisciplinarietà. Come evitare che rimanga soltanto una dichiarazione d’intenti?

«La multidisciplinarietà non si realizza semplicemente mettendo insieme professionisti diversi. Si costruisce attraverso obiettivi condivisi, protocolli, comunicazione e responsabilità chiare. Chi prescrive la terapia, chi sceglie e posiziona l’accesso, chi lo gestisce e chi segue il paziente a domicilio devono essere parte dello stesso percorso. È un cambio di prospettiva importante: non dobbiamo costruire il percorso intorno al dispositivo o alla singola professione, ma intorno al paziente».

Anche gesti quotidiani come dressing, flushing e locking vengono messi sotto la lente delle evidenze scientifiche. Quanto incidono ancora le vecchie abitudini?

«Le consuetudini hanno ancora un peso importante, soprattutto nelle attività quotidiane e ripetitive. Proprio perché dressing, flushing e locking sono gesti eseguiti continuamente, esiste il rischio che vengano applicati automaticamente. Il problema è che la medicina evolve, mentre alcune abitudini rimangono ferme. Dobbiamo quindi confrontare continuamente ciò che facciamo con ciò che indicano le evidenze scientifiche. Non dobbiamo fare qualcosa perché “si è sempre fatto così”, ma perché sappiamo che è la scelta migliore per il paziente».

Alla fine delle due giornate, quale risultato le farebbe dire che il Congresso ha raggiunto davvero il suo obiettivo?

«Vedere il Congresso trasformarsi in qualcosa di concreto. Mi piacerebbe che ogni partecipante tornasse al proprio ospedale con una nuova conoscenza, una pratica da migliorare o un progetto da sviluppare. Potrebbe essere la costruzione di un Vascular Access Team, un nuovo percorso formativo, un protocollo o semplicemente una maggiore attenzione all’appropriatezza. Un Congresso è davvero riuscito quando ciò che si ascolta in aula cambia, anche solo in parte, ciò che accade ogni giorno accanto al paziente».

Un ultimo invito a medici e infermieri che considerano ancora l’accesso vascolare soprattutto un atto tecnico: perché venire a Vicenza?

«Perché il Congresso vuole parlare dell’accesso vascolare nella sua dimensione più completa. Ci saranno tecnica e innovazione, ma anche organizzazione, formazione, appropriatezza, sicurezza, intelligenza artificiale e continuità assistenziale. È un appuntamento pensato per chi già lavora nel settore, ma anche per chi vuole acquisire una nuova consapevolezza. Il messaggio che vorremmo lasciare è semplice: l’accesso vascolare non è soltanto una procedura. È una parte della cura. E imparare a gestirlo meglio significa, prima di tutto, prendersi cura meglio del paziente».