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TFS e Pubblico Impiego: TAR Marche accusa il Parlamento di inerzia, si va verso riforma obbligata?

Maria Luisa Astadi
Maria Luisa Asta
Pubblicato il: 27/02/2025

La SentenzaLeggi e sentenzeProfessione e lavoro

Nuova pronuncia del Tribunale Amministrativo Regionale delle Marche che riaccende il dibattito sull'inerzia del legislatore nell'adeguare il quadro normativo in materia di Trattamento di Fine Servizio (TFS) per i dipendenti pubblici. Con l'ordinanza n. 105 del 15 febbraio 2025, il TAR ha sollevato la questione di legittimità costituzionale di alcune norme che regolano l’erogazione del TFS, alla luce di due sentenze della Corte Costituzionale – la n. 159 del 2019 e la n. 130 del 2023 – rimaste finora senza seguito da parte del Parlamento.

Una "sentenza monito" senza effetti concreti

Al centro della questione vi è il concetto di "sentenza monito", ossia una pronuncia della Corte Costituzionale che, pur accertando l’incostituzionalità di una norma, non ne dichiara formalmente l’illegittimità, lasciando al legislatore il compito di intervenire per correggere le criticità segnalate. Tuttavia, come sottolineato dal TAR Marche, tale meccanismo rischia di rimanere inefficace in assenza di un obbligo giuridico che vincoli il Parlamento ad adeguarsi.

Secondo il Tribunale, il legislatore non ha ancora adottato provvedimenti che possano essere considerati un adeguamento effettivo alle due sentenze della Consulta. Le misure attualmente in vigore, come la possibilità per gli ex dipendenti pubblici di ottenere anticipazioni sul TFS o accedere a finanziamenti bancari mediante cessione del credito, sono state giudicate insufficienti dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 130 del 2023. Tali strumenti, infatti, non modificano le norme vigenti ma si limitano a offrire un’alternativa onerosa per i lavoratori, costringendoli di fatto a rinunciare a parte del proprio trattamento economico.

Il nodo dell’inerzia legislativa

Il TAR Marche evidenzia due criticità principali: l’accertamento della mancata ottemperanza da parte del legislatore e la determinazione del tempo ragionevole entro cui il Parlamento avrebbe dovuto intervenire. Se da un lato è comprensibile che l’adeguamento normativo non possa avvenire immediatamente, dall’altro il Tribunale sottolinea che le decisioni della Corte Costituzionale rischiano di perdere efficacia se non vengono attuate in tempi congrui.

A fronte di tale impasse, il TAR ha sollevato la questione di legittimità costituzionale degli articoli 3, comma 2, del D.L. n. 79/1997 e 12, comma 7, del D.L. n. 78/2010, nella parte in cui non risultano adeguati alle sentenze della Corte Costituzionale. Il mancato adeguamento, infatti, continua a generare un pregiudizio nei confronti degli ex dipendenti pubblici, i quali vedono il loro diritto a una retribuzione differita sufficiente e proporzionata (art. 36 Cost.) compromesso dalla dilazione e rateizzazione dei pagamenti, senza un meccanismo di adeguamento all’inflazione.

Verso una riforma obbligata?

La presa di posizione del TAR Marche riporta al centro del dibattito la necessità di un intervento legislativo per sanare una situazione ormai consolidata. L’inerzia del Parlamento non solo viola i principi espressi dalla Corte Costituzionale, ma incide direttamente sulla qualità della vita dei lavoratori pubblici pensionati, i quali vedono differito il diritto a percepire somme maturate durante la loro carriera lavorativa.

A questo punto, la parola passa alla Corte Costituzionale, che dovrà esaminare la questione sollevata dal TAR e stabilire se sia necessario un intervento più incisivo per garantire il rispetto delle proprie decisioni. La sentenza attesa potrebbe rappresentare un punto di svolta, con effetti significativi sulla disciplina del TFS e sulle politiche di bilancio dello Stato.

Nel frattempo, il mondo del pubblico impiego resta in attesa di risposte concrete, mentre cresce il malcontento tra coloro che si vedono costretti a subire gli effetti di una normativa ritenuta ormai inadeguata ai principi costituzionali.