Challenge virali, bambini in pronto soccorso: l’emergenza nascosta dietro i social
Le challenge virali tra i minori diventano un’emergenza sanitaria. Lo studio dell’AOU “G. Martino” e dell’Università di Messina lancia l’allarme.
Il pronto soccorso pediatrico è da sempre il primo fronte dell’emergenza sanitaria. Un luogo dove arrivano bambini e adolescenti colpiti da malattie improvvise, incidenti domestici, traumi sportivi. Ma oggi, dietro un numero crescente di accessi, si nasconde un fenomeno nuovo e inquietante: le challenge online. Sfide nate e diffuse sui social network che, soprattutto tra i più giovani, possono trasformarsi in comportamenti ad alto rischio, con conseguenze anche gravi sulla salute.
A documentare il legame sempre più stretto tra challenge virali e accessi ospedalieri è lo studio “Pronto soccorso pediatrico: le challenge on-line nascoste dietro ogni ingresso”, firmato da G. Cavò, S.R. Abrami, A. Rosace, insieme a G. Anastasi, G. Campochiaro, F. Tiralongo e M. Vermiglio, ricercatori dell’AOU “G. Martino” e dell’Università degli Studi di Messina.
Un fenomeno virale con ricadute reali
Le challenge sono parte integrante dell’ecosistema social. Alcune sono innocue, altre puntano su prove estreme, resistenza fisica, comportamenti autolesionistici o assunzione di sostanze. Secondo i dati citati nello studio, il 6,1% degli studenti italiani tra gli 11 e i 17 anni – circa 243 mila ragazzi – ha dichiarato di aver partecipato almeno una volta a una sfida online pericolosa. Numeri che trovano conferma nelle rilevazioni del Istituto Superiore di Sanità, nell’ambito del progetto sulle dipendenze comportamentali nella Generazione Z.
Tra le sfide più diffuse figurano la Skullbreaker challenge, la Knock out challenge e il Balconing. Giochi solo in apparenza, che in realtà espongono i partecipanti a traumi cranici, fratture vertebrali, arresti respiratori. In alcuni casi, l’esito è fatale.
Dalla rete alla cronaca nera
Il lavoro degli autori richiama anche episodi che hanno scosso l’opinione pubblica, come la morte di una bambina di dieci anni a Palermo dopo aver tentato la Black Out Challenge, una sfida che prevede il trattenimento del respiro fino alla perdita di coscienza. Un gesto imitativo, nato dalla visione di un video, che dimostra quanto sottile sia il confine tra virtuale e reale per un minore.
Ancora più inquietante è il caso della Blue Whale Challenge, una sequenza di cinquanta prove basate sulla manipolazione psicologica. Secondo le ricostruzioni riportate nello studio, questo fenomeno avrebbe contribuito alla morte di oltre 130 giovani in Russia e di un adolescente in Italia, spingendo ragazzi vulnerabili verso atti autolesionistici e, nei casi estremi, al suicidio.
Il pronto soccorso come specchio del disagio
Per i ricercatori messinesi, l’aumento degli accessi al pronto soccorso pediatrico legati alle challenge è il sintomo di un disagio più ampio. Non arrivano solo corpi feriti, ma ragazzi fragili, spesso segnati da ansia, depressione, isolamento sociale. Il pronto soccorso si trova così a svolgere un doppio ruolo: curare l’emergenza fisica e intercettare un problema psicologico e sociale che richiede una presa in carico più ampia.
“Il sistema sanitario – sottolineano gli autori – non può limitarsi all’intervento acuto. È necessario attivare reti che coinvolgano famiglie, scuole, psicologi e servizi sociali”. Una sfida organizzativa che oggi trova strutture spesso impreparate.
Perché i giovani cadono nella trappola
Alla base di questi comportamenti ci sono dinamiche note: paura di essere esclusi, desiderio di approvazione, bisogno di visibilità. La pressione del gruppo, amplificata dai social, spinge molti adolescenti a sottovalutare i rischi pur di sentirsi parte di una comunità. In un’età in cui il giudizio critico è ancora in formazione, un video può diventare un modello da imitare senza filtri.
Prevenzione e responsabilità collettiva
Lo studio insiste sulla necessità di un approccio preventivo. Educazione digitale fin dall’infanzia, controllo e accompagnamento da parte degli adulti, dialogo aperto in famiglia. Ma anche responsabilità delle piattaforme e delle istituzioni nel limitare la diffusione di contenuti pericolosi.
L’obiettivo, scrivono Cavò, Abrami, Rosace, Anastasi, Campochiaro, Tiralongo e Vermiglio, è trasformare il pronto soccorso da semplice luogo di emergenza a punto di partenza per un cambiamento culturale. Perché dietro ogni accesso non c’è solo un trauma da curare, ma una storia che nasce spesso online e che, se intercettata in tempo, può ancora essere riscritta.
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