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'Ho smesso di parlare nello spazio': il malore di Fincke e il mistero ISS

Andrea Tirottodi
Andrea Tirotto
Pubblicato il: 07/04/2026

EsteroGlobal Nurse

È stato come un fulmine a ciel sereno”: Mike Fincke racconta la notte che ha riscritto la storia della ISS

7 gennaio 2026. A 400 chilometri sopra la Terra, mentre la Stazione Spaziale Internazionale compie una delle sue sedici orbite quotidiane, il colonnello Mike Fincke sta seduto a cena con i suoi compagni. Tutto normale. Poi, nel giro di pochi secondi, niente è più come prima.

Avevamo riportato del malore di un membro della Crew-11 a bordo della Stazione Spaziale Internazionale e seguito la missione di soccorso di rientro. Bocche cucite su quanto fosse accaduto realmente, per fortuna senza conseguenze per nessuno.

Oggi, per bocca dello stesso protagonista che ha potuto rilasciare un’intervista, sappiamo cosa è successo.

È stato come un fulmine, rapidissimo e totalmente inaspettato”. Con queste parole Mike Fincke, 59 anni, colonnello in pensione dell'aeronautica militare statunitense e veterano di quattro missioni spaziali, ha rotto il silenzio sulla vicenda che lo ha reso suo malgrado protagonista di un primato storico: la prima evacuazione medica d'urgenza nella storia della NASA.

In un'intervista all'Associated Press rilasciata dal Johnson Space Center di Houston, Fincke ha descritto con parole semplici e dirette quei venti minuti che hanno cambiato il corso della missione Crew-11 e che ancora oggi restano avvolti nel mistero.

 

La sera del 7 gennaio

Era a cena con i compagni di equipaggio, dopo una giornata di preparativi in vista della passeggiata spaziale prevista per l'indomani, quando il malore lo ha colpito. “È successo del tutto all'improvviso. È stato incredibilmente veloce” ha raccontato, precisando di non aver avvertito dolore fisico, ma soltanto l'impossibilità di comunicare con i compagni. All'improvviso, le parole non arrivavano più. La voce si era fermata da qualche parte, senza preavviso, senza dolore. Soltanto il silenzio, il silenzio più inquietante che si possa immaginare a cinque mesi e mezzo dall'inizio di una missione, in orbita bassa attorno alla Terra.

I miei compagni di equipaggio si sono accorti subito che ero in difficoltà” ha detto Fincke, “e nel giro di pochi secondi ci siamo mobilitati tutti”.

 

La macchina del soccorso si mette in moto

Gli altri astronauti hanno attivato immediatamente i protocolli di emergenza, mettendosi in contatto con i medici a terra. La NASA ha interrotto i canali audio e video pubblici per tutelare la privacy dell'astronauta durante la consultazione con il personale medico di volo.
Grazie all'ecografo presente sulla ISS sono stati effettuati i primi esami strumentali direttamente in orbita, uno dei tanti strumenti di cui la stazione è dotata, insieme a defibrillatori, kit per accessi venosi e una ricca farmacia. La telemedicina, come ricordano spesso gli esperti, è nata proprio sulla Stazione Spaziale Internazionale.

Ma le possibilità di fare diagnosi complete sulla ISS sono limitate, e il “rischio persistente»”per l'astronauta ha portato la NASA a decidere il rientro anticipato per proseguire gli accertamenti a terra.

Il rientro e i sensi di colpa

Il 15 gennaio, con oltre un mese di anticipo sul programma, una navicella SpaceX ha riportato Fincke, la collega Zena Cardman, il cosmonauta russo Oleg Platonov e l'astronauta giapponese Kimiya Yui sulla Terra.

Il rientro anticipato ha pesato enormemente su Fincke. Il suo malore aveva cancellato quella che sarebbe stata la sua decima passeggiata spaziale, ma soprattutto la prima in assoluto per la collega Zena Cardman. Ha raccontato di essersi scusato in continuazione con il team, finché il nuovo amministratore NASA Jared Isaacman non gli ha ordinato esplicitamente di smetterla. “Non sei stato tu. È stato lo spazio” — parole che, probabilmente, Fincke continua a ripetersi ancora oggi.

Sono stato molto fortunato ad essere in ottima salute. Quindi è stata una grande sorpresa per tutti”, ha ammesso.

Un mistero che rimane aperto

A quasi tre mesi dall'accaduto, i medici non sono ancora riusciti a individuare la causa del malore. Sono state escluse alcune ipotesi, infarto o soffocamento con il cibo, ma le possibilità restano aperte, inclusi gli effetti della permanenza prolungata in microgravità. Nel corso delle sue quattro missioni, Fincke ha totalizzato 549 giorni in assenza di gravità, un record che ora la scienza guarda con occhi diversi. La NASA sta ora passando al setaccio le cartelle cliniche di tutti gli ex astronauti per capire se episodi simili, magari lievi o taciuti, si siano già verificati in passato. Il caso suggerisce la necessità di monitorare con nuovi strumenti digitali e biometrici la salute neurologica degli astronauti, in vista delle future missioni lunari e delle colonizzazioni di lunga durata.

 

Lo sguardo verso le stelle

Nonostante tutto, Fincke si dice ottimista e spera ancora di poter tornare tra le stelle un giorno. L'uomo che ha trascorso più tempo nello spazio di qualsiasi altro astronauta americano della sua generazione non è pronto a considerare chiusa la sua avventura. Ma il suo caso rimarrà nella storia, non come una sconfitta, bensì come un campanello d'allarme prezioso. Lo spazio non perdona le certezze, e ogni corpo umano che si avventura in orbita porta con sé incognite che la scienza sta ancora imparando a leggere.

Quella sera del 7 gennaio, a 400 chilometri dalla Terra, Mike Fincke ha smesso di parlare per venti minuti. Il silenzio che ne è seguito, invece, parla ancora e ha molto da insegnarci tanto più oggi, con con lo sguardo rivolto alla luna e all’orbita che compirà attorno al nostro satellite la missione Artemis II.